Immagine di copertina: Sede de El País, Madrid. Fonte: Wikimedia Commons
“Fa pensare”, “non tutti la pensano allo stesso modo”, “sarà di chi pensa”: con questi tre slogan si pubblicizzava nel 1976 la nascita di un nuovo quotidiano che aiutasse la Spagna a “pensare” in libertà, dopo quasi quattro decenni di dittatura.
Cinquant’anni dopo, lo stesso giornale, El País, festeggia un importante anniversario, e lo fa, a differenza di tanti quotidiani al mondo, a testa alta: con i suoi 451mila abbonati, è il principale giornale del Paese e la testata digitale in lingua spagnola più letta al mondo. I suoi competitor nazionali, come El Mundo e La Vanguardia, si fermano rispettivamente a 163mila e 145mila abbonamenti
Tra le ragioni del suo successo, un mix di fedeltà allo spirito con cui è nato il giornale negli anni Settanta e innovazione, sia tecnologica che giornalistica, che va dagli investimenti su newsletter, podcast e passatempi, all’introduzione di ruoli verticali in redazione, come la prima gender editor della Spagna e il primo “difensore dei lettori”.
Il giornale del “Paese che vogliamo”
“El País deve essere un quotidiano liberale, indipendente, socialmente solidale, nazionale, europeo e attento ai cambiamenti che oggi stanno avvenendo nella società occidentale”, disse nel marzo del 1977, durante la prima riunione degli azionisti del giornale, José Ortega Spottorno, presidente del gruppo PRISA (di cui fanno parte anche altre testate come As e Cadena SER).
Una linea editoriale che il quotidiano ha cercato di rispettare negli ultimi cinquant’anni, anche per ripagare i grandi sforzi che erano stati necessari per dare vita alla testata.
Nell’editoriale che accompagnava il primo numero, intitolato “Il Paese che vogliamo”, il direttore Juan Luis Cebrián ricorda infatti “la costante pazienza di mezzo migliaio di azionisti che per tre anni hanno sopportato senza defezioni il rifiuto del governo [di Franco] di concedere il permesso di pubblicazione, e l’entusiasmo di duecento persone che, rubando ore al sonno e lavorando contro il tempo da soli tre mesi, possono vantarsi senza riserve di aver pubblicato un quotidiano”.
Come ha segnalato Manuel Vicent, primo cronista parlamentare della testata e scrittore, “il giornale era nato libero dal peccato originale, poiché lo stigma di Franco non aveva danneggiato la sua testata”. La prima copia di El País risale infatti al 4 maggio 1976, a quasi sei mesi dalla morte del dittatore e in piena transizione del Paese verso la democrazia.
Altre testate molto influenti, come La Vanguardia o ABC, sono state fondate invece alla fine dell’Ottocento o all’inizio del Novecento e hanno dovuto quindi fare i conti, in ripetute occasioni, con la censura (sia durante il regime di Franco che quello di Primo de Rivera, negli anni Trenta).
Non solo: secondo Vicent, El País è riuscito a riunire fin dal primo numero una redazione giovane e preparata, “rubando” firme alle principali riviste anti-franchiste come Triunfo e Cuadernos para el diálogo. Una redazione che, proprio a causa delle sue posizioni progressiste, nel 1978 subì un attentato: il 30 ottobre, infatti, una bomba esplose nella sede di Madrid, uccidendo il custode Andrés Fraguas e ferendo un giornalista e un altro custode.
Il pacco che conteneva l’ordigno, costruito da un gruppo di estrema destra, era destinato al caporedattore dell’edizione del mattino. I membri della redazione risposero all’attacco con una nota nell’edizione del giorno successivo in cui si leggeva: “se i terroristi credono che una bomba possa avere la meglio su di noi, si sbagliano di grosso”.
Rispetto ai principi dettati da Spottorno, l’attuale direttore, Jan Martínez Ahrens, ha precisato che la testata è “liberale” nel senso di “disposta a comprendere e ascoltare l’altro, anche se la pensa diversamente, e non ammettere che il fine giustifica i mezzi. Se a questa dichiarazione aggiungiamo l’America, la nostra passione per l’America e il nostro impegno nei confronti dei suoi cittadini, otteniamo il quotidiano di oggi”.
