L’ascesa della manosfera al femminile fa tremare i democratici americani?

Di il 23 Aprile, 2026
Nel mondo della misoginia online a trionfare non è più solo l'ideale di virilità maschile ma sembra che ci siano sempre più donne interessate a condividere valori e messaggi conservatori
Immagine di copertina: donna in palestra. Fonte: Pexels

Nel mondo della manosfera, universo parallelo fatto di influencer e commentatori che parlano di ruoli di genere, relazioni e identità maschile cavalcando l’odio e il vittimismo e traendone profitto, sembra che stiano entrando anche le donne.

Non più un mondo solo misogino, dove a trionfare è sempre e comunque la virilità contro un’immagine della donna percepita come inferiore, ma una rete sempre più affollata di donne che producono contenuti politici rivolti al pubblico conservatore statunitense.

Come si legge su Axios, negli ultimi anni è, infatti, emersa una rete sempre più influente di donne che producono contenuti politici rivolti al pubblico conservatore statunitense. Non si tratta più solo di commentatrici tradizionali, ma di creator digitali che operano su YouTube, TikTok, podcast e newsletter, costruendo comunità molto attive e spesso più giovani rispetto ai media conservatori classici.

Questa trasformazione si inserisce in un contesto più ampio: il Pew Research Center rileva che, dal 2020 in poi, il consumo di contenuti politici su piattaforme social è cresciuto soprattutto tra le donne under 35, un segmento che storicamente era meno rappresentato nei media conservatori.

Giovane donna che ordina il silenzio. Fonte: Shutterstock

Chi c’era finora nella manosfera?

La manosfera, il vasto ecosistema online di influencer che hanno costruito carriere redditizie dicendo ai ragazzi che il mondo è contro di loro, conta due elementi unificanti: la fuga dalla cosiddetta “matrice”, una visione del mondo che ti dice che il tuo ruolo di uomo è già predeterminato e che il sistema ti tiene in pugno, e la corruzione della società moderna da parte del femminismo.

Ma oggi sembra che il passo stia cambiando. Una ricerca condotta dalla Harvard Kennedy School conferma il trend: i contenuti della manosfera vengono consumati anche da donne interessate a capire come questi discorsi influenzino i comportamenti maschili, le relazioni e la politica identitaria. Ma non solo.

Un’inchiesta del Wall Street Journal, oltre a rilevare che una parte crescente dell’audience dei contenuti legati alla cosiddetta “manosfera” è composta da donne, sottolinea che molte spettatrici non condividono necessariamente le posizioni più radicali ma seguono questi contenuti per comprendere dinamiche culturali che influenzano il dibattito pubblico o per curiosità verso figure mediatiche discusse.

Il WSJ evidenzia anche come questo spostamento dell’audience stia modificando il tono e la strategia comunicativa di alcuni creator, che cercano di intercettare un pubblico sempre più ampio e diversificato.

In particolare, riferendosi ad alcuni dati emersi da una ricerca condotta da Edison Research, il WSJ evidenzia come le donne rappresentino il 28% del pubblico di Theo Von, noto podcaster americano che lo scorso agosto ha parlato di tossicodipendenza con Donald Trump, e il 22% del famoso conduttore Joe Rogan.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shutterstock

Così, nella manosfera, universo mediatico in cui regnano sovrani i conduttori misogini, le fan rappresentano un mercato inesplorato.

Il potere dei podcast

I podcast si basano sempre più sui ricavi pubblicitari e le donne sono il pubblico ideale da raggiungere, poiché influenzano la maggior parte della spesa familiare. Molte di loro cercano proprio ciò che questi programmi stanno attualmente offrendo in America: una prospettiva politicamente adattabile, a volte volgare, sui tempi complessi che stiamo vivendo.

La “manosfera” ha incontrato resistenze in alcuni ambienti per aver promosso un modello di mascolinità basato sulla misoginia. Sheryl Sandberg , ex dirigente di Meta, ha recentemente annunciato che la sua organizzazione no-profit femminista Lean In avrebbe spostato la sua attenzione sulla lotta alla crescente influenza della “manosfera”, in particolare sulla promozione dei ruoli di genere tradizionali da parte di alcune delle sue star. 

Un portavoce di Lean in una nota stampa, ha dichiarato: “Continueremo a contrastare le vecchie e cattive idee mascherate da novità, affinché le donne possano vivere una vita piena e appagante, qualunque sia il percorso che scelgono”.

Su The Verge si legge che Usha Vance, moglie del vicepresidente degli Stati Uniti, abbia lanciato un podcast personale, “Storytime”, presentato come un progetto narrativo e familiare.

Usha Vance, moglie del vicepresidente americano J.D. Vance. Fonte: Wikimedia Commons

Secondo il magazine, questa iniziativa rientrerebbe in una strategia più ampia che vede figure politiche o vicine alla politica utilizzare formati intimi e conversazionali per costruire un’immagine più accessibile e quotidiana di se stessi, così da avvicinare gli stessi elettori.

Insomma, il tutto sarebbe riconducibile a una mossa politica.

Un percorso simile era stato intrapreso anche da Katie Miller, ex portavoce dell’ex vicepresidente USA Mike Pence, che aveva sperimentato contenuti audio rivolti a un pubblico conservatore giovane.

Non solo un fenomeno politico

Il Financial Times analizza come la crescita di creator femminili conservatori non sia solo un fenomeno politico, ma anche commerciale.

Secondo il quotidiano, molte di queste figure stanno costruendo veri e propri brand personali, con partnership, merchandising, eventi dal vivo e community a pagamento.

Il FT sottolinea che questo modello ibrido — tra attivismo, intrattenimento e imprenditoria digitale — sta diventando una componente strutturale dell’ecosistema mediatico conservatore, capace di generare ricavi significativi e di influenzare il discorso pubblico.

L’insieme delle quattro analisi suggerisce che la destra americana sta attraversando una trasformazione comunicativa profonda.

Così, le donne che producono contenuti, dalle influencer ai profili più istituzionali, stanno contribuendo ad ampliare lo stesso pubblico femminile, rendere più “pop” e accessibili temi politici complessi, spostare parte del dibattito su piattaforme digitali e formati narrativi e creare nuove community che funzionano come spazi identitari oltre che informativi.

Questa evoluzione, secondo le fonti citate, non è episodica ma strutturale: un nuovo modo di fare comunicazione politica che unisce storytelling personale, imprenditoria digitale e appartenenza culturale.

Secondo i giornali americani, la presenza femminile nei media conservatori non sarebbe, quindi, più marginale né accessoria ma un fenomeno narrativo, economico e culturale che sta ridefinendo il modo in cui una parte significativa dell’elettorato statunitense si informa, discute e si riconosce.

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Chiara Buratti
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Chiara Buratti muove i suoi primi passi nel mondo del giornalismo nel 2011 al "Tirreno" di Viareggio. Nel 2012 si laurea in Comunicazione Pubblica e nel 2014 consegue il Master in Giornalismo. Dopo varie esperienze, anche all'estero (El Periódico, redazione Internazionali - Barcellona), dal 2016 è giornalista professionista. Lavora nel web/nuovi media e sulla carta stampata (Corriere della Sera - 7, StartupItalia). Ha lavorato in TV con emittenti nazionali anche come videoeditor e videomaker (Mediaset - Rete4 e Canale 5, Ricicla.tv).