Sánchez vuole guidare la lotta contro la tecnocasta della Silicon Valley in Europa

Di il 11 Febbraio, 2026
Dalla tutela dei minori alla stretta sugli algoritmi, la Spagna si candida a laboratorio europeo della regolazione digitale, aprendo un nuovo fronte nel confronto tra governi e colossi della Silicon Valley
Immagine di copertina: il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez. Fonte: Flickr

“I social media sono diventati uno Stato fallito in cui le leggi vengono ignorate e i reati tollerati”, ha affermato il primo ministro Pedro Sánchez lo scorso 3 febbraio a Dubai, durante il suo intervento al World Governments Summit. 

Nello stesso discorso, Sánchez ha annunciato un pacchetto di cinque misure per proteggere gli utenti che abitano questo “Far West digitale”: tra queste, spicca il divieto alle persone con meno di 16 anni di accedere ai social network. 

Una decisione in linea non solo con un discorso sempre più duro nei confronti di quella che, già un anno fa, aveva soprannominato la “tecnocasta della Silicon Valley”, ma anche con le posizioni delle istituzioni europee e di una serie di Paesi, tra cui Francia, Portogallo, Regno Unito, Danimarca e Australia. 

L’annuncio ha scatenato l’ira di Elon Musk, proprietario di X, che ha definito Sánchez  “un tiranno e traditore del popolo spagnolo” e “un vero fascista totalitario”.

Poche ore dopo è stato il turno di Pavel Durov, fondatore di Telegram, che ha inviato un messaggio a tutti gli utenti spagnoli della piattaforma, sostenendo che queste misure, invece di proteggerli, “potrebbero trasformare la Spagna in uno Stato di sorveglianza”. 

In risposta, il governo spagnolo ha spiegato che lo stesso gesto di Durov è la prova di quanto sia necessario regolamentare l’uso dei social network, condividendo alcuni dati provenienti dall’OBERAXE, l’Osservatorio ministeriale sul razzismo e sulla xenofobia, che solo nel 2025 ha rilevato circa 900.000 messaggi d’odio sui social network in Spagna. 

Un minore su cinque, invece, avrebbe vissuto o assistito situazioni di bullismo online, mentre le chiamate al numero verde sulla cybersicurezza da parte dei minorenni sarebbero aumentate del 41% tra il 2023 e il 2024. 

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Le cinque misure di Sánchez e i loro limiti

Dal 1999 in Spagna è vietato ai minori di 14 anni fornire i propri dati personali senza il consenso dei genitori: la proposta di Sánchez alzerebbe l’età di due anni e non terrebbe conto dell’eventuale autorizzazione da parte delle famiglie. 

Secondo l’esperto in diritto digitale Borja Adsuara, intervistato dal giornale El País, “il problema non è mai stato alzare o abbassare l’età, ma il fatto che non si verifichi mai sul serio”. 

Per ovviare a questo problema, fonti governative assicurano di aver sviluppato uno strumento di verifica dell’età efficace, in linea con tutte le certificazioni di sicurezza richieste e che potrà essere operativo entro fine anno. 

La seconda misura proposta da Sánchez riguarda la creazione di uno strumento capace di seguire le tracce e quantificare i discorsi d’odio sulle piattaforme, in modo da renderli visibili e poter classificare i diversi social media in base alla presenza di hate speech e polarizzazione. 

Anche su questo progetto, Adsuara ha espresso preoccupazione: a misurare questi fenomeni dovrebbe essere un ente indipendente, non un dispositivo creato e monitorato dal governo. 

Il primo ministro ha anche annunciato una modifica alla legislazione spagnola che renderebbe gli amministratori delegati delle piattaforme perseguibili penalmente per i reati che avvengono al loro interno. 

Al momento, la Normativa europea sui servizi digitali già impone ai social media, motori di ricerca e marketplace obblighi di trasparenza, gestione dei rischi sistemici e rimozione dei contenuti illegali. L’applicazione di questa legge ha già portato alle prime multe, come quella applicata a X, che dovrà pagare 120 milioni di euro per non aver rispettato i propri obblighi di trasparenza nell’archivio degli annunci pubblicitari. 

La Commissione europea ha tuttavia ridimensionato le ambizioni di Sánchez, ricordando che i governi nazionali non possono imporre obblighi aggiuntivi alle grandi piattaforme digitali.

Attraverso un’altra modifica al Codice penale, il leader spagnolo vuole trasformare la manipolazione degli algoritmi e l’amplificazione di contenuti illegali in un nuovo reato, lo stesso che ha portato le autorità francesi a perquisire gli uffici di X a Parigi e a convocare Musk per un colloquio. 

