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In lieve ritardo rispetto ai principali concorrenti, anche Netflix ha deciso di rendere parte integrante della sua offerta la componente videopodcast in relazione ai propri prodotti originali, dando seguito ad un trend ormai in consolidamento nel settore dello streaming.
Parliamo di produzioni che ricalcano una tendenza che ha da molto tempo fatto la fortuna della più o meno istituzionalizzata critica web: il commento e il dietro le quinte degli episodi delle serie, che restituisce sguardi privilegiati – perché controllati dall’industria – sulle produzioni più di valore delle piattaforme.
Il modello ormai standard è quello dell’intervista podcast: un conduttore spesso esterno alla produzione (o con un ruolo produttivo di contorno) diventa intervistatore e raccoglie testimonianze di attori e autori simulando una spontaneità di commento che ricalca le produzioni indipendenti di taglio simile, ma con una potenza di fuoco decisamente maggiore in termini di budget e nomi coinvolti.
Il rinforzo del rilascio settimanale
Il primo protagonista del mercato a rilasciare una serie d’alto richiamo, su modello talk show, che prefigurava gli attuali videopodcast è stato Prime Video nel 2020 con Prime Rewind: Inside The Boys. Uscito in parallelo alla seconda stagione della fortunatissima serie originale, questo prodotto ha svolto il prezioso compito di tenere alto il discorso sugli episodi in una cadenza settimanale che stava in quel periodo recuperando centralità nell’economia delle piattaforme streaming.
Una delle sfide dell’affollamento dell’offerta, a partire dal 2020, è stato infatti restituire valore al singolo prodotto e, più radicalmente, al singolo episodio, per impedire che gli utenti disdicessero periodicamente gli abbonamenti. In questo, i prodotti ancillari aiutano a mantenere attiva l’attenzione e le aspettative, esattamente come fatto dai contenuti generati dai fan sui canali social.
Dopo l’esperimento di Inside The Boys (durato solo una stagione), il più attivo nella produzione di questi prodotti ancillari dalla dimensione top-down di stampo industriale è Disney+. Con il problema di riempire un catalogo all’inizio decisamente limitato, uscite pregiate come quelle a marchio Star Wars o Marvel hanno visto un prolungamento della loro durata con episodi speciali di stampo documentaristico che, con interviste e dietro le quinte, tenevano vivo l’interesse sui titoli a rilascio concluso in attesa della stagione successiva.
Questo tipo di prodotti ha il grande vantaggio di ottimizzare i costi, perché spesso realizzati con le stesse risorse spese per il titolo principale e con contratti che già ne comprendono la realizzazione, quindi intensivando economie di scopo decisamente efficienti nella necessità di mantenere attiva l’attenzione degli abbonati.

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Dal talk show al podcast
Questi prodotti ancillari, per quanto tranquillamente fruibili con un alto tasso di distrazione per la loro natura sostanzialmente parlata, mantengono ancora una forte componente visiva che li avvicina ai talk show televisivi. Molto spesso intere sequenze vengono commentate in video, richiedendo l’attenzione visiva dello spettatore e limitando la scalabilità del contenuto.
Nello stesso periodo, l’intensificarsi del consumo – e conseguente produzione – di podcast più o meno indipendenti, ha presto traghettato molta dell’attività dei fan legata al commento di prodotti dalla dimensione visiva a quella puramente sonora, complice la leggerezza e il basso costo del medium, per di più in anni in cui il distanziamento sociale ha intensificato la dimensione audio delle comunicazioni.
L’ascolto dei podcast di commento incontra perfettamente le esigenze di un consumo contemporaneo fatto di second-screen e soprattutto di scalabilità tanto produttiva quanto fruitiva.
È facile pensare un prodotto video – magari nativo su YouTube o su TikTok – in modo che abbia una successiva traduzione audio senza modifiche sostanziali, quindi distribuibile e monetizzabile su Spotify e simili; al contempo, la fruizione solamente sonora permette un consumo in mobilità (guidando, camminando, correndo) e con una forte autonomia di navigazione web mentre si ascolta.
Le piattaforme streaming hanno resistito nel passare, nella costruzione dei loro prodotti ancillari, dalla centralità del video all’istituzionalizzazione del modello sonoro come prioritario.
Il motivo, inizialmente, è da imputare alla difficoltà di giustificare prodotti sonori dentro a piattaforme video, quindi immaginando una sudditanza da soggetti terzi – Spotify, su tutti – per la distribuzione e, soprattutto, per la datificazione dell’attenzione.
I podcast e l’on-demand
Il principale caso relativamente recente è Alien: Earth, serie FX di proprietà Disney iniziata ad agosto 2025 che ha punteggiato l’uscita settimanale degli episodi con un vero e proprio podcast – sonoro – ufficiale rilasciato su Spotify che ha spostato la dimensione talk-show e documentaristica nella più asciutta e leggera forma dell’intervista.
Qui quello che era l’intarsio visivo dei prodotti su piattaforma proprietaria si traduce in una valorizzazione dell’impianto sonoro degli episodi e delle voci dei protagonisti, creando una forma identitaria del prodotto particolarmente sfidante rispetto a quanto fatto normalmente nella promozione dell’on-demand.
Al caso di Alien: Earth si è avvicendato, da novembre 2025, Pluribus, acclamata serie AppleTv+ che ha anch’essa visto un podcast sonoro ufficiale su piattaforme terze basato sul modello dell’intervista/commento all’episodio settimanale.
