Immagine di copertina: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Flickr
Nell’ultimo anno, Donald Trump ha riscritto le regole dell’informazione presidenziale. E chi segue da vicino la difficile relazione tra il presidente americano e i media americani sa che il deterioramento dei rapporti con la White House Correspondents’ Association precede di gran lunga l’episodio del 25 aprile.
Quella sera, durante la cena annuale dell’associazione al Washington Hilton, una sparatoria ha scatenato il panico. Le informazioni verificate erano scarse, e il vuoto è stato rapidamente riempito dalla macchina delle speculazioni online.
Numerosi influencer si sono affrettati a diffondere teorie del complotto che vedono nell’attacco un disegno politico riconducibile direttamente al presidente.
Per capire perché questo terreno sia così fertile, basta ripercorrere i dodici mesi precedenti. I giornalisti della WHCA sono stati ripetutamente accusati di diffondere fake news, di essere corrotti o di agire come “nemici del popolo”. Il bersaglio di una delegittimazione pubblica sistematica e senza precedenti nella storia recente della Casa Bianca.
Il culmine simbolico di questa offensiva è stata la comparsa, sul sito ufficiale della presidenza, di una sezione denominata “Offender Hall of Shame” – una sorta di bacheca della vergogna, un elenco di giornalisti ritenuti “trasgressori” – che assume i tratti di una vera e propria lista di proscrizione, in cui vengono indicati i giornalisti ritenuti responsabili di aver diffamato il presidente riportando notizie false.
In questo clima di ostilità istituzionalizzata, non sorprende che le voci su un attentato inscenato abbiano trovato così facilmente spazio sui social. La polarizzazione non nasce dal nulla: si costruisce, un messaggio alla volta.
Trump, la WHCA e la costruzione di un’informazione parallela
Nell’ultimo anno abbiamo assistito alla costruzione di un vero e proprio sistema alternativo e parallelo di accesso alle notizie provenienti dalla Casa Bianca.
La White House Correspondents’ Association è una storica organizzazione no-profit composta dai giornalisti accreditati alla presidenza, con il compito di facilitare una copertura approfondita e continuativa dell’attività della Casa Bianca. È l’organismo che gestisce le credenziali per le conferenze stampa e seleziona i giornalisti che accompagnano il presidente nelle trasferte ufficiali.
Non è un segreto che il rapporto tra Trump e l’associazione giornalistica sia un rapporto problematico. In più di un’occasione pubblica il presidente americano ha denigrato e deliberatamente ignorato domande reputate faziose o scomode provenienti da giornalisti iscritti alla WHCA.
Accusando la stampa di essere di parte, di portare avanti un’agenda progressista e woke, in particolare rivolgendosi contro testate come il New York Times o canali tv come la CNN, Trump ha costruito insieme alla sua squadra un sistema parallelo di accesso alle notizie.
Influencer, podcaster e youtuber alla Casa Bianca
Riorganizzando i Press Briefing, dando l’accesso anche a influencer e podcaster vicini politicamente al presidente, la portavoce Karoline Leavitt si è spesa in una battaglia che voleva riportare maggiore equilibrio e pluralità nella copertura mediatica del governo.
Durante il primo Influencer briefing, tenutosi il 28 aprile 2025, organizzato alla Casa Bianca in esclusiva per un gruppo di Influencer, molti dei quali provenienti dall’area MAGA, Karoline Leavitt ha affermato: “Tutti i giornalisti, le testate e le voci hanno ora un posto al tavolo, e il fatto che siate qui oggi per questo briefing lo dimostra […] I media tradizionali hanno avuto accesso a tutti gli eventi stampa aperti per decenni, ora anche i nuovi media ottengono lo stesso accesso”.
Sferrando il suo primo attacco istituzionale ai cosiddetti “legacy media”, Leavitt si era così espressa contro il monopolio della stampa statunitense e, in particolare, della WHCA affermando che la Casa Bianca si impegnerà a riflettere le abitudini media (“the media habits“) degli “americani del 2025 e non del 1925”.
Ma l’apertura a influencer e podcaster, così fortemente appoggiata da Trump, conosce un precedente nell’amministrazione Biden. Il presidente democratico aveva già organizzato un evento alla Casa Bianca, definendo gli influencer la nuova fonte di notizie (“the new source of news”).
Con questo approccio sicuramente innovativo nei confronti dei new media, Leavitt ha dimostrato di voler superare l’organizzazione storica che regola da decenni la copertura giornalistica della Casa Bianca, accusandola di aver sfruttato il proprio monopolio per imporre un’agenda contraria a quella del presidente.
