Tra scontri politici e artificiali, il Super Bowl ha offerto una chiara visione del mondo di oggi

Di il 10 Febbraio, 2026
Da Bad Bunny a Trump, dal brand activism all’IA. Tra football, musica, politica e marketing, l’America si specchia nelle sue divisioni
Immagine di copertina: Bad Bunny. Fonte: Shutterstock

Dopo i fischi a J.D. Vance alle Olimpiadi di Milano-Cortina e le proteste anti-ICE di Milano, è arrivato l’evento sportivo più atteso dagli americani.

Il Levi’s Stadium di Santa Clara, in California, ha fatto registrare il tutto esaurito per il 60° Super Bowl, andato in scena l’8 febbraio, che ha visto fronteggiarsi i Seattle Seahawks e i New England Patriots.

Una finale storica, segnata non solo dal football, ma, come prevedibile, anche dalle polemiche.

A far rumore, infatti, è stata l’assenza di Donald Trump, che nei giorni precedenti aveva duramente criticato lo spettacolo dell’Halftime show, definendo la scelta degli artisti una “decisione terribile, che semina odio”.

L’evento sportivo più seguito al mondo, capace ogni anno di catalizzare un centinaio di milioni di spettatori, si è così trasformato in un vero e proprio terreno di scontro politico e culturale.

La decisione di affidare il palco a Bad Bunny e ai Green Day aveva acceso il dibattito ben oltre i confini degli Stati Uniti, rimbalzando sulle pagine della stampa americana e internazionale e confermando, ancora una volta, come il Super Bowl sia molto più di una semplice partita.

E a giudicare dalla performance di domenica, Trump ha forse fatto bene a non presentarsi all’appuntamento.

L’ode di Bad Bunny all’America (da Sud a Nord)

Bad Bunny ha trasformato il palco in un manifesto culturale, firmando una performance che è stata una vera e propria dichiarazione d’amore all’America latina, intesa non come singolo Paese ma come continente plurale, che abbraccia Nord e Sud, storie e identità diverse.

Immerso in una scenografia potente e simbolica, tra piantagioni di canna da zucchero e rimandi visivi alla tradizione sudamericana, l’artista portoricano ha dato vita a uno show di reggaeton destinato a restare impresso nella memoria collettiva.

A sorpresa, Lady Gaga è salita sul palco come special guest: ha cantato in inglese circondata da ballerini di salsa, all’interno di una scenografia ispirata a un matrimonio latino.

La ricostruzione di un tipico appartamento di Puerto Rico, con tanto di chiosco e della tradizionale fiaschetteria “La Marqueta”, ha fatto da cornice all’apparizione di numerosi volti noti dello show business statunitense: da Pedro Pascal a Cardi B, passando per Karol G e Jessica Alba.

Tra i musicisti, anche Ricky Martin, che ha emozionato il pubblico esibendosi in una canzone in spagnolo, rafforzando ulteriormente il legame con le radici culturali condivise.

Una celebrazione corale, rigorosamente in spagnolo, popolata da anziani, bambini, giovani e persone comuni, che ha restituito un ritratto (forse un po’ forzatamente) autentico e inclusivo dell’identità latino-americana.

Bad Bunny vs. Trump

Uno dei momenti più simbolici è arrivato quando Bad Bunny ha sventolato la bandiera di Puerto Rico salendo su un traliccio della luce, richiamando l’attenzione sui frequenti blackout che ancora affliggono l’isola, e catalizzando così l’attenzione su un problema sociale spesso ignorato dal governo di Washington.

Gran finale dal forte impatto politico e simbolico: sul palco hanno sfilato tutte le bandiere del continente americano, dal Cile al Canada, mentre l’artista elencava i nomi delle nazioni proclamando “God bless America”.

In mano, una palla da football con la scritta: “Together we are America”.

Sui megaschermi è poi apparsa la frase: “The only thing more powerful than hate is love” (“L’unica cosa più forte dell’odio è l’amore”), un messaggio chiaro e diretto contro le politiche divisive che negli Stati Uniti alimentano una narrazione criminalizzante degli immigrati sudamericani, spesso ridotti all’etichetta di “illegal aliens” da espellere.

Un finale che ha trasformato lo spettacolo in un atto politico, oltre che artistico.

La risposta di Trump non si è fatta attendere sul suo social media Truth, in cui ha definito lo show del cantante il peggiore Halftime show di sempre.

Bad Bunny non ha infatti mai fatto segreto delle sue posizioni politiche fortemente anti-ICE. Già da mesi era iniziato il dibattito pubblico sulla sua performance.

Etichettato come odiatore di Trump, come simbolo del multiculturalismo woke e additato come attivista anti-ICE, un cantante americano dai vestiti gender-fluid senza nessuna canzone in inglese, la superstar era stata oggetto di forti polemiche social da parte dell’universo MAGA.

