Restoring Trust in the Media. Cosa è stato detto nell’evento di Semafor sul futuro dell’informazione

Di il 12 Marzo, 2026
Carlo Castorina intervista Ben Smith
A Washington, giornalisti, imprenditori e istituzioni hanno lanciato un segnale chiaro: il momento di cambiare rotta è adesso, prima che l'informazione si dissolva nell'attivismo e perda del tutto la fiducia del pubblico
Immagine di copertina: Ben Smith, co-founder di Semafor

Mercoledì 25 febbraio, Semafor ha ospitato l’evento “Restoring Trust in the Media“.

Durante la serata, i fondatori Ben Smith e Justin Smith, insieme al giornalista Max Tani, hanno intervistato alcune delle figure più rilevanti nel settore dei media.

Giornalisti, imprenditori, attivisti e rappresentanti delle istituzioni si sono alternati in una serie di discussioni, cercando di rispondere a due domande: quali sono le criticità più urgenti da affrontare e dove si trovano oggi i motivi di speranza.

Al centro della discussione, tre tendenze che stanno ridisegnando il settore: il calo della fiducia nelle notizie, una crisi del modello di business dell’editoria tradizionale e un’ondata di fusioni e acquisizioni che sta riorganizzando l’assetto del panorama mediatico americano e globale.

L’evento ha toccato anche il ruolo crescente di influencer politici e podcaster nel ridisegnare il consumo di notizie online, tema su cui le opinioni degli intervistati si sono rivelate spesso divergenti.

Licenze e responsabilità editoriali

Tra gli intervistati figurava Brendan Carr, presidente della Federal Communications Commission (FCC), l’organo di vigilanza americano delle telecomunicazioni.

Quando Carr ha dichiarato che il giornalismo sta perdendo la capacità di divulgare notizie accurate, Ben Smith lo ha incalzato chiedendogli se si stesse riferendo alla polemica con Jimmy Kimmel.

Il conduttore del noto programma Jimmy Kimmel Live! aveva infatti commentato a settembre l’assassinio di Charlie Kirk, con alcuni riferimenti che secondo l’amministrazione Trump non erano adeguati.

In seguito, il Presidente della FCC aveva risposto con una dichiarazione in cui avvertiva che l’ABC avrebbe rischiato la licenza se non avesse preso provvedimenti.

La mossa aveva suscitato critiche diffuse. Carr ha replicato distinguendo tra libertà di espressione e responsabilità editoriale: il Primo Emendamento tutela entrambe, ma chi detiene una licenza televisiva è tenuto a rispettare standard di decenza pubblica, standard che, secondo lui, Kimmel non avrebbe rispettato.

Sul ruolo della FCC, la posizione di Carr è netta: la televisione è un mezzo che passa attraverso concessioni statali e va regolato di conseguenza.

“La mia FCC governerà secondo l’interesse pubblico”, ha dichiarato, aggiungendo che uno dei suoi obiettivi principali sarà contrastare la percezione, sempre più diffusa, che il governo censuri certi organi di stampa.

Una percezione che, secondo Carr, alimenta la sfiducia nei confronti del mezzo televisivo, quando la FCC si limita a regolamentare licenze radiofoniche e televisive secondo criteri legali, non politici.

Questa posizione è stata rinforzata quando, intervistato dal Financial Times a margine del Mobile World Congress di Barcellona, il presidente della FCC ha dichiarato di non voler bloccare l’acquisizione di Warner Bros da parte di Paramount.

Secondo Carr, la fusione, che porterà la CBS News e CNN sotto lo stesso tetto, non rappresenta una minaccia per la concentrazione del potere mediatico. Infatti, la competizione nel settore è “molto robusta” e il ruolo della FCC nell’operazione sarà principalmente limitato all’esame della struttura finanziaria dell’accordo.

Trump contro la BBC

Sul fronte degli scontri tra istituzioni e organi di stampa, è intervenuta anche Deborah Turness, ex presidente della NBC e da poco dimessasi dal ruolo di amministratrice delegata della sezione notizie della BBC.

Turness era infatti rimasta al centro di uno scandalo, in seguito al quale lei e il direttore generale, Tim Davie, hanno lasciato la direzione della BBC.

Secondo quanto rivelato dal Telegraph, un episodio del programma Panorama aveva tagliato un discorso di Donald Trump del 6 gennaio 2021 in modo tale da far sembrare che il presidente avesse esplicitamente incitato l’attacco al Campidoglio.

Le accuse da parte dei conservatori britannici si sono moltiplicate rapidamente, fino alla denuncia per diffamazione da parte di Trump nei confronti della BBC, per un totale di dieci miliardi di dollari.

In quella che è stata la sua prima intervista pubblica dopo le dimissioni, Turness ha tenuto a precisare che la decisione di dimettersi è stata esclusivamente sua: nessuna pressione esterna, nessuna richiesta da parte della BBC.

Una precisazione rilevante, perché sposta la lettura delle dimissioni dal piano politico a quello della responsabilità editoriale.

Secondo Turness, lasciare era doveroso: un errore commesso sotto la sua direzione richiedeva che qualcuno se ne assumesse la responsabilità.

Al tempo stesso, ha difeso con forza la BBC, respingendo le accuse di un pregiudizio istituzionale contro Trump e definendo infondata l’ipotesi che il taglio del discorso fosse intenzionale e mirato a mettere in cattiva luce il presidente americano.

Giornalismo televisivo e podcast

Max Tani ha poi affrontato il tema della competizione tra podcast e programmi televisivi con Kristen Welker, conduttrice di Meet the Press, il programma di informazione politica più longevo degli Stati Uniti.