Come ha osservato NiemanLab, negli ultimi dieci anni la testata è passata da essere un “giornale spagnolo” a un “giornale in spagnolo”: nel 2013 ha lanciato la sua edizione digitale latinoamericana e, successivamente, altre quattro versioni nazionali (Messico, Colombia, Cile e Stati Uniti, quest’ultima sia in spagnolo che in inglese). In questi cambiamenti, Martínez Ahrens ha avuto un ruolo centrale come direttore, dal 2020 al 2025, dell’edizione americana del giornale.

Francisco Franco. Fonte: Wikimedia Commons
Il lancio del paywall durante la pandemia
“El País arrivò in ritardo a un modello di business basato sugli abbonamenti. E lo fece, forse, perché El País era un pioniere”, ha spiegato Borja Echevarría, vicedirettore del giornale, al WAN-IFRA News Room Summit nel 2021.
Il quotidiano, infatti, aveva già introdotto un sistema di paywall nel 2002: fu uno dei primi al mondo a farlo. Tuttavia, due anni dopo, la direzione decise di eliminarlo, perché non stava funzionando. “Ecco perché il giornale ha aspettato così tanto tempo prima di passare agli abbonamenti”, ha aggiunto Echevarría.
Così, tra il 2017 e il 2018, la redazione iniziò a pianificare il passaggio di parte dei contenuti della versione digitale del giornale da gratuiti a pagamento. Nel 2019, introdusse la necessità di registrarsi gratuitamente per accedere ad alcuni articoli. La data del lancio definitivo? L’1 marzo 2020.
Con l’inizio della pandemia, la leadership dell’azienda decise di posticipare il cambiamento a maggio, una strategia che si è rivelata vincente. “L’esposizione che abbiamo avuto durante i primi mesi della pandemia è stata enorme. La gente era a casa ed era dipendente dalle notizie”, ha spiegato Echevarría.
La pandemia, quindi, da ostacolo si trasforma in opportunità. E anche il modello delle registrazioni gratuite si rivela fondamentale per fidelizzare il pubblico e, allo stesso tempo, raccogliere dati sulle loro abitudini. Il risultato? A meno di un anno dal lancio della sua versione a pagamento, il giornale ha superato i 100mila abbonati.
A fine 2025, El País contava 451mila iscrizioni, di cui 425mila alla versione digitale. Più in generale, PRISA Media, la divisione editoriale del gruppo, ha registrato un EBITDA di 50 milioni di euro, un calo del 12% rispetto all’anno precedente dovuto principalmente a una riorganizzazione interna dell’azienda.
Dal 2021 in poi, il giornale si è concentrato sullo sviluppo di quattro prodotti fondamentali: podcast, newsletter, giochi e contenuti video. “Quattro anni fa abbiamo potenziato la redazione audio, una scelta che ci ha permesso di concentrarci sullo sviluppo dei podcast e sul consolidarci come il più grande produttore di contenuti audio in spagnolo. Abbiamo fatto lo stesso con l’audiovisivo”, ha spiegato Carlos Núñez, ex presidente esecutivo di Prisa Media.
In parallelo, il numero di iscritti alle newsletter del giornale è cresciuto, superando il mezzo milione di lettori e lettrici nel 2025. Dal 2022 in poi, anno in cui il quotidiano ha ripensato ed ampliato la sua offerta in questo ambito, il numero di prodotti è aumentato fino a raggiungere le 60 newsletter diverse (che vanno dalla politica internazionale agli scacchi, passando per femminismo, cinema e questioni LGBTQIA+), mentre la cifra degli abbonati è salita del 67%.
Allo stesso tempo, la testata ha ampliato la sua offerta di giochi e passatempi, in linea con le decisioni di altri quotidiani nel mondo, sulla scia del successo della strategia del New York Times. Nel 2025, il cruciverba “per esperti” di El País, il passatempo più apprezzato da lettori e lettrici, è stato iniziato almeno sette milioni di volte, con un tasso del completamento del 65%. In media, un utente impiega ogni giorno 19 minuti e 13 secondi per risolverlo.

