Immagine di copertina: blgger di guerra. Fonte: Freepick
Durante il conflitto in Ucraina, in Russia è emerso un fenomeno di comunicazione che ha ridefinito il rapporto tra fronte e opinione pubblica: i blogger militari, spesso definiti “Z blogger”.
Non sono semplici commentatori. Attraverso canali social, soprattutto Telegram, seguono in tempo reale l’andamento delle operazioni e aggiornano un pubblico che non si accontenta dei media tradizionali.
Come racconta il Corriere della Sera, questi attori fungono da ponte tra attivismo civile nazionalista e apparato militare: hanno fonti nel Ministero della Difesa, nei servizi di intelligence, contatti diretti con soldati al fronte, e molti di loro sono ex militari.
Ma la loro funzione va oltre il racconto. Sono parte integrante della macchina narrativa del conflitto: giustificano l’invasione, la glorificano, la trasformano in missione storica.
Organizzano raccolte fondi, offrono supporto logistico, creano campagne di mobilitazione e rafforzano un ecosistema di propaganda e disinformazione che presenta la guerra come necessaria e inevitabile.
In questo senso, più che corrispondenti di guerra, sono influencer della guerra. Produttori di contenuto politico, amplificatori ideologici, lobbisti anti-Ucraina capaci di costruire consenso dal basso e pressione dall’alto.

Fonte: Freepick
Quando la propaganda diventa troppo autonoma
Per anni il Cremlino ha tollerato e indirettamente favorito questi blogger.
Secondo The Economist, i Z blogger hanno spesso denunciato corruzione e inefficienze nel Ministero della Difesa, ma senza mai mettere in discussione gli obiettivi strategici della guerra o la leadership di Putin.
L’equilibrio era chiaro: libertà di critica tattica in cambio di sostegno politico. Nell’arco del 2025, però, qualcosa è cambiato.
Come riporta The Guardian, figure apertamente filogovernative come Sergei Markov, analista politico, e Roman Alyokin, blogger militare ed ex-soldato, sono state etichettate come “agenti stranieri”.
La macchina repressiva si è rivolta verso l’interno, colpendo proprio chi aveva contribuito a legittimare il conflitto.
Secondo l’analisi del Carnegie Endowment for International Peace, la stretta ha una duplice funzione.
Da un lato, ridimensionare movimenti imperialisti diventati troppo autonomi e influenti. Dall’altro, rassicurare quella parte di popolazione meno entusiasta della guerra, mostrando che lo Stato mantiene il controllo anche sugli estremisti filoguerra.
C’è anche una dimensione economica. I blogger avevano iniziato a raccogliere fondi in misura significativa, competendo con le strutture ufficiali per risorse e visibilità.
La propaganda, diventata ecosistema parallelo, rischiava di trasformarsi in potere alternativo.
Il punto centrale resta sulla comunicazione: questi attori non contestano il Cremlino in quanto tale. Anzi, spesso chiedono una concentrazione ancora maggiore dei poteri nelle mani di Putin. La loro critica è diretta ai livelli intermedi, accusati di inefficienza e corruzione.
È una propaganda che spinge per maggiore verticalità, non per pluralismo.
Il ruolo di Telegram
Il secondo scontro esplode con le restrizioni su Telegram all’inizio di febbraio 2026.
Per i blogger e per molti soldati, la piattaforma è soprattutto un’infrastruttura operativa e un hub comunicativo.
Un’inchiesta di Meduza spiega che Telegram è diventato uno strumento ampiamente utilizzato dall’esercito russo per comunicazioni quotidiane, coordinamento informale, scambio di informazioni e raccolte fondi.
Non sostituisce i sistemi militari ufficiali, ma colma il vuoto lasciato dalla mancanza di alternative digitali efficienti.
Quando Mosca introduce restrizioni, il problema non è solo tecnico.
Come riportato da Forbes, i blogger filogovernativi lanciano allarmi pubblici. Senza Telegram, comunicazioni che richiederebbero uno o due minuti potrebbero richiederne ore passando dai canali ufficiali. In un contesto operativo, questo significa perdita di tempestività e di efficacia tattica.
Secondo il Guardian, la stretta si inserisce in un processo più ampio di centralizzazione del controllo informativo. Anche figure apertamente pro-guerra sono state oggetto di interrogatori, minacce o chiusure di canali per aver pubblicato critiche alla gestione logistica o strategica.
Telegram diventa così un campo di battaglia parallelo. È lì che si formano comunità, si consolidano identità, si diffonde disinformazione, si mobilitano fondi e consenso.

Fonte: Freepick
Una guerra dentro la guerra
Il caso dei Z blogger mostra un paradosso comunicativo. Il Cremlino ha bisogno di loro per alimentare il consenso patriottico, ma teme la loro autonomia.
Sono stati strumenti di propaganda, ma anche generatori di una narrazione più radicale, più aggressiva, talvolta più intransigente della linea ufficiale.
Non sono giornalisti indipendenti, ma nemmeno portavoce istituzionali. Occupano uno spazio ibrido: influencer armati di storytelling, capaci di trasformare operazioni militari in contenuti virali e di costruire una pressione costante contro l’Ucraina e i suoi alleati.
La repressione non nasce da un dissenso ideologico contro la guerra. Nasce da una competizione per il controllo del racconto.
E quando gli influencer della guerra diventano troppo influenti, il problema per il potere non è ciò che dicono contro il nemico, ma ciò che possono dire, anche solo implicitamente, contro chi detiene il monopolio della narrazione.




