Cosa sarebbe Enzo Tortora sui social media, con Luca Barra

Di il 28 Marzo, 2026
La memoria del conduttore di Portobello è spesso ridotta alla vicenda giudiziaria, ma fu innanzitutto un giornalista capace di raccontare l'Italia agli italiani. Quella televisione vive ancora in digitale
Immagine di copertina: Enzo Tortora e Rita Giannuzzi in una scena di “Italia piccola” (1957). Fonte: Wikimedia Commons

Enzo Tortora, ancora prima di una vittima della malagiustizia – episodio drammatico che ha eclissato la memoria del professionista – fu uno dei migliori giornalisti e presentatori italiani, come ci tiene a specificare Luca Barra, professore ordinario all’Università di Bologna dove insegna Televisione e media digitali e Culture della produzione televisiva.

Gli anni del trionfo per la carriera di Tortora sono quelli che Andrea Sangiovanni chiama “anni affollati”, quando nel suo Specchi infiniti traccia orizzontalmente il sistema dei media italiano, dai rotocalchi ai fumetti, dai giornali alle radio. Per gli storici, anni di violenza politica e disillusione, di una crisi incipiente profetizzata dal cantautorato, anni di austerità. L’inizio di un’ondata di rigetto dell’impegno politico, che anche globalmente Christopher Lasch avrebbe identificato come età del narcisismo.

Un decennio in cui i valori post-industriali soppiantano il retroterra valoriale più arcaico, per traghettare il popolo italiano verso gli anni ottanta. E difatti, le trasformazioni erano talmente profonde da investire tutti i media, e da essere intercettati soprattutto da radio e televisioni libere, in una negoziazione tagliente tra esigenze di pluralismo e tendenza all’oligopolio e alla centralizzazione.

È solo in questo contesto di smottamenti che si può ritenere pensabile una proposta come Bontà loro, l’avvio del talk show all’italiana nel 1976, oppure il Mistero buffo di Dario Fo l’anno dopo. Ma mentre si sviluppava un filone di televisione-realtà, con inchieste e indagini sul contemporaneo, la ricettività del nuovo pubblico orientava la produzione verso trasmissioni più spettacolari e che, soprattutto, spettacolarizzavano la realtà dei telespettatori.

In questo filone che privilegia il contatto con il pubblico, si comprendono i vari Match con Alberto Arbasino, Bontà loro con Maurizio Costanzo, L’altra domenica condotta da Arbore, e sopra a tutti Portobello (1977-1983), ideata e condotta da Enzo Tortora appunto.

Enzo Tortora, il giornalista

Con Portobello, “il grande specchio della verità italiana”,  si compie la parabola della nota di colore che da inserto e parentesi, diventa struttura portante: colori artificiali, che arricchiscono il pastiche di questa televisione accusata di disimpegno a sinistra e di cattiveria a destra.

Qui si insinua il gioco, la tangibilità del sogno di partecipazione che si eclissava, traslato sul piano dell’intrattenimento. Tortora era il giusto croupier: conosceva la Rai, ma anche le emittenti private e quindi la provincia italiana e le subculture, i mille e mille Signor Nessuno che da Portobello si sentivano accolti e ascoltati.

“Molto prima di Portobello, Tortora era già un pilastro della televisione italiana, presente fin dai suoi esordi, anche se non da protagonista”, specifica Barra, che nel 2024 ha pubblicato La televisione italiana. Storia, genere, linguaggi con Paola Brembilla e Veronica Innocenti.
“Ha costruito programmi antesignani della televisione contemporanea, come Primo applauso, una ribalta per esordienti, un talent ante litteram, ma sperimentò anche con il primo giornalismo sportivo: insomma, era figura familiare per gli italiani”.

E del resto, gli italiani lo erano per lui. Per la Rai, aveva saputo raccontare l’Italia da inviato per Campanile sera, imparando lì sul campo a spettacolarizzare il quotidiano, ad attingere anche dal calderone dell’emotività su piccola scala.

“Assieme ai vari Bongiorno e Baudo, si sporca le mani con la televisione locale. Non solo Antenna 3 – che Tortora fonda e finanzia con Renzo Villa nel 1977 – ma prima ancora anche Telealtomilanese, in cui pure era presente Villa. Quindi conosce la dimensione istituzionale ma anche quella più ruspante della televisione artigianale, ancora assente dalla Rai. Così in lui confluiscono diverse strade”.

Fabrizio Gifuni interpreta Enzo Tortora nella miniserie omonima diretta da Marco Bellocchio. Fonte: Wikimedia Commons

La ricchezza di Portobello erano le persone

La Rai, minacciata dall’emersione delle tv locali, investe sui colori e su Portobello, varietà del venerdì sera. Ma la presenza di Tortora fa la differenza, perché non è spettacolo di tradizione: al centro ci sono le storie comuni.

