La Stampa torna al suo destino locale

Di il 10 Marzo, 2026
La cessione del quotidiano torinese racconta la crisi del modello dei grandi giornali nazionali e indica, forse, l’unica strada rimasta per sopravvivere
Immagine di copertina: copie del quotidiano La Stampa. Fonte: Flick

La vendita della Stampa rappresenta un passaggio significativo del declino dei quotidiani negli ultimi anni.

Dopo oltre un secolo nell’orbita della famiglia Agnelli e negli ultimi anni all’interno del gruppo Gedi, il quotidiano torinese passa a un editore specializzato nella gestione di giornali locali. Alberto Leonardis, con un passato da relazioni esterne in grandi aziende, ha messo insieme un gruppo di testate locali, rilevate proprio da Gedi, coinvolgendo spesso investitori locali.

I cambi di proprietà che hanno interessato i quotidiani italiani, tra cui il gruppo Riffeser e Del Vecchio, i quotidiani locali Gedi, alcuni quotidiani del Sud, ora La Stampa e Repubblica fanno parte di un percorso di ristrutturazione del settore, che ha già caratterizzato i periodici negli anni scorsi e che porterà ad una riduzione delle dimensioni, a diverse chiusure e forse a qualche riconversione di successo.

L’idea di concentrarsi sui mercati locali è buona ed è una delle poche strade percorribili per i quotidiani. La Stampa potrebbe ritornare ad essere un grande quotidiano regionale. I quotidiani rimangono il mezzo leader sui mercati locali, specialmente se costruiscono un sito ben orientato

Negli ultimi quindici anni la diffusione è diminuita meno velocemente rispetto a quella dei mercati nazionali e la capacità delle piattaforme di penetrare i mercati pubblicitari locali non è ancora così avanzata.

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La Stampa è sempre stata percepita come uno dei grandi quotidiani nazionali italiani, ma dal punto di vista industriale non lo è mai stata davvero. Il suo mercato principale è sempre rimasto saldamente il Piemonte, le province occidentali della Liguria e la Valle d’Aosta.

I dati ADS provinciali lo mostrano con chiarezza. La Stampa vende in Piemonte il 72% delle copie, in Liguria il 7,3% e in Valle d’Aosta il 2,6%. In ciascuna delle altre 17 regioni vende mediamente l’1,2% scarso della sua diffusione totale. In nessun modo questa può essere considerata una copertura nazionale e, nel passato, la sua raccolta pubblicitaria nazionale è stata collegata più al prestigio che a contatti effettivi distribuiti sul territorio nazionale.

Quando La Stampa era il giornale del principe, una redazione nazionale prestigiosa, capace di coprire bene economia ed esteri, era un elemento di orgoglio e di influenza per una proprietà con interessi economici rilevanti nel Paese, ma era un lusso consentito da un mercato ricco che non c’è più.

Nell’ottobre 2025 La Stampa vendeva 42mila copie cartacee più altre 21mila digitali, considerando solo quelle vendute con meno del 70% di sconto. Non bastano nemmeno lontanamente a mantenere una redazione di circa 170 persone e, infatti, il conto economico è in tensione e probabilmente il prezzo pagato per l’operazione, si stima inferiore ai 25 milioni, si rivelerà col tempo un valore eccessivo.

Però la posizione del quotidiano nei mercati locali piemontesi è ancora molto solida. La Stampa è l’unico quotidiano piemontese e, nelle province dove ha la cronaca locale, fronteggia solo la concorrenza di testate informative settimanali che, pur essendo generalmente ben radicate, sono meno in grado di contrastarne la posizione.

Il confronto con la Lombardia è illuminante. Nella regione economicamente più ricca del Paese, il Corriere della Sera è il primo quotidiano regionale, ma domina nelle vendite solo a Milano e a Monza (dove però non c’è un quotidiano locale).

In tutte le altre province il giornale di Via Solferino è secondo dietro la testata locale, talvolta molto indietro. Ad esempio, a Bergamo e a Brescia il Corriere vende nella provincia rispettivamente 7 e 5 volte di meno rispetto alla testata locale leader (Eco di Bergamo e Giornale di Brescia). E naturalmente il mercato pubblicitario, anche quello locale, premia più il leader che l’inseguitore.

Anche gli altri quotidiani regionali vivono situazioni simili. Il Resto del Carlino e La Nazione sono primi a Bologna e Firenze, ma in diverse province sono secondi dietro a quotidiani locali consolidati, come le Gazzette di Modena e Reggio, o il Tirreno a Livorno.