Infine, Sánchez ha annunciato che il governo collaborerà con la Procura per indagare e perseguire i reati commessi da TikTok, Instagram e soprattutto da Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da X, di recente al centro di uno scandalo per diffusione di materiale sessualmente esplicito e pedopornografico (sul quale la Commissione europea ha già avviato un’indagine). 

Le cinque misure sono state accolte favorevolmente da tutta la politica spagnola, a eccezione del leader del partito di estrema destra Vox, Santiago Abascal, che le ha definite “i classici sotterfugi con cui la sinistra e i globalisti vogliono imbavagliarci e impedirci di difendere le nostre opinioni”. 

Nella società civile spagnola circa 30mila persone già aderiscono a Adolescencia Libre de Móviles (Adolescenza libera dai telefoni), un movimento nato a Barcellona nel 2023 che ha come obiettivo, come si legge sul suo sito, di “ritardare la consegna del primo smartphone ai nostri bambini e ragazzi fino all’età di 16 anni”, con la collaborazione di scuole e famiglie.

Due delle rappresentanti del movimento hanno partecipato di recente a un’audizione parlamentare sulla difesa dei minori in contesti digitali, argomento su cui sono intervenute anche al Parlamento europeo all’interno della Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori.

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Contro i tecnoligarchi, in Spagna e altrove

Il discorso di Sánchez contro la “tecnocasta” non è nuovo, anzi: è iniziato almeno un anno fa, quando al Forum economico mondiale di Davos ha incolpato i social network di star danneggiando l’ordine liberale e la democrazia. 

A loro volta, queste posizioni si inseriscono in un più ampio atteggiamento critico nei confronti di Donald Trump che il primo ministro spagnolo ha alimentato fin dalla rielezione del presidente statunitense e che lo ha portato a scontrarsi con la Casa Bianca sull’innalzamento delle spese militari al 5% del PIL per i Paesi Nato. 

Alla fine, la Spagna, nonostante le minacce commerciali di Trump, ha mantenuto le sue spese per la difesa al 2,1%. 

Più in generale, il primo Paese a vietare l’accesso alle principali piattaforme ai minori di 16 anni è stata l’Australia, che da dicembre 2025 ha imposto alle aziende obblighi stringenti di verifica dell’età e sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Di conseguenza, in poche settimane sono stati disattivati 4,7 milioni di account. 

In Francia, il parlamento ha approvato una legge che vieta l’uso dei social network ai minori di 15 anni, con il sostegno del governo e del presidente Emmanuel Macron. Se approvata in via definitiva dal Senato, potrebbe entrare in vigore a settembre 2026, rendendo la Francia il secondo Paese al mondo ad adottare una misura di questo tipo.

Anche in Danimarca, il governo ha raggiunto un accordo per introdurre un’età minima di 15 anni su alcune piattaforme social, accompagnando la misura con un investimento pubblico di 160 milioni di corone danesi per rafforzare la tutela dei minori e migliorare l’ecosistema digitale.

Nel Regno Unito, l’esecutivo guidato da Keir Starmer sta valutando un divieto sul modello australiano, senza aver ancora fissato una soglia d’età precisa, ma mettendo in discussione l’attuale età del consenso digitale (13 anni), ritenuta da molti troppo bassa.

In Grecia, alcune fonti governative hanno riferito a Reuters che il governo sarebbe vicino all’annuncio di un bando dei social network per i minori di 15 anni.

In Portogallo, il partito del primo ministro Luís Montenegro (PSD, centrodestra) ha presentato un disegno di legge che prevede il divieto totale di accesso ai social media agli utenti con meno di 13 anni e l’accesso condizionato tra i 13 e i 16 anni con consenso dei genitori tramite un sistema di verifica dell’età. La proposta include limiti alle notifiche e alle funzioni pensate per prolungare l’uso delle piattaforme, ed esclude WhatsApp, considerato uno strumento di comunicazione in famiglia.

In Italia, il tema è al centro del confronto politico, con almeno quattro disegni di legge presentati negli ultimi due anni da parlamentari di maggioranza e opposizione, senza che si sia ancora arrivati a una riforma condivisa.

A livello europeo, il Parlamento ha approvato una raccomandazione nel 2024 che riguarda l’introduzione di un limite di 16 anni per l’accesso ai social network, con possibilità di deroga dai 13 anni previo consenso dei genitori e un divieto totale sotto i 13. Tuttavia, la risoluzione non è vincolante e qualsiasi intervento legislativo richiederebbe una proposta della Commissione e un negoziato tra Stati membri.

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Roberta Cavaglià
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Giornalista freelance, scrive soprattutto di Europa del Sud (politica, società e ambiente), migrazioni e diritti umani per testate italiane e internazionali. È anche l'autrice di Ibérica, la newsletter che ogni settimana ti porta in Spagna e Portogallo senza prendere l'aereo.