Disonesti e corrotti: i giornalisti secondo Trump
In diversi contesti Trump si è inoltre riferito alla stampa tradizionale definendola produttrice di “fake news”, nemica del popolo (“the enemy of the people”), disonesta (“dishonest”), corrotta (“c(”orrupt, costituita da giornalisti di bassa lega (“low life reporters”), cattive persone (“bad people”), la feccia umana (“human scum”), gli esseri umani peggiori che possiate incontrare (“some of the worst human beings you’ll ever meet”).
In una conferenza stampa del 19 settembre 2025 nello Studio Ovale, interrogato sul tema della libertà di stampa e di parola, introducendo la decisione sulle restrizioni delle notizie in uscita dal Pentagono, il Department of war, Trump ha affermato: “Prendono una buona storia e la rendono cattiva. Vedete, io personalmente credo che questo sia veramente illegale”.
Convinto che la stampa americana sia segnata da un bias progressista, Trump la accusa ormai da anni di essere corrotta e di fare gli interessi di una parte.
Soprattutto dopo la vittoria di Joe Biden nel 2020, mai riconosciuta da Trump come legittima, e dopo l’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill.
A tal proposito è stata pubblicata sul sito della Casa Bianca una pagina che ricostruisce gli avvenimenti del 6 gennaio, riscrivendo gli eventi dalla prospettiva degli assaltatori, fornendo una fonte di notizie alternativa e disintermediata rispetto ad un evento rappresentato dai giornalisti come gravissimo.
Lo smantellamento di un monopolio
La discontinuità nella gestione del rapporto con i media è sempre stata rivendicata esplicitamente dalla portavoce Karoline Leavitt.
In risposta alle recenti critiche mosse da numerosi giornalisti all’amministrazione Trump di aver concesso accesso speciale alle conferenze stampa a influencer e podcaster, di cui non era stata fornita prima la lista dei partecipanti, Kaelan Dorr – vicedirettore della comunicazione della Casa Bianca – ha affermato:
“Il fatto è che i media tradizionali sono furiosi perché il flusso di informazioni non è più esclusivo per loro. Troveremo sempre il modo di raggiungere le persone dove si trovano, nessun articolo denigratorio ci scoraggerà”.
Dorr ha ripetutamente accusato i media tradizionali di voler mantenere un monopolio sull’informazione che ora è stato finalmente spodestato.
Alcuni giornalisti della White House Correspondents’ Association hanno manifestato preoccupazione sulla gestione degli accessi giornalistici alla Casa Bianca.
Come sottolineato dal New York Times, durante i Press Briefings, Karoline Leavitt riserva circa un quarto delle domande totali ai giornalisti in piedi ai margini della stanza.
Ossia a quelli che l’amministrazione stessa definisce new media, dando la parola a youtuber e altri giornalisti legati a canali televisivi o testate online dell’ala conservatrice (es. The Daily Wire, Real American Voice, Lindell TV, The Gateway Pundit, Turning Point USA).
Sul sito della Casa Bianca è inoltre presente una sezione di articoli che intende porsi come fonte di notizie dirette sull’operato del governo, accompagnata persino da una newsletter.
Attraverso l’uso massiccio dei social, l’organizzazione di Influencer Briefengs e di una Podcaster Row, l’amministrazione trumpiana ha voluto introdurre una maggiore pluralità di canali informativi, anche se – secondo le accuse della WHCA – questi proverrebbero prevalentemente dalla propria area politica.
All’inizio della sua seconda presidenza, Trump aveva inoltre preso una decisione storica nella riorganizzazione dell’accesso della stampa alla Casa Bianca.
A febbraio 2025 il presidente aveva annunciato che di lì in poi sarebbe stata la Casa Bianca e il suo ufficio stampa a decidere quali giornalisti potranno accedere al presidente negli spazi “ristretti” come lo Studio Ovale o l’Air Force One, e non più l’organismo indipendente della WHCA.
Di fatto, la storica procedura che garantiva una rotazione equa e indipendente dei giornalisti presenti in questi spazi limitati è stata sostituita da una selezione decisa direttamente dal governo.
L’ufficio stampa della Casa Bianca ha presentato la misura come un modo per democratizzare l’accesso dei media.
La bacheca della vergogna
Si può dunque affermare che l’attacco di Trump nei confronti dei media tradizionali sia ormai una costante della comunicazione trumpiana.
Bollati come “haters” e “losers”, il presidente addita i media mainstream di deviare le informazioni criticando l’amministrazione e incitando alla sovversione.
Il 29 novembre sul sito della Casa Bianca è stata lanciata anche una pagina contro i media bias.