“Vicende un po’ buffe, surreali, stralunate. Nel suo stile di conduzione, si pensi al noto mercatino,  è bravissimo a temperare anche il tono istituzionale che si addice alla Rete 2 del venerdì sera. Tortora resta bilanciato tra tonalità in contraddizione: c’è empatia, ma anche cerimoniosità. Lacrime, risate, passioni delle persone comuni a cui strizza l’occhio, ma anche una certa derisione e presa di distanza, da una posizione terza”.

La stessa che la frangia più moraleggiante della Rai deve intestarsi. E in questo equilibrio, sta tutto il mestiere e la capacità di Tortora, che è capace di essere protagonista e occhio terzo.

E poi c’è l’incontro, storicamente allineato, con i gusti del pubblico. Il fenomeno delle radio e televisioni libere fu anche generazionale: stazioni amatoriali e locali inizialmente, si basavano soprattutto sul volontariato, e sull’interesse per la comunicazione dal basso e una controcomunicazione che sovvertisse i circuiti tradizionali di circolazione dei messaggi.  Si agganciavano quindi all’onda lunga del ’68 e delle contestazioni giovanili, e a lungo si autorappresentarono come politico-informative.
Si tenga presente che l’obiettivo era immutato: ascoltare i racconti della gente, co-creare un palinsesto con le persone. Quello che cambiò, in quegli anni cruciali, fu però il tipo di racconto che si era disposti a sentire, e non era più ingaggiato.

“L’ascolto fu inatteso, e soprattutto trasversale. Fu davvero un successo di massa”, specifica Barra. “Le recensioni dei detrattori del tempo dicevano che i giovani se ne distanziavano, ma di fatto Portobello catalizzava l’attenzione di tutti: chi per noia, chi per sentirsi migliore, chi per mancanza di alternativa”.

Forse un parallelismo abbastanza pregnante del rapporto contemporaneo con i social media.

Oggi guardiamo Portobello sui social media

Portobello arrivò negli anni affollati, in cui ribolliva la società dei costumi e dei consumi, e rispondeva di conseguenza la legiferazione. Si strutturavano le reti private, di cui Silvio Berlusconi avrebbe fatto accorto uso: la commercializzazione e la spettacolarizzazione lì cominciano a marcare l’ecosistema mediatico italiano. Per questo, Portobello oggi è dappertutto.

“Il modello Portobello non è pensabile oggi come contenitore, ma se si pensa alle singole rubriche, sono diventati programmi interi: si pensi a Dove sei?, che è l’attuale Chi l’ha visto?. La televisione degli ultimi decenni deve il suo trionfo alle emozioni: la Carrà e de Filippi hanno le loro radici in Portobello, ma anche i freak show di TikTok, i personaggi curiosi che vanno virali per le loro stranezze.

“È diventato un pezzo del linguaggio televisivo in generale e che adesso troviamo anche nel video digitale in dimensione social. Nel considerare materia di spettacolo le emozioni delle persone, la reality television è la comunicazione su Instagram: i content creator giocano sulle stesse tonalità”.

Luca Barra, professore ordinario all’Università di Bologna ed esperto di media

Dove siamo rimasti?

 Siamo rimasti alla neotelevisione di Umberto Eco, solo che è cambiato il medium. Lo spettatore-follower messo sullo stesso piano del presentatore-creator, le pubblicità integrate: una televisione certamente diversa ma che comprende ciò che oggi è il video digitale.

“Quella del globale è una retorica: anche le piattaforme globali poi, per funzionare in ottica simbolica e di mercato, lavorano a un catalogo e a un palinsesto inevitabilmente nazionale. Nazionali sono lingua, cultura, immaginario condiviso, storia”.

La televisione si è spostata su YouTube, si è frammentata sui social, e con essa anche una possibilità di ragionamento in termini di sfera pubblica.

“C’è una differenza cruciale. Non vediamo uno spaccato integrale d’Italia, se non quella parziale, fatta di stereotipi e fenomeni da baraccone, o profezie che si autoavverano. Manca un’idea complessiva, perché nei social cerchiamo noi stessi, non gli altri: non ci raccontiamo reciprocamente la comunità”.

Ci sono però delle eccezioni, come il Festival di Sanremo.

“Sanremo è sempre importante, non necessariamente per qualità di spettacolo o prodotto musicale, ma uno dei pochi momenti in cui indipendentemente da appartenenza geografica o età, o classe, guardiamo la stessa cosa e ne possiamo parlare”.

Stefano de Martino è il nuovo Enzo Tortora?

“Tortora resta unico”.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.