L’NFL aveva difeso la propria scelta basandosi sui 70 miliardi di stream dell’artista. Ma il mondo MAGA ha risposto organizzando un evento parallelo.

The All-American Halftime Show

L’organizzazione Turning Point Usa, fondata da Charlie Kirk e guidata oggi dalla vedova Erika, ha organizzato uno spettacolo alternativo intitolato ‘The All-American Halftime Show, che è stato diffuso in contempo, sottolineando così la propria contrarietà nei confronti delle scelte artistiche della NFL.

Richiamandosi ai valori di ‘fede, famiglia e libertà’ e invitando cantanti come Kid Rock, Brantley Gilbert, Lee Brice e Gabby Barrett, il mondo MAGA ha così preso le distanze dall’evento sportivo più seguito d’America.

Prima della partita di domenica NBC News ha inoltre trasmesso un’intervista esclusiva a Donald Trump, in cui il tycoon ha spiegato che non sarebbe andato allo stadio a causa della grande distanza da Washington.

Il conflitto tra Trump e Bad Bunny risale però a qualche giorno prima. L’artista portoricano ha recentemente vinto il premio come miglior album ai Grammy Awards 2026, aggiudicandosi una storica vittoria come primo album in lingua spagnola ad aggiudicarsi questo premio.

Durante la consegna del premio, Bad Bunnny ha tenuto un discorso fortemente politico e polarizzante. Nel discorso, completamente in spagnolo, ha parlato delle sue origini e ha dedicato il premio a chi ha dovuto lasciare la propria terra per inseguire il proprio sogno.

“Before I say thanks to God, I’m going to say: ICE out”, ha esordito il cantante. Ha detto che “non siamo “selvaggi, non siamo “animali, non siamo alieni, siamo esseri umani e siamo americani”, aggiungendo che bisogna combattere con amore invece che con odio.

Anthropic vs. OpenAI

Un altro tema che riguarda il Super Bowl sono gli enormi costi pubblicitari del celebre evento sportivo americano.

Costi che le diverse aziende competitor di IA sono più che disposte a sborsare per essere rappresentate durante l’evento.

L’edizione di quest’anno è infatti stata caratterizzata dalla presenza di più di un’azienda di IA, come OpenAI e Anthropic, che hanno proposto i loro spot durante la diretta sportiva.

È stato molto interessante osservare i diversi stili adoperati dalle aziende per realizzare gli spot, parzialmente o integralmente realizzati con IA. Ma, in particolare, Anthropic ha deciso di puntare sul sentiment negativo dei consumatori nei confronti delle pubblicità che verranno introdotte sui sistemi di IA

Lanciando uno spot provocatorio e critico nei confronti di aziende come OpenAI, Anthorpic ha pubblicizzato Claude con il suo annuncio: “Ads are coming to AI, but not to Claude” (“Le pubblicità stanno sbarcando sull’IA, ma non su Claude”).

Non a caso lo slogan scelto è “Keep thinking”, ovvero “Continua a pensare”. Anthropic dimostra così di aver preso posizione a favore di un’IA libera dalle pubblicità e sponsorizzazioni a pagamento.

Super Bowl 1984: il marketing distopico di Apple

Non è una novità che il Super Bowl venga usato come palco per le aziende high tech. L’evento ci ricorda un’epica stagione del marketing, con la rivoluzione inaugurata da Apple nel 1984.

Sfruttando le aspettative dispotiche legate all’anno 1984, riferendosi al celebre romanzo di Orwell 1984, Apple aveva presentato uno spot iconico, entrato nell’immaginario collettivo di milioni di spettatori.

Lo spot pubblicitario che lanciò il Macintosh sul mercato è considerato non solo una pietra miliare nella storia della pubblicità, ma anche uno dei momenti più iconici della cultura pop moderna, capace di trasformare un semplice annuncio in un evento culturale memorabile.

Durante il Super Bowl XVIII, Apple mandò in onda un annuncio di 60 secondi – diretto dal regista cinematografico Ridley Scott – che non mostrava mai il prodotto né parlava direttamente di computer.

La scena si apriva in una cupa e monocromatica sala industriale, dove file di persone con teste rasate e abiti grigi camminano in sincronia verso un grande schermo su cui un oratore in stile Big Brother predica un messaggio di conformismo e controllo.

All’improvviso una giovane donna atletica in pantaloncini rossi e canottiera bianca, con l’immagine di un Macintosh stampata sul petto, irrompe correndo tra la folla, inseguita da guardie in uniforme. In mano porta un martello. A tutta velocità si avvicina allo schermo gigante e lo colpisce facendolo esplodere in una nube di luce e fumo.