In questa pagina del sito della Casa Bianca, testate come il The Boston Globe, CBS News, The Independent, The Washington Post, CNN, Mcnbc, vengono esposte nella ‘Offender Hall of Shame’: una bacheca della vergogna in cui i giornalisti vengono esposti con nomi e cognomi.
La pagina raccoglie link ad articoli che accusano questi giornali di produrre fake news. Ad essi viene contrapposta una narrazione che si appella alla verità, insieme ai nomi dei politici democratici che vengono accusati di sedizione.
La pubblicazione di questa sezione del sito risale ad un episodio che riguarda la pubblicazione, da parte di alcuni membri democratici del Congresso, di un video sui loro canali social, in cui incitavano tutti i public servants – ovvero la polizia o i militari – ad agire secondo coscienza e ad opporsi con atti di resistenza civile a quelli che vengono definiti “illegal orders”, ordini illegali e contrari alla costituzione.
Trump ha reagito dichiarando che quei membri del Congresso avrebbero dovuto essere arrestati per insubordinazione e ha ripubblicato il post, esponendoli così come “traditori della patria“.
Da qui l’idea di lanciare la pagina sui media bias. Sulla pagina, oltre alla “Hall of Shame”, troviamo anche dei grafici che rappresentano tutte le offese ricevute dall’amministrazione da parte dei diversi giornali e canali televisivi.
Tra le categorie usate per le varie offese subite dal presidente figurano i bias, le cattive pratiche, le omissioni di contesto, la distorsione, la menzogna, la lunaticità di sinistra, il difetto di rappresentanza, le false rivendicazioni e l’atteggiamento woke.
A questa lista di accuse corrisponde una sezione con un rimando agli articoli, la lista dei reporter coinvolti e l’indicazione della violazione attribuita.
Cliccando su ogni voce, si aprono i nomi dei giornalisti interessati, con a fianco una sezione intitolata The Truth, in cui viene formulata la difesa dalla diffamazione.
In fondo alla pagina c’è anche una call to action che rinvia all’iscrizione ad una mailing list per ricevere gli “Offender Alerts” e sapere la verità ogni settimana.
Queste trovate di marketing politico dal sapore orwelliano si inseriscono in uno scontro sempre più esplicito – e sempre meno metaforico – tra il potere politico e il mondo del giornalismo.

Le teorie del complotto
Nel 2025, Reporters Without Borders (RSF) ha collocato gli Stati Uniti al 57º posto su 180 Paesi nel suo World Press Freedom Index, con un punteggio di 65.49. Si tratta del livello più basso mai registrato per gli USA secondo questo indice.
Già nel 2020 il Committee to Protect Journalists (CPJ) aveva pubblicato un rapporto sulla persecuzione dei media statunitensi da parte della prima amministrazione di Trump.
Nel report si rilevava la difficoltà da parte dei giornalisti nel reperire notizie dirette su molte delle iniziative presidenziali, poiché molte decisioni o annunci venivano diffusi tramite i tweet del presidente, invece che con comunicati stampa ufficiali, bypassando i media tradizionali e minando il loro ruolo come filtro di verifica.
È vero che, dopo lo scoppio della guerra in Iran, Trump sta dimostrando un atteggiamento di maggiore apertura nei confronti del giornalismo tradizionale. Probabilmente per recuperare consenso su una guerra che ha portato il suo consenso ai minimi storici.
Ma è in questo clima di conflitto che va probabilmente letta la sparatoria del 25 aprile, sulla quale restano ancora molti punti oscuri e per la quale le responsabilità sono ancora da accertare.
L’apertura della Casa Bianca a influencer, podcaster e youtuber – con incontri dedicati organizzati fuori dai circuiti tradizionali – rientra nella stessa logica: costruire un’informazione selezionata, difficile da verificare, impermeabile al contraddittorio.
Una strategia contro cui la WHCA si è opposta ripetutamente, denunciandone l’opacità.
Le teorie del complotto circolate nelle ore successive – alimentate tanto dagli ambienti più radicali del movimento MAGA quanto da alcune frange della sinistra, e costruite attorno all’ipotesi di un attentato orchestrato dallo stesso presidente contro se stesso – non sono quindi nate dal nulla.
Vanno probabilmente considerate come il prodotto di un clima di tensione, costruito post dopo post nel corso di anni. Un clima in cui la sfiducia nei media da parte della politica si è sedimentata al punto da rendere credibile l’incredibile.
La domanda che resta aperta non riguarda solo la dinamica di quella sera al Washington Hilton. Riguarda fino a dove può spingersi una democrazia che ha smesso di dialogare con il mondo del giornalismo tradizionale.




