Elon Musk ha fatto scuola: così Trump sfrutta il suo social come arma di potere

Di il 08 Gennaio, 2026
Donald Trump ha annunciato l'esito dell'operazione militare in Venezuela attraverso la sua piattaforma Truth, escludendo gli altri canali ufficiali. Sono numerosi i punti di contatto tra l'uomo più potente e quello più ricco del mondo che solo in apparenza si sono divisi, come spiega Franz Russo, Digital & Social Media Strategist
Foto: Donald Trump. Fonte: Shutterstock

Non è solo il diritto internazionale a essere stato calpestato – dicono i detrattori – da Donald Trump col recente intervento militare statunitense in Venezuela.

Il presidente USA, infatti, annunciando l’arresto in prima persona, attraverso Truth, dell’omologo venezuelano Nicolás Maduro ha “scavalcato la comunicazione ufficiale della Casa Bianca”, come sottolinea a Mediatrends Franz Russo, Digital & Social Media Strategist ma soprattutto attento osservatore della comunicazione attraverso le piattaforme online.

Franz Russo, Digital & Social Media Strategist

Così Trump ha scavalcato la comunicazione ufficiale

“Prima di questo nuovo corso trumpiano – ricorda infatti Russo – la comunicazione politica avveniva ufficialmente attraverso gli apparati deputati alla redazione e alla diffusione dei comunicati tradizionali. Ora invece il presidente degli Stati Uniti d’America, ovvero l’uomo più potente del mondo, affida la divulgazione di una notizia a suo modo storica come può essere l’intervento in Venezuela a una piattaforma privata, della quale peraltro è azionista di maggioranza”.

Con quali conseguenze? “Chi vuole essere costantemente aggiornato sulla situazione deve per forza iscriversi a Truth”, sottolinea l’esperto.

“Anche le notizie più recenti che riguardano per esempio la vendita di 50mila barili di petrolio venezuelano agli USA sono diramate sempre attraverso il medesimo canale social”.

Esclusa dall’equazione l’intermediazione della stampa, come pure dei canali ufficiali delle istituzioni: “È come se Trump stesse dicendo al resto del mondo: l’informazione te la do io nei tempi e nei modi che piacciono a me”.

Trump monetizza dai suoi stessi annunci

Per Russo non è secondario un altro elemento strettamente connesso a questo nuovo modo di comunicare la propria strategia politica: la monetizzazione che chi gestisce la piattaforma (ovvero la Trump Media & Technology Group, quotata in Borsa nel marzo del 2024) ottiene per ogni visita, ogni like, ogni re-post degli interventi del suo inquilino virtuale più celebre.

“Tutte le testate mondiali nei giorni scorsi hanno ripreso il post di Truth, che è stato così veicolato a sua volta ad altri milioni di lettori. I media che definiamo mainstream sono diventati diffusori secondari di una piattaforma online ritenuta del tutto marginale” in un mercato dominato da colossi come TikTok, Facebook, Instagram e, ovviamente, X.

“Ogni ripresa, ogni visualizzazione genera valore a favore della società quotata in Borsa a suo nome e la comunicazione istituzionale diventa” perciò “tutt’uno con l’interesse economico personale” del presidente degli Stati Uniti d’America.

Il circolo vizioso dell’informazione presidenziale

Pubblico e privato insomma si fondono e si confondono: ne è una prova il fatto che Donald Trump e il suo gabinetto di crisi non abbiano seguito le operazioni militari (come hanno sempre fatto gli altri presidenti) dalla Situation Room della Casa Bianca ma da una improvvisata war room allestita nella residenza personale del tycoon a Mar-a-Lago.

E proprio gli scatti fotografici di quei momenti inoltrati via social Truth da Donald Trump al resto del mondo contengono un altro elemento che Franz Russo ritiene di prim’ordine: “In quelle foto vediamo che il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha alle sue spalle uno schermo con l’interfaccia di X aperta su una parola chiave: Venezuela. Riassumendo: Trump annuncia la cattura di Maduro sulla sua piattaforma Truth Social, i media di tutto il mondo la sfruttano quale fonte primaria e il suo gabinetto di crisi monitora come gli utenti reagiscono alla notizia su X. Sulla base di quel feedback, il presidente americano e il suo staff calibrano i messaggi successivi. Tutto questo, sempre su Truth Social”.

