Finanziamenti ai partiti, che fine ha fatto il politically correct nell’era dell’IA?

Di il 26 Marzo, 2026
Nel nuovo mondo dell'intelligenza artificiale anche il fundraising ai partiti politici cambia faccia e diventa sempre più personalizzato, somigliando a un grande brand. Il rischio è quello di entrare in logiche di marketing in cui l'etica c'entra ben poco
Immagine di copertina: fondi. Fonte: Pexels

Come i partiti politici raccolgono fondi e attraverso quali canali è sempre stato un tema al centro del dibattito politico e non solo.

Negli Stati Uniti, la tematica ha anche dato vita a inchieste giornalistiche e definito lo stesso ruolo del giornalista, il “watchdog” per dirla all’americana, o meglio “il cane da guardia” della democrazia.

Proprio la democrazia per anni è stata al centro delle campagne dei partiti politici. Ma oggi l’attività di racconta fondi di questi sta attraversando un cambiamento profondo che passa non più solo da email martellanti o SMS che promettono, appunto, “l’ultima occasione per salvare la democrazia”.

La nuova ondata del fundraising politico si muove su un terreno più sofisticato, dove tecnologia, dati e psicologia comportamentale si intrecciano per intercettare ogni possibile contributo.

E come si legge su Wired, questa evoluzione sta ridisegnando il rapporto tra cittadini e campagne elettorali.

Come i partiti oggi raccolgono i fondi

Per anni, la raccolta fondi si è basata su comunicazioni standardizzate, inviate a milioni di persone nella speranza che una piccola percentuale rispondesse.

E nel sistema statunitense di oggi (e di ieri) i “SuperPAC”, in grado di aggirare i limiti applicati ai finanziatori della politica, non sono un mistero. Nel ciclo elettorale 2017-2018 negli Stati Uniti oltre 1,5 milioni di cittadini hanno fatto donazioni politiche superiori ai 200 dollari, per un valore medio di 2.600 dollari a donatore.

Se conteggiassimo anche le donazioni inferiori ai 200 dollari, verrebbe fuori un numero più alto di donatori e un valore medio di donazione ancora inferiore, come riportato su Transparency International.

Negli Stati Uniti l’attenzione è stata posta anche alle donazioni da parte dei lobbisti, soggetti che già hanno precisi obblighi di trasparenza delle loro attività. In un Paese che considera la facoltà di fare donazioni politiche tutelata alla stregua della libertà di parola, il legislatore dal 2007 ha ai lobbisti l’onere di dichiarare le donazioni politiche effettuate.

Ma oggi lo scenario è cambiato: le campagne utilizzano piattaforme capaci di analizzare abitudini digitali, preferenze politiche e momenti emotivi che risultano essere più ricettivi. Si va verso un “acchiappatutto” non più legato alle grandi lobby di potere.

Il risultato è una comunicazione che sembra cucita addosso al destinatario: toni, urgenza, importi suggeriti e perfino il tipo di immagine allegata vengono modulati in base al profilo psicologico di chi legge.

Sempre secondo Wired, questa personalizzazione “estrema” rappresenta la vera svolta del settore. Ma non solo.

Lobbysta. Fonte: Freepik

Verso un modello “in abbonamento”

Un altro cambiamento significativo riguarda la frequenza delle donazioni. Non più contributi sporadici, ma piccoli importi ricorrenti, quasi come se si trattasse di un servizio in abbonamento.

Le piattaforme digitali incoraggiano gli utenti a impostare versamenti mensili, spesso con un semplice clic, sfruttando la logica della “frizione minima”: se donare è facile, lo si farà più spesso.

Wired sottolinea come questa strategia abbia permesso ad alcune campagne di raccogliere cifre enormi, non grazie ai grandi finanziatori, ma a una moltitudine di sostenitori che versano pochi dollari alla volta.

Insomma, se è vero che oggi esiste un abbonamento quasi per tutto, così pare funzionare anche l’emisfero del fundraising in politica.

Un fenomeno tutto americano ma che interessa anche altri continenti e che ben presto potrebbe arrivare anche in Europa.

Tra i centri della finanza americani. Fonte: Unspalsh

L’IA come regista invisibile

Dietro questa nuova architettura c’è un uso sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale. Gli algoritmi non si limitano a segmentare il pubblico: prevedono quali messaggi funzioneranno meglio, identificano i momenti ideali per inviare una richiesta e ottimizzano automaticamente le campagne in base ai risultati ottenuti.

In alcuni casi, racconta Wired, l’IA è in grado di generare varianti dello stesso messaggio in tempo reale, testandole su gruppi diversi e selezionando quella più efficace. È una forma di sperimentazione continua che rende il fundraising un processo dinamico e quasi autonomo.

Questa evoluzione, però, solleva interrogativi etici. Quando la comunicazione diventa così personalizzata e guidata da algoritmi, il confine tra coinvolgimento e pressione psicologica si fa più labile. Fino a che punto, quindi, ci si può spingere?

Intelligenza artificiale. Fonte: Pexels

Dove è finito il politically correct?

Sebbene la logica del marketing in politica abbia sempre funzionato con successo, oggi si potrebbe andare incontro a una combinazione di dati sensibili, tecniche persuasive e automazione che spinge gli utenti a donare più di quanto vorrebbero o più spesso di quanto si rendano conto.

E il grande rischio è quello che la politica adotti gli stessi meccanismi delle piattaforme commerciali più aggressive, trasformando il cittadino in un target da monetizzare.

Ma nonostante le criticità, la nuova ondata del fundraising politico sembra destinata a consolidarsi. Le campagne che adottano questi strumenti ottengono risultati più rapidi, più prevedibili e anche più consistenti. E in un contesto elettorale sempre più competitivo, nessuno vuole restare indietro.

Non è un semplice aggiornamento tecnologico, ma qualcosa di molto più profondo che coinvolge la sfera e l’opinione pubblica e che potrebbe interessare la quotidianità – non solo digitale – di ognuno di noi.

La direzione è quella di un cambiamento strutturale nel modo in cui la politica si finanzia e, di conseguenza, nel modo in cui parla ai cittadini.

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Chiara Buratti
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Chiara Buratti muove i suoi primi passi nel mondo del giornalismo nel 2011 al "Tirreno" di Viareggio. Nel 2012 si laurea in Comunicazione Pubblica e nel 2014 consegue il Master in Giornalismo. Dopo varie esperienze, anche all'estero (El Periódico, redazione Internazionali - Barcellona), dal 2016 è giornalista professionista. Lavora nel web/nuovi media e sulla carta stampata (Corriere della Sera - 7, StartupItalia). Ha lavorato in TV con emittenti nazionali anche come videoeditor e videomaker (Mediaset - Rete4 e Canale 5, Ricicla.tv).