Monetizzare con la politica su Facebook è facile

Di il 16 Marzo, 2026
Dopo numerosi scandali sulla disinformazione, la piattaforma ha deciso di tornare competitiva nello spazio pubblico, pagando di più i creator politici
Immagine di copertina: il logo di Facebook. Fonte: Freepik

La politica su Facebook adesso paga.

Il rapporto tra la piattaforma e i contenuti politici è stato a lungo piuttosto critico, ma qualcosa sta cambiando.

“Non puoi sfuggire alla politica, prima o poi ci finisci dentro”, afferma Katie Harbath, ex direttrice delle politiche pubbliche di Facebook e fondatrice di Anchor Change.

Facebook vuole essere al centro della conversazione, e la politica lo è sempre, come ha dimostrato di recente l’invito di Donald Trump verso le aziende di IA a dotarsi di esperti di relazioni pubbliche.

E per Zuckerberg, l’afflusso di utenti passa dai creator di contenuti politici.

La disinformazione su Facebook

Nel 2014, un molto più giovane Mark Zuckerberg rispondeva in diretta alle domande degli utenti di Facebook più votate.

Una sorta di domanda e risposta in diretta e disintermediata (almeno in parte) con la sua community.

Già dodici anni fa, gli utenti mostravano perplessità sulla gestione dei contenuti da parte di Zuckerberg, soprattutto in seguito al conflitto in Crimea.

Gli utenti gli chiesero esplicitamente: “Tu e i tuoi collaboratori potete fare qualcosa per bloccare le false segnalazioni che arrivano dagli account russi?”.

I report della NATO StratCom e dell’Internet Research Agency, anni dopo, hanno confermato la presenza di una campagna di disinformazione capillare relativa all’annessione della Crimea da parte della Russia.

C’è poi stato Cambridge Analytica e il ruolo strategico giocato da Facebook nelle elezioni presidenziali del 2016, con il “Pizza Gate” a danno di Hillary Clinton e almeno 126 milioni di persone, con 76 milioni di like, raggiunte da fake news diffuse da bot, secondo il report del procuratore speciale Mueller.

Facebook ha quindi dovuto gestire numerosi scandali, contestualmente allo sviluppo di piattaforme concorrenti, fino a che parlare di politica è diventato controproducente.

Mark Zuckerberg. Fonte: Shutterstock

Quale piattaforma è più politica?

Facebook è tornata a far parlare di sé all’inizio dello scorso anno, con l’eliminazione del fact-checking e l’adozione di un approccio più personalizzato per permettere ai contenuti politici di apparire nelle raccomandazioni dell’algoritmo.

Tuttavia, contestualmente è accaduto che il discorso politico si è spostato essenzialmente su due piattaforme: Substack – che ha accolto tra le penne più brillanti soprattutto del giornalismo statunitense – e i podcast, a cui ormai anche politici nostrani mirano per la costruzione della propria figura pubblica.

Ora la piattaforma di Zuckerberg sembra essersi resa conto che la propaganda si sta spostando gradatamente sui nuovi media e che è possibile monetizzare da questo cambiamento.

Secondo Kyle Tharp negli ultimi mesi la piattaforma è diventata un grande vantaggio per i creator che parlano di politica e notizie, con un forte aumento engagement e guadagni.

Tharp ha parlato con riporta che Brian Tyler Cohen, youtuber, content creator e podcaster con “No Lie with Bryan Tyler Cohen”. Esperto di contenuti politici sui nuovi media, ha confermato che ora sta puntando tutto su Facebook, perché i contenuti politici sono i più visti: aumentano le entrate e il coinvolgimento.

Cambridge Analytica, società britannica legata a Facebook per l’acquisizione di dati. Fonte: Wikimedia Commons

Monetizzare con la politica

Il ritorno dell’interesse per la comunicazione politica, il tentativo di riacquisire credibilità, assieme al lancio da parte di Meta di un programma semplificato di monetizzazione dei contenuti, sta riportando la politica su Facebook.

Gli intervistati da Tharp riportano guadagni tra i 5.000 e 50.000 dollari per singoli post, ma si può arrivare a un guadagno annuale di 3 milioni di dollari.

Carlos Eduardo Espina, progressista con oltre 5 milioni di follower su Facebook, è più seguito su TikTok, ma monetizza 100 volte di più da Facebook con i suoi contenuti.

Aaron Parnas, che come molti ha dato per spacciata e obsoleta Facebook, ha dato una chance alla piattaforma: è cresciuto rapidamente, ha visto i suoi contenuti politici particolarmente apprezzati e in grado di dargli un guadagno rilevante.

Non è chiaro a dove porterà questa evoluzione.

Per ora,  l’azienda continua a escludere la monetizzazione per i candidati, funzionari eletti e partiti, mentre possono accedervi organizzazioni non profit politicamente attive, i gruppi di advocacy e i media anche più partigiani.

Ancora una volta, nessun equilibrio è destinato a durare nel gioco dei nuovi media.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.