Il peso della comunicazione nella crisi di Starmer

Di il 16 Febbraio, 2026
Tra scandali, dimissioni e sondaggi in caduta, la crisi del numero 10 di Downing Street non si gioca solo a Westminster ma nello spazio mediatico. Una leadership indebolita più dalla gestione della narrazione che dalle accuse politiche
Immagine di copertina: Primo Ministro britannico, Keir Starmer. Fonte: Flickr

Lunedì 9 febbraio, il conduttore televisivo Piers Morgan ha pubblicato su Instagram una foto insieme al Primo Ministro britannico, esprimendo stima e rispetto ma invitandolo a dimettersi per il bene del Paese.

Un messaggio calibrato, che unisce legittimazione personale e delegittimazione politica, amplificato da milioni di follower.

Nello stesso giorno, la leader conservatrice Kemi Badenoch ha dichiarato a Sky News che la posizione di Starmer è insostenibile, suggerendo che il Primo Ministro sia rimasto in carica solo perché i ministri temono di perdere il potere in caso di crisi di governo.

Il dato che consolida la fragilità politica è quello demoscopico.

Secondo YouGov, l’indice di gradimento di Starmer è fermo al 18%, con il 63% degli intervistati che esprime un giudizio negativo. Nella classifica storica dei primi ministri britannici per popolarità si colloca al venticinquesimo posto.

È un numero che racconta una crisi di fiducia profonda, ma soprattutto una crisi di percezione pubblica.

La sequenza di attacchi, il crollo nei sondaggi e le divisioni interne indicano che la questione riguarda anche un fattore fondamentale: la comunicazione.

Un accumulo di errori

La crisi mediatica che investe Starmer si è scatenata con la pubblicazione degli Epstein Files il 30 gennaio 2026.

Nei giorni successivi, il Primo Ministro ha affrontato una riunione d’emergenza dei vertici laburisti, seguita dalle dimissioni del capo di gabinetto Morgan McSweeney e del capo della comunicazione Tim Allan.

Secondo l’analisi pubblicata da The Economist, lo scandalo legato a Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, non rappresenta l’origine del problema, ma l’evento che ha reso visibile una fragilità già esistente.

Il giudizio sull’operato di Starmer viene definito severo, forse eccessivo: il suo indice di gradimento è persino inferiore a quello di Liz Truss, rimasta in carica appena 44 giorni e dimmesasi in seguito a una disastrosa strategia di bilancio.

L’Economist sottolinea che il malcontento nasce da più fattori: promesse elettorali disattese, pressione fiscale ai massimi dagli anni ’40, risultati modesti sul fronte migratorio.

Il punto centrale è però un altro: un governo percepito come privo di una narrazione coerente. Non solo politiche controverse, ma mancanza di identità e di strategia comunicativa.

Starmer si era presentato come uomo delle istituzioni, ex procuratore, garante di rigore morale. Oggi quella cornice narrativa appare incrinata.

Peter Mandelson. Fonte: Freepick

Il caso Burnham: gestione del potere e percezione di debolezza

Già prima dello scandalo Epstein, Starmer aveva affrontato una crisi interna legata a Andy Burnham, sindaco di Manchester dal 2017.

A metà gennaio, il veterano della politica laburista aveva manifestato l’intenzione di candidarsi per il seggio parlamentare di Gorton e Denton.

Questa mossa è stata interpretata dal Financial Times come una preparazione a sfidare Starmer. Infatti, diventare membro del parlamento è un passaggio necessario per poter ambire in futuro alla leadership.

Secondo quanto riportato dal Guardian, il Comitato Esecutivo Nazionale del Partito Laburista, con l’appoggio degli alleati di Starmer, ha bloccato la candidatura, ufficialmente per evitare i costi di una nuova elezione a sindaco nella città di Manchester.

La decisione ha prodotto un effetto comunicativo negativo: l’immagine di un leader che utilizza le leve di partito per neutralizzare una possibile sfida interna.

Burnham ha espresso pubblicamente delusione e preoccupazione per la direzione del partito, alimentando un dibattito che ha rafforzato la percezione di tensione e insicurezza ai vertici.

Non è solo una questione di dinamiche interne: è il modo in cui queste vengono raccontate e interpretate nello spazio mediatico a consolidare l’idea di una leadership fragile.

Epstein Files e il cortocircuito reputazionale

Il detonatore mediatico resta però il caso legato ai rapporti tra Peter Mandelson, noto in patria come il ‘Principe delle Tenebre’, e Jeffrey Epstein.

Un’inchiesta del New York Times ha analizzato i legami personali e professionali tra Mandelson, nominato da Starmer ambasciatore britannico a Washington, e il defunto finanziere statunitense.

Il Principe delle Tenebre si è dimesso dal suo incarico nel settembre 2025, in seguito alla pubblicazione della prima tranche dei documenti legati allo scandalo, e si è allontanato dal partito a inizio gennaio.

Mandelson non è accusato di reati sessuali, ma avrebbe minimizzato l’entità del rapporto con Epstein durante il processo di valutazione per l’incarico diplomatico.

