Parole e realtà: la comunicazione di Trump

Di il 28 Gennaio, 2026
Il metodo Trump non punta più a vincere il dibattito pubblico, ma a creare una realtà politica prima che il dibattito abbia inizio
Immagine di copertina: Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shutterstock

Nel caos politico odierno, in cui molti avvertono la mancanza delle certezze del passato, anche nel mondo della comunicazione è necessario comprendere bene i cambiamenti in atto.

Il modo in cui si forma l’opinione pubblica, e soprattutto la cinghia di trasmissione tra politica e cittadini, sfugge ormai alle regole che valevano prima dell’epoca non solo dei social media, ma anche dei movimenti populisti.

In questa analisi, naturalmente, non si può prescindere da Donald Trump, la figura che più di ogni altra ha imposto un nuovo metodo di comunicazione.

Non è utile, però, continuare a leccarsi le ferite: occorre riconoscere i nuovi meccanismi non solo dal punto di vista tecnico, ma anche per ciò che significano sul piano sostanziale, in una società in cui la sfiducia verso le istituzioni persiste, aprendo possibilità tanto negative quanto positive per il futuro.

Donald Trump durante un comizio in Arizona nel 2018. Fonte: Flickr

All’inizio ci fu la campagna di Trump del 2015-16. Da candidato, la decisione del tycoon di scavalcare i media dell’establishment – soprattutto attraverso l’uso dell’allora Twitter – provocò un vero terremoto. Molti dei cosiddetti legacy media, infatti, non riuscirono nemmeno a capire cosa stesse accadendo.

Se per decenni, forse per oltre un secolo, i grandi giornali e poi le principali reti televisive avevano svolto il ruolo di gatekeeper dell’informazione, decidendo in base a regole più o meno corrette chi meritasse l’attenzione del pubblico, a quel punto tutto cambiò.

Mentre i giornalisti deridevano Trump e la sua campagna – l’Huffington Post arrivò persino a relegarlo nella sezione di intrattenimento anziché in quella politica – cresceva un movimento anti-establishment destinato a stravolgere il mondo.

Era importante allora, e lo è ancora oggi, capire che quel movimento non si basava soltanto sull’infatuazione MAGA e su narrazioni spesso complottistiche, ma anche su temi seri utilizzati da Trump e minimizzati dalle istituzioni dominanti: la critica feroce alla globalizzazione, non solo in termini economici ma anche culturali, così come il diffuso sentimento popolare contrario agli interventi militari all’estero.

Grazie a questo connubio, il tycoon riuscì a creare una frattura tra il suo stile di comunicazione diretto e brutale e le istituzioni da lui definite “fake news”, che si affannavano a difendere le proprie prerogative tradizionali.

Nella seconda amministrazione Trump, questo metodo è arrivato a un livello ancora superiore. Anche perché non si tratta più soltanto di una battaglia di parole e narrazioni: questa volta il presidente tende a creare realtà strettamente legate alla comunicazione.

Quando parla di dazi, di Dottrina Monroe o di lotta all’immigrazione, mette immediatamente in campo azioni imponenti dello Stato americano, una sorta di words on the ground che rende più difficile la risposta.

Non basta dire che la Casa Bianca sbaglia o mente, sperando di influenzare il dibattito pubblico, perché nel frattempo è cambiata anche la realtà dei fatti.

Un buon esempio di questa dinamica è il cosiddetto Liberation Day, il 2 aprile 2025, quando il presidente annunciò una serie di nuovi dazi mostrando un cartello con le percentuali applicate a vari Paesi.

Giornalisti specializzati ed economisti hanno passato settimane a spiegare perché quelle percentuali non riflettessero affatto le barriere applicate da altre nazioni verso gli Stati Uniti; hanno provato a smentire Trump e i suoi consiglieri sul piano tecnico, il terreno a loro più familiare.

Nel frattempo, però, l’amministrazione era già andata avanti, avendo imposto i nuovi dazi e costringendo le diplomazie ad attivarsi. Non importava “avere ragione”, ma rispondere a una nuova realtà ormai esistente.

Uno degli aspetti più interessanti di questo caso è che la Casa Bianca ha di fatto cambiato il significato delle parole economiche. Le barriere a cui si riferivano i consiglieri non erano quelle tradizionali – divieti e dazi – ma semplicemente il successo delle esportazioni altrui, considerate di per sé un danno per gli Stati Uniti.