Nicolás Maduro. Fonte: Flickr

L’informazione nelle mani di poche persone

“A guardarlo così – prosegue l’esperto – è un circuito chiuso. La fonte, il canale di diffusione, il luogo di conversazione pubblica e lo stesso sistema di monitoraggio sono tutti sotto il controllo o l’influenza diretta delle stesse persone. Non esiste un elemento esterno, un momento in cui l’informazione passa attraverso un filtro indipendente”.

E dato che sotto Trump politica e affari si legano indissolubilmente, c’è un altro elemento da tenere in considerazione: “Non dimentichiamo – chiosa Russo – che Grok, l’intelligenza artificiale di Musk  sarà presto integrata nei sistemi del Pentagono grazie a un accordo da 200 milioni di dollari”.

Ebbene, “Quell’IA che domani supporterà le decisioni strategiche si forma sulle conversazioni che avvengono su X. Conversazioni che lo stesso Musk può amplificare o silenziare attraverso l’algoritmo”.

Adulterare l’algoritmo. Musk ha fatto scuola?

Chi ha in mano le chiavi dell’algoritmo ha in mano tutto. E l’algoritmo è tutto fuorché imparziale: non serve del resto essere esperti di tecnologia o comunicazione per notare i cambiamenti nel funzionamento dei principali social.

Persino Facebook, che agli esordi si riprometteva la missione di metterci in contatto con vecchi compagni di scuola che abbiamo perso di vista, oggi tende a rinchiuderci in una bolla virtuale che permette di visualizzare solo gli interventi degli stessi utenti.

“Prima – spiega l’esperto – gli algoritmi collimavano con gli interessi degli utenti, ora seguono quelli del loro proprietario che vuole tenere gli iscritti incollati alla piattaforma. Come? Veicolando soprattutto contenuti polemici e polarizzanti. Chiunque, su X o Facebook, può ‘scrollare’ la propria bacheca e notare quanto sia cresciuto nell’ultimo periodo il numero di post litigiosi proposti”.

Tutto questo si fonde con la politica muscolare di Donald Trump: “Il presidente americano fa politica estera soprattutto con la forza e coi ricatti, dai dazi fino agli interventi armati; allo stesso modo – prosegue Russo – sulle piattaforme social vengono veicolati più contenuti estremistici e belligeranti, mentre altri” di segno opposto o di differente caratura “scivolano velocemente al di fuori della scena”.

Elon Musk. Fonte: Shutterstock

Social a propria immagine e somiglianza

Elon Musk, proprietario di X, sembra insomma aver fatto scuola se si considera che, appena acquistato Twitter, minacciò di licenziare gli ingegneri se non avessero modificato l’algoritmo in modo tale da far risaltare sempre e comunque i suoi post persino tra coloro i quali, pur iscritti al suo social, non lo seguano.

Un intervento tecnico probabilmente replicato in tempi più recenti per tirare la volata al suo rinnovato impegno politico a favore di Trump proprio sotto le presidenziali americane: secondo i ricercatori Timothy Graham e Mark Andrejevic che hanno analizzato i post pubblicati da Musk tra il primo gennaio e il 25 ottobre 2024, l’uomo più ricco del mondo ha visto crescere le sue visualizzazioni del 138% e i repost del 238%.

I numeri di Musk “hanno superato i trend di coinvolgimento generale osservati sulla piattaforma”, hanno concluso gli analisti, che hanno dimostrato che anche altri account di orientamento repubblicano sono stati beneficiati da una crescita di audience simile a partire da luglio, anche se in misura minore.

Sono tanti i parallelismi che possono essere tracciati nell’uso parecchio disinvolto delle piattaforme social da parte di Trump e Musk.