Un copia de El Paìs. Fonte: Flickr
Due figure innovative in redazione
Le innovazioni, però, non riguardano solo i prodotti (giornalistici e non), ma anche le figure redazionali. Nel 1985, El País è diventato il primo giornale di lingua spagnola ad avere un defensor del lector o ombudsman, ovvero “una figura presente nei giornali per garantire i diritti di chi li legge”.
All’epoca erano solo 29 le testate ad averne uno, soprattutto in ambito anglosassone: oggi, secondo il Reuters Institute, il numero si aggira intorno alle 60. In Italia, la prima e unica public editor è stata Anna Masera, a La Stampa, tra il 2016 e il 2021.
“Il numero di messaggi che ricevo ogni giorno cambia molto, così come il loro contenuto. È difficile anche descrivere con precisione quali sono le caratteristiche di chi mi scrive: quasi nessuno mi dice che lavoro fa o quanti anni ha. Molto spesso si tratta però di lettori molto legati al giornale e che lo leggono da molto tempo, quindi è possibile dedurre la loro età. Ma non è detto”, ha spiegato in un’intervista Soledad Alcaide, difensora dei diritti dei lettori di El País dal 2023.
“Dietro a ogni decisione c’è quasi sempre una storia che è meglio conoscere prima di dare la prima risposta ovvia che mi viene in mente. E i lettori apprezzano molto quando mi impegno a raccontarla”, ha aggiunto, raccontando che la maggior parte del suo lavoro consiste non solo nel rispondere a commenti e richieste del pubblico, ma anche nel dialogare con redattori e redattrici degli articoli che sono stati pubblicati per rispondere ai dubbi avanzati da lettori e lettrici.
“Quella del defensor del lector è una figura che indubbiamente aiuta a migliorare un giornale, perché non solo ci costringe a riflettere sulla professione da un altro punto di vista, ma anche a spiegare come funziona il giornalismo e quali sono le sue regole. Di certo, il ruolo è più complesso, perché da molti anni questo il mio non è solo un giornale di carta che viene prodotto in orari precisi, ma un media digitale che lavora 24 ore su 24 grazie a redazioni in due continenti e che oltre a testi scritti produce anche prodotti audio e video”, ha concluso la giornalista.
Un’altra figura innovativa, presente nella redazione del giornale dal 2018, è quella della gender editor, il cui obiettivo è “pianificare e migliorare la copertura di temi legati all’uguaglianza e alle donne”.
Un anno prima, a pochi giorni dalla pubblicazione dei primi articoli sul caso Weinstein, il New York Times aveva nominato Jessica Bennett come prima gender editor della storia del giornalismo. In un’intervista, Bennett aveva spiegato che il suo obiettivo non era “non ricreare le “sezioni femminili” che andavano cinquant’anni fa, nelle quali i contenuti soprannominati “da donne” erano relegati alla loro sezione all’interno del giornale”, ma quella di diventare un’”editor itinerante” che aiutasse tutte le sezioni del quotidiano.
“Stiamo cercando di espandere e migliorare in maniera organica la copertura di questi argomenti in ogni sezione, in modo che chi legge non se ne accorga: il genere non dovrebbe avere una sezione a sé. Saprò di aver fatto bene il mio lavoro quando non ce ne sarà più bisogno”, ha precisato Bennet.
Già nel 1976, El País si distinse per la scelta di pubblicare un reportage sui voli charter che portavano le donne spagnole ad abortire a Londra (l’aborto verrà depenalizzato nel Paese nel 1985). Nel 2001, fu anche il primo giornale a contare le vittime della violenza di genere in Spagna, prima che lo Stato iniziasse a raccogliere dati sul fenomeno.
Sulla scia del New York Times e altri giornali anglosassoni e nel rispetto delle questioni di genere, nel 2018 il direttore Antonio Caño nominò la prima gender editor del giornale, Pilar Álvarez, il cui posto è stato preso nel 2022 da un’altra giornalista, Isabel Valdés. Col tempo, altri giornali spagnoli hanno introdotto questa figura nelle loro redazioni, incluse la radio e la televisione pubblica (RNE ed RTVE).