Nel mondo trumpiano, il concetto di “pratiche commerciali sleali” è stato ridefinito. Un’operazione che agli economisti è apparsa ridicola, ma che ha creato una nuova realtà con cui gli altri paesi hanno dovuto confrontarsi.

In alcuni casi ci sono riusciti, ma non attraverso disquisizioni tecniche sulle politiche commerciali: hanno risposto piuttosto con la forza, per costringere Trump a fare marcia indietro, come nel caso della Cina, che ha bloccato l’esportazione di terre rare e l’acquisto di soia dagli agricoltori statunitensi.

Sui temi di potere strategico l’amministrazione agisce in modo simile. La comunicazione enfatizza gli obiettivi della Casa Bianca senza preoccuparsi della loro giustificazione formale.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shuteerstock

Si cerca di creare una realtà nel dibattito pubblico che salti le normali procedure di costruzione del consenso istituzionale e internazionale. Ancora una volta, il resto del mondo discute di diritto internazionale, mentre Trump opera in una cornice diversa.

Nel caso delle pressioni per l’acquisizione della Groenlandia, tuttavia, le controparti hanno dimostrato di avere maggiore familiarità con il nuovo metodo. Invece di limitarsi a un tentativo futile di discutere la legittimità degli obiettivi del presidente americano, hanno risposto sullo stesso piano: un No secco, accompagnato dalla minaccia di misure concrete di difesa.

È una strategia rischiosa con Trump, che sembra disposto a incendiare tutto pur di vincere. Ma nel caso della Groenlandia, come si è visto a Davos, il vantaggio su cui conta sempre – il disorientamento dell’avversario ottenuto cambiando i termini del dibattito – è durato poco, e il presidente ha dovuto fare un passo indietro. La comunicazione non è riuscita a cambiare la realtà, anche se ne ha cambiato il modo in cui è stata trattata.

C’è infine un ultimo elemento da considerare nel metodo Trump di influenzare il dibattito pubblico: quello degli influencer. Se la stampa tradizionale viene criticata e ignorata, podcaster e personaggi dei social media assumono un ruolo centrale.

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La sala stampa James Brady della Casa Bianca. Fonte: Wikimedia Commons

Si sfuma il confine tra informazione e promozione – come accade in molti ambiti, e certamente non solo a destra – con un esercito di influencer impegnati a riempire lo spazio pubblico con una narrazione favorevole alla propria parte politica.

Questa pratica ha portato notevoli benefici alla Casa Bianca, che è riuscita a sostituire una certa fetta dell’informazione relativamente indipendente con un ecosistema di giornalisti e commentatori più allineati alla visione MAGA.

Emergono però nuovi rischi. Chi di spada ferisce, di spada perisce, si potrebbe dire. Non tanto perché lo schieramento opposto riesca a contrastare efficacemente questa costellazione di influencer – i democratici faticano – quanto perché alcuni personaggi chiave mostrano una maggiore autonomia di quanto Trump desidererebbe.

Tucker Carlson e Steve Bannon criticano gli interventi militari dell’amministrazione, pur senza spingersi fino in fondo, mentre la base politica e diversi membri del Congresso non hanno digerito la reticenza del presidente sul caso Epstein.

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Tucker Carlson, conduttore del podcast The Tucker Carlson Show, nel 2023. Fonte: Wikimedia Commons

A questo si aggiunge la crescente reazione pubblica agli eccessi delle operazioni dell’ICE contro gli immigrati. Quando persino Joe Rogan definisce l’approccio degli agenti federali simile a quello della “Gestapo”, diventa evidente che esistono limiti alla capacità di Trump di definire i contorni del dibattito pubblico.

La realtà dei fatti, nonostante tutto, continua ad avere un peso.

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Andrew Spannaus
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Andrew Spannaus è un giornalista e analista politico americano, noto per aver anticipato la rivolta populista negli Stati Uniti e in Europa. Commenta la politica americana e le trasformazioni dei rapporti strategici mondiali per Radio24, Rainews24 e RSI, ed è editorialista de Il Messaggero. Spannaus è docente all'ASERI/Università Cattolica di Milano, ed è stato più volte Consigliere Delegato dell'Associazione Stampa Estera di Milano.