Il messaggio finale, accompagnato da testo scorrevole e voce fuori campo, recita: “Il 24 gennaio Apple Computer presenterà Macintosh. E vedrai perché il 1984 non sarà come 1984, alludendo infine al romanzo orwelliano.

L’arrivo del brand activism

Dagli anni ’80 il marketing si è evoluto verso strategie sempre nuove di branding e di storytelling, sempre attento all’annuale appuntamento sportivo.

Una novità che ha caratterizzato però, più di ogni altra, il brand storytelling contemporaneo è stato il brand activism rappresentato da Budweiser e Nike nelle edizioni del Super Bowl del 2017 e del 2018.

L’esempio più celebre è quello che, nel trentennale dello slogan “Just do it!”, scelse Colin Kaepernick come volto di un’edizione speciale della sua campagna. Siamo nella prima presidenza Trump.

L’ex quarterback della NFL nel 2016 iniziò a inginocchiarsi durante l’inno nazionale americano per protestare contro il razzismo della polizia e la sua violenza sistemica. Questa sua protesta attirò forti critiche da parte dell’allora presidente Trump e di molti suoi sostenitori.

L’azzardo di Nike era stato quello di legare il proprio claim storico al coraggio dell’atleta, usando la sua immagine in bianco e nero nel celebre spot con lo slogan “Believe in something – even if it means sacrificing everything” (“Credi in qualcosa – anche se significa sacrificare tutto”).

La scelta del brand di appoggiare l’atleta come simbolo di protesta contro l’ingiustizia razziale risultò vincente.

Nike, che non trasmetteva uno spot al Super Bowl dal 2018, ha proprio l’anno scorso deciso di trasmettere uno spot di 60 secondi dedicandolo al tema della parità di genere negli sport, ricalcando l’esempio di brand come Dove.

L’anno scorso la performance musicale di Kendrick Lamar, promossa da Apple Music, ha suscitato numerose reazioni per il suo carattere fortemente politico. Attraverso coreografie che richiamavano la bandiera americana, pose di ispirazione militare e la presenza di Samuel L. Jackson nei panni simbolici di Uncle Sam, lo show ha cercato deliberatamente l’effetto shock.

Il contrasto tra la ‘blackness’ ribelle del cantante e dei ballerini e l’immagine di un’America uniforme e conformista ha messo in scena il tema del “cultural divide” tra America bianca e America nera.

La scelta di inserire l’attore Samuel L. Jackson, già interprete di un personaggio controverso in ‘Django Unchained’, ha rafforzato la lettura critica della performance, che molti hanno interpretato non come semplice intrattenimento, ma come un potente commento sulla società americana contemporanea.

Secondo il Time, Kendrick ha reinterpretato l’Halftime Show come qualcosa di più profondo, proponendo riflessioni critiche su razza, identità e potere negli Stati Uniti.

Lo stesso proposito che sembra essersi posto Bad Bunny per quest’anno, parlando però di America latina.

Kayne West e lo scandalo politico del 2025

Dal mondo della musica è stata lanciata un’ulteriore provocazione politica, durante il Super Bowl del 2025, ovvero quella di Kanye West.

Il rapper americano non ha partecipato né come cantante dell’Halftime show né come ospite ufficiale della Nfl, ma è stato comunque protagonista di un episodio molto controverso che ha attirato l’attenzione dei media.

West ha comprato uno spot pubblicitario trasmesso durante il Super Bowl solo su Fox, per promuovere il suo marchio Yeezy.

Nello spot di circa 30 secondi, filmato con un iPhone, appare seduto su una sedia in uno studio dentistico mentre invita gli spettatori a visitare il sito yeezy.com. Sul sito appariva un solo prodotto: una maglietta bianca con una svastica nera, che è poi stata rimossa dal web.

Questa forma di merchandising, che voleva sfruttare l’evento del Super Bowl per la sua visibilità, era legata a una serie di messaggi pubblicati da West sui social (poi cancellati), considerati antisemiti e altamente provocatori.

Messaggi che sono stati criticati suscitando un’ondata di critiche e di indignazione pubblica.

Un episodio che conferma, ancora una volta, come il Super Bowl sia molto più di un evento sportivo: per brand e politica è diventato un appuntamento rituale, un palcoscenico globale in cui ideologie, visioni e conflitti si scontrano sotto i riflettori.

Resta ora una domanda inevitabile: quale sarà il tema del prossimo anno, alla luce degli esiti delle elezioni di midterm?

Devi essere loggato per lasciare un commento.
Bianca Maria Esposito
/ Published posts: 4

Docente esperta di comunicazione politica con un dottorato in filosofia politica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha vissuto tra Roma, Parigi e New York, dedicando la sua vita alla ricerca. Attualmente è tutor del master in Comunicazione e Marketing politico e istituzionale della Luiss School of government. Ha scritto per Agenda e IlTascabile di Treccani e su diverse riviste scientifiche.