La posizione dominante che la Stampa ha nei mercati provinciali in Piemonte è abbastanza unica, e costituisce un vero punto di forza significativo. In quasi tutte le province con un quotidiano forte, il sito del quotidiano è di gran lunga il primo tra i siti giornalistici. La Stampa ha percorso solo limitatamente questa strada, ma si tratta di un’opportunità concreta.

Il nodo economico più evidente riguarda la dimensione della redazione. Oggi il giornale conta circa centosettanta giornalisti. Una struttura di queste dimensioni era coerente quando la Stampa aveva ambizioni nazionali più marcate e una diffusione molto più ampia. Con vendite intorno alle sessantamila copie, diventa però difficile sostenere nel lungo periodo un organico di questo tipo. In termini puramente industriali, una redazione compresa tra ottanta e cento giornalisti sarebbe probabilmente più coerente con i ricavi che un quotidiano di queste dimensioni può generare oggi.

Si tratta di un problema comune a tutte le testate nazionali dove le vendite e i ricavi pubblicitari sono diventati un terzo di quindici anni fa, ma le redazioni si sono asciugate molto meno.

Non a caso, in questa ondata di vendite i compratori hanno dato poche garanzie sul mantenimento dell’occupazione tra i giornalisti. Si tratterebbe semplicemente di promesse non mantenibili. La scommessa per tutti è quella di trovare un modo per mantenere una qualità accettabile con redazioni che vanno almeno dimezzate.

La qualità della Stampa, soprattutto in alcune sezioni come gli esteri, è stata per tanti anni un punto di riferimento importante per tutta l’informazione italiana, ma non credo che oggi sia una leva sufficiente per risollevare le sorti della testata.

In teoria un quotidiano con queste caratteristiche potrebbe anche funzionare come dorso nazionale di una rete di giornali locali, cioè come centro di produzione delle pagine politiche ed economiche da distribuire alle altre testate del gruppo. È un modello utilizzato da diversi editori. E in fondo il gruppo Sae che ha acquistato la testata è composto da quotidiani locali.

15 milioni di dollari per ricostruire il giornalismo locale a Los Angeles

Tuttavia, la scala del gruppo rende questa prospettiva difficile. La diffusione complessiva è troppo limitata per sostenere una struttura nazionale di questo tipo e la presenza è troppo concentrata in alcune province del Nord-Ovest. Il confronto con esperienze editoriali come quella del sistema QN – Quotidiano Nazionale, che integra più quotidiani regionali sotto una stessa produzione centrale, mostra quanto sia importante la massa critica.

La cessione della Stampa potrebbe contribuire a sbloccare anche la vendita di Gedi al gruppo greco Antenna che non era interessato al quotidiano torinese. Un punto incerto riguarda la valutazione del gruppo e alcune testate come l’Huffington Post. L’acquirente è interessato maggiormente alle radio del gruppo Gedi (Deejay, Capital e m2o) anche perché vanta già un’esperienza televisiva e potrebbe puntare ad allargare la presenza italiana in questa direzione. Il calo di Repubblica è stato più consistente rispetto ad altri quotidiani ed è possibile che un’eventuale ristrutturazione industriale si mescoli a tensioni sulla linea politica.

Forse la Stampa con il suo peso nel mercato delle province piemontesi ha qualche speranza di sopravvivere. La vendita della Stampa può essere interpretata come un ritorno alla sua vocazione originaria. Per decenni il quotidiano torinese ha coltivato l’ambizione di essere un grande giornale nazionale, sostenuto da un mercato pubblicitario molto più ricco di quello attuale.

Oggi quel modello appare difficilmente replicabile. Il futuro della testata potrebbe passare da una strategia più coerente con la sua realtà economica: essere il grande quotidiano del Nord-Ovest, capace di presidiare il territorio e di trasformare questa leadership anche nel digitale. In un mercato editoriale sempre più frammentato, il radicamento locale potrebbe rivelarsi non un limite ma la condizione per costruire un modello sostenibile.

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Marco Gambaro
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X: @MaGambaro Marco Gambaro è professore di Economia dei Media presso l’Università degli Studi di Milano. I suoi interessi di ricerca riguardano le industrie della comunicazione, le piattaforme digitali e le industrie culturali. Ha lavorato come consulente di direzione con i principali gruppi di comunicazione, con organismi di regolamentazione e con grandi aziende italiane ed estere sui temi delle piattaforme digitali, dell'industria televisiva, della pubblicità, dell’antitrust sul mercato della comunicazione.