Come tipico per questo tipo di prodotti, il formato non è standard: replicando una libertà ormai totalmente sdoganata nelle produzioni audiovisive, anche questi episodi sonori non hanno una durata prestabilita e possono variare ampiamente.
Riportare tutto a casa
La dipendenza da piattaforme terze è per gli operatori streaming un limite alle volte necessario – come nel caso dei social network – e che richiede spesso strategie specifiche di superamento per riportare in house i dati di consumo e non far uscire gli utenti dall’ecosistema mediale proprietario.
Tornando al caso di Alien: Earth, gli episodi del podcast fruibile su Spotify sono stati rilasciati anche su Disney+ come extra della serie, lasciando agli utenti una scelta di fruizione che, nella sua disseminazione, avvantaggia il consumo del contenuto a discapito del controllo totale da parte di Disney.
Se nel caso di Alien: Earth parliamo però di contenuti puramente audio, la svolta si ha adesso con l’apertura crescente del mercato al videopodcast anche sulle piattaforme deputate alla dimensione sonora, come Spotify.
In questo modo la gerarchia produttiva e distributiva si inverte: è il caso – sempre Disney – di Daredevil: Born Again che affianca all’uscita della sua seconda stagione, iniziata lo scorso marzo, la serie podcast Daredevil: Born Again Official Podcast, totalmente costruita su interviste ai protagonisti della produzione e tranquillamente fruibile nella sua sola dimensione sonora.
Anche questo prodotto è disponibile su Spotify, ma la sua natura al contempo ancillare e autonoma rispetto alla serie ammiraglia la rende un ottimo punto di accesso – e di promozione – per traghettare nuovi utenti all’interno dell’ecosistema Disney.

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La strategia di Netflix
Di fronte a questo terreno di sperimentazione sostanzialmente promozionale, cavalcato prevalentemente da Disney, Netflix ha in effetti mostrato una silenziosa presenza pionieristica, pur avendo solo di recente mostrato la volontà di rendere la tendenza un elemento sistematico del proprio piano industriale.
È infatti da datare al 2021 la prima stagione del podcast sonoro ufficiale Netflix – coprodotto con Shondaland – dedicato alla sempre molto chiacchierata serie Bridgerton, che in parte anticipava quanto fatto da Disney con Alien: Earth senza ancora la ridondanza su piattaforma.
Parliamo però di un caso pressoché isolato a fronte di un’apparente diffidenza da parte di Netflix nell’aprirsi verso il podcasting proprietario riguardante i titoli originali: più di tutti, la piattaforma americana – che nasce come distributore di titoli, non come produttore – ha infatti bisogno di affermare l’unicità complessiva del proprio marchio, senza fuoriuscire dall’ecosistema della piattaforma e quindi limitando la dipendenza da soggetti terzi.
Ne è la prova l’eterno esperimento dei mobile game su piattaforma, iniziato da oltre cinque anni e ancora senza una vera e propria traiettoria sistematica, nonostante gli investimenti continui.
Negli ultimi mesi, l’affermazione del videopodcast come linguaggio audiovisivo consolidato e soprattutto premiato dal consumo degli utenti, ha portato Netflix a una svolta e a concentrare porzioni di risorse delle proprie produzioni originali per replicare i format resi ormai sistematici da Disney.
La strategia resta la stessa, ma potenziata: il contenuto primario in forma videopodcast è rilasciato su piattaforma, confezionato e impacchettato in una sezione dedicata del catalogo, quindi inserito nel potente motore algoritmico che datifica e consiglia; lo stesso contenuto, ma solo in veste sonora, è rilasciato su Spotify, diventano così una finestra mono-mediale d’accesso all’ecosistema Netflix.
Questa parcellizzazione delle forme mediali segnala una forte consapevolezza da parte di Netflix delle priorità di fruizione strategiche: dove è possibile per un utente accedere al video, la priorità è fruirlo su Netflix; dove questo non è possibile – in macchina, correndo, camminando – allora si cede al sonoro su piattaforma terza, confidando che tutto riporti poi nell’ecosistema primario per consumare la serie di cui si sente parlare.
Il mercato del podcasting
Al di là delle strategie individuali, questa rincorsa da parte dei protagonisti dello streaming ai modelli produttivi e discorsivi del podcasting non fa che confermare quanto questo settore stia prendendo piede nelle abitudini di consumo del pubblico.
L’arrivo dei colossi dello streaming audiovisivo nel podcasting sancisce la necessità da parte loro di riempire per primi lo spazio di discorso sonoro generato dalle proprietà intellettuali che controllano e accrescono, anticipando le produzioni grassroots dei fan.
Il podcast, che nasca video o sonoro, è uno strumento discorsivo estremamente scalabile, che porta a ripensare gli elementi di valore dei prodotti da cui nasce e, soprattutto, che porta con sé bassissimi costi produttivi a fronte di un’alta resa in termini di reach potenziale del pubblico.
L’assestamento delle strategie delle piattaforme streaming sembra confermare che i soggetti come Spotify resteranno punti di riferimento nel consumo generalista dei podcast, specialmente nella dimensione sonora, e che non ci sarà una rincorsa all’apertura di portali audio proprietari da parte dei protagonisti dell’on-demand.
In ogni caso, il fenomeno è al momento in crescita e in consolidamento, nonché estremamente legato agli andamenti delle produzioni audiovisive originali. Resta da vedere quanto questo porterà o meno ad una crescita reciproca su una finestra di tempo più vasta.