Email pubblicate dal Dipartimento di Giustizia americano mostrerebbero invece una relazione più stretta e scambi sensibili.

Starmer non è quindi citato nei documenti. Il problema è altrove: nella coerenza tra il profilo morale costruito in campagna elettorale e le scelte di nomina.

La distanza tra promessa e pratica alimenta la crisi di credibilità.

Un ulteriore fronte riguarda poi Matthew Doyle, ex capo della comunicazione e oggi membro della Camera dei Lord.

Secondo Politico, Doyle sarebbe stato nominato dallo stesso Starmer nonostante fossero noti i suoi legami politici con Sean Morton, poi condannato per pedopornografia.

Anche in questo caso, il nodo centrale è la gestione della comunicazione: mancano spiegazioni chiare e, soprattutto, un’assunzione diretta di responsabilità pubblica.

Il nodo dello staff e l’indipendenza del leader

La dimensione mediatica è stata al centro anche della live del 9 febbraio del podcast The Rest Is Politics, condotto da Rory Stewart e Alastair Campbell.

Campbell, ex direttore della comunicazione di Tony Blair, ha ricordato un episodio: quando lasciò Downing Street, a Blair fu chiesto come avrebbe gestito la comunicazione senza di lui. Blair rispose che lo avrebbe dimostrato nei fatti.

Per Campbell, questa è l’occasione di Starmer di dimostrare autonomia strategica, costruendo una linea comunicativa propria.

Il punto toccato dalla discussione riguarda il ruolo dello staff, in particolare Morgan McSweeney.

Secondo la BBC, non sarebbe stato Starmer a scegliere McSweeney, ma viceversa. Molti a Westminster si chiedono ora cosa farà il Primo Ministro senza quello che era considerato il suo “cervello politico”.

Alcuni alleati di McSweeney accusano Starmer di aver lasciato che fosse solo l’ex capo di gabinetto ad assorbire il costo reputazionale dello scandalo.

La narrazione che emerge è quella di un leader percepito come dipendente dai suoi consiglieri. E in politica, la percezione di controllo conta quanto il controllo stesso.

Perché Starmer resta al potere (per ora)

Nonostante la tempesta mediatica e le divisioni interne, Starmer continuerà a svolgere la sua carica al numero 10 di Downing Street.

Secondo Politico, le ragioni sono pragmatiche: l’opposizione interna non si è compattata, non esiste un successore evidente e i mercati temono l’instabilità che deriverebbe da un cambio improvviso di leadership.

Ma la ragione principale è che il Partito Laburista non vuole replicare l’immagine dei Conservatori.

Segnati negli ultimi anni da una sequenza di primi ministri caduti in rapida successione tra scandali, errori politici e lotte intestine, i Tories hanno la reputazione di essere divisi internamente, con una leadership molto volatile.

In questo quadro si inserisce la mossa di Anas Sarwar, leader dei laburisti scozzesi, che ha chiesto apertamente un cambio di leadership.

Il Financial Times la interpreta come una scommessa politica: prendere le distanze da Westminster per proteggere il partito in vista delle elezioni scozzesi di maggio e presentarsi come figura più attenta agli interessi nazionali che alle dinamiche di partito.

La strategia, tuttavia, ha prodotto un effetto ambiguo.

Da un lato ha reso visibile il malcontento interno, dall’altro è stata percepita da molti come opportunistica, soprattutto considerando che Sarwar era stato per anni un alleato di Starmer.

Il tentativo di circoscrivere la crisi a Londra ha finito per estenderla anche al dibattito politico scozzese, trasformando lo scandalo in un tema centrale della campagna elettorale.

Non tutti hanno seguito la linea scozzese.

Il Guardian riporta che Andy Burnham ed Ed Miliband hanno richiamato il partito all’unità, sostenendo che questo momento possa diventare un passaggio di rilancio, a patto di cambiare approccio comunicativo e superare il fazionalismo interno.

Starmer resta perché, al momento, il costo della sua uscita appare superiore al costo della sua permanenza.

Ma la sua posizione è sostenuta più dall’assenza di alternative credibili che da una rinnovata fiducia. La questione, come detto, non è soltanto politica: è narrativa.

La tenuta della leadership dipenderà dalla capacità di ricostruire un’autorevolezza nella comunicazione capace di tenere insieme le diverse anime del partito e di ristabilire un rapporto di fiducia con l’opinione pubblica, in un ecosistema mediatico che amplifica divisioni e ambiguità più delle decisioni di governo.

Devi essere loggato per lasciare un commento.
Rocco De Carolis
/ Published posts: 11

Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di guerra ibrida, comunicazione politica e dinamiche digitali dell’informazione. Studente di Global Humanitarian Studies presso UCL, ha una formazione in sicurezza internazionale e geopolitica, consolidata con un Diploma in Global Security presso ISPI. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina e coordina programmi di mentoring nel Regno Unito per United Italian Societies. Scrive di disinformazione, propaganda, interferenze straniere, comunicazione politica e attivismo sui media digitali. È interessato alle fratture del presente: conflitti, potere, narrazioni e alle loro conseguenze sociali. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con un’attenzione specifica al sistema politico e mediatico anglo-americano.