Secondo Welker, il punto di forza dello show è il formato domenicale, che consente di ripercorrere gli eventi della settimana con attenzione e giudizio.

Un vantaggio che però ha un costo: aspettare la domenica significa cedere reattività ai podcast, più veloci a riportare e commentare le notizie nel momento in cui accadono.

Sul piano editoriale, invece, Welker ha sottolineato quanto sia importante la cura del tono. Il pubblico non cerca scontri, ma confronti in cui possa seguire il ragionamento e sentirsi parte del discorso.

Per questo Meet the Press sta puntando su un formato bipartisan, convinta che gli spettatori siano più interessati a vedere entrambi i lati della questione che a seguire una linea schierata.

A chiudere l’intervista, una nota sul rapporto tra Trump e la stampa: Tani ha rivelato che Welker ha il numero personale del presidente e lo sente direttamente al telefono.

Un dettaglio che riflette un cambiamento più ampio: i conservatori sono oggi più disponibili a partecipare ai programmi televisivi tradizionali, e la Casa Bianca si interfaccia regolarmente con Meet the Press, in un rapporto che Welker descrive come collaborativo.

Il giornalismo tra cronaca e attivismo

Su argomenti simili a quelli affrontati da Tani e Welker, Ben Smith ha intervistato Jacqui Heinrich, conduttrice di The Sunday Briefing e corrispondente di Fox News dalla Casa Bianca.

Partendo dal fatto che l’amministrazione Trump ha limitato la presenza di alcuni organi di stampa alla Casa Bianca, Smith ha chiesto a Heinrich se teme che un’amministrazione democratica possa fare lo stesso.

La risposta è stata netta: una sala stampa composta solo da media graditi all’amministrazione è un problema, indipendentemente da chi governa. I giornalisti non dovrebbero avere paura di fare domande e dovrebbero avere libero accesso alla Casa Bianca.

Sulla presenza degli influencer, Heinrich ha riconosciuto che aprire la sala stampa ai media non tradizionali era in principio una buona idea, ma ha sottolineato che tra giornalisti e influencer politici esiste una differenza sostanziale. Smith ha osservato che, in ogni caso, il loro interesse sembra già in calo.

Sul ruolo dei media, la posizione di Heinrich è netta: i giornali devono fare cronaca, non attivismo.

Secondo la corrispondente, si è creata una sovrapposizione tra due funzioni che dovrebbero restare distinte, ovvero rendere responsabile la Casa Bianca e raccontare cosa succede. Ai giornalisti spetta la seconda.

Smith ha poi sollevato un problema strutturale del giornalismo televisivo contemporaneo: in un ecosistema dominato dalle clip, il lavoro di un conduttore viene spesso giudicato attraverso un frammento decontestualizzato diventato virale su X.

Heinrich ha invece ridimensionato la questione: è un problema reale, ma successivo alla produzione, e non dovrebbe influenzare la conduzione. Ha poi citato le community notes come strumento utile per contestualizzare meglio i contenuti che circolano sui social.

La nuova bussola del giornalismo

A chiudere l’evento, Mathias Döpfner, amministratore delegato di Axel Springer, ha offerto una lettura strutturale della crisi dei media.

A quanto sostiene Döpfner, la polarizzazione sta rendendo le produzioni giornalistiche prevedibili e, di conseguenza, poco interessanti: quando il pubblico sa già cosa leggerà prima ancora di aprire un articolo, la fiducia si erode e l’attenzione cala.

La soluzione, secondo l’editore tedesco, passa da una distinzione netta tra giornalismo e attivismo. Il giornalismo è informazione trasparente, non una presa di posizione politica.

Tani lo ha provocato su questo punto, osservando che Axel Springer non è estranea a scelte editoriali che si avvicinano all’attivismo, citando in particolare la posizione sul conflitto israeliano.

Döpfner ha risposto senza esitare: Axel Springer si fonda su cinque pilastri valoriali fondamentali, pubblici e dichiarati, che includono la difesa della libertà di espressione, il sostegno allo Stato di Israele, l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa, i principi dell’economia di mercato e il rifiuto dell’estremismo politico e religioso.

Secondo lui la differenza è sostanziale: un’organizzazione giornalistica può appoggiarsi a valori fondanti, ma non può essere vincolata da scelte politiche.

È una distinzione sottile, ma probabilmente la più onesta che l’evento abbia prodotto.

Axel Spinger

Mathias Doepfner, ad di Axel Springer, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, nel 2016. Fonte: Flickr

Idee condivise

Restoring Trust in the Media” ha messo in fila voci molto diverse, per provenienza e pensiero politico, ma ha fatto emergere alcune linee fondamentali condivise.

La fiducia nel giornalismo non si ricostruisce esclusivamente attraverso la qualità dei contenuti. Dipende invece dall’identità editoriale, dalla trasparenza nei confronti del pubblico e dalla capacità di distinguere tra cronaca e posizione ideologica.

In un ecosistema in cui la polarizzazione premia la prevedibilità e i social media frammentano il contesto, queste distinzioni diventano sempre più difficili da mantenere e sempre più necessarie.

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Rocco De Carolis
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Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di guerra ibrida, comunicazione politica e dinamiche digitali dell’informazione. Studente di Global Humanitarian Studies presso UCL, ha una formazione in sicurezza internazionale e geopolitica, consolidata con un Diploma in Global Security presso ISPI. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina e coordina programmi di mentoring nel Regno Unito per United Italian Societies. Scrive di disinformazione, propaganda, interferenze straniere, comunicazione politica e attivismo sui media digitali. È interessato alle fratture del presente: conflitti, potere, narrazioni e alle loro conseguenze sociali. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con un’attenzione specifica al sistema politico e mediatico anglo-americano.