Per esempio, l’imprenditore visionario è stato talvolta accusato di far impennare o crollare il valore di questa o quella criptovaluta solo attraverso i suoi post su X; allo stesso modo attorno alla vicenda venezuelana c’è un aspetto passato sotto silenzio ma notato da Russo: “Su Polymarket, la piattaforma dove si scommette sugli esiti di eventi reali, venerdì 3 gennaio un trader ha puntato 32.000 dollari sul fatto che Maduro sarebbe stato deposto entro fine gennaio. Poche ore dopo Trump ha dato l’ordine finale per l’operazione militare: quella scommessa si è trasformata in oltre 400.000 dollari di guadagno”.

Insomma, la tempestività della puntata lascia supporre che sia stata giocata da qualcuno che sapeva cosa sarebbe accaduto da lì a poco.

Eppure, come ricorda Franz Russo: “Il Segretario di Stato Marco Rubio ha confermato che il Congresso non è stato informato in anticipo sull’operazione Venezuela e Trump ha giustificato la scelta con il timore di fughe di notizie. Quindi le istituzioni USA erano state tagliate fuori, mentre qualcuno sui prediction market aveva informazioni sufficienti per trasformare una scommessa in una piccola fortuna”.

Coincidenza o c’è dell’altro? La sola certezza è che “Donald Trump Jr. è advisor sia di Polymarket sia di Kalshi, le due principali piattaforme di prediction market”, sottolinea l’esperto.

Cui prodest?

“I sospetti – chiosa Russo – portano tutti alla World Liberty Financial, piattaforma di finanza decentralizzata che vede al vertice i figli del presidente, Eric, Donald Jr e Barron con Donald Trump nel ruolo di chief crypto advocate. Il tutto mentre il titolo DJT, dopo aver perso il 67% nel 2025, sale dell’8% nei giorni dell’operazione Venezuela”.

La commistione tra pubblico e privato porta gli attori a muoversi in spazi sfumati caratterizzati da inedite gradazioni di grigio, con mosse (semplici post) sufficienti a determinare l’aumento o il crollo del valore di determinati titoli o anche l’accuratezza di determinate puntate.

Alla base di tutto per Russo c’è sempre il concetto dell’algoritmo del proprietario: “cioè è il proprietario che determina il contenuto gestito dall’algoritmo secondo i suoi interessi”.

In questo caso “non si limita a decidere cosa vedi nel feed di una piattaforma” ma è “anche uno schema che determina chi può – e quando – trasformare l’informazione in valore economico e chi” di contro “resta fuori dai giochi”.

Pertanto, “La domanda non è più se le piattaforme proprietarie influenzino la comunicazione politica: è, in aggiunta a tutto questo, quale economia dell’informazione si sta costruendo attorno a questo sistema, e chi ne beneficia davvero”.

I ban di Musk e di Trump

“Trump e Musk – sentenzia Franz Russo – sono accomunati da una medesima visione del mondo per la quale l’ideologia politica è in secondo piano. Loro vogliono raggiungere il potere, un potere che non sia solo politico ed economico ma totalizzante e per farlo serve soggiogare l’opinione pubblica. Per questo entrambi hanno bisogno dei social, che rappresentano l’informazione dei tempi odierni. Sia Trump sia Musk, inoltre, maltollerano le ingerenze e i limiti che vengono imposti loro dalle leggi o da altre entità nazionali e quando vi si scontrano allora gridano alla censura”.

Una censura attuata però in prima battuta da loro stessi. Basti pensare alla decisione di X di cancellare l’account pubblicitario della Commissione europea dopo aver ricevuto da Bruxelles una multa di 120 milioni di euro per violazione delle norme digitali dell’Ue.

E mentre l’uomo più ricco del mondo strepitava che l’Unione europea andasse abolita e fosse persino un nuovo Terzo Reich, ecco che la commistione pubblico-privata di cui s’è tanto parlato fino a qui portava Washington a vietare l’ingresso sul suolo statunitense a figure chiave europee nel settore tech accusate dal governo USA di limitare la libertà di espressione americana attraverso regolamentazioni digitali eccessivamente rigorose.

Tra i sanzionati figura pure l’ex Commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton che in passato si era scontrato con Musk quando osò ricordargli che la sua X dovesse rispettare, come tutte le altre piattaforme, le regole comunitarie del Digital Services Act. Ban digitali e sanzioni reali viaggiano insomma in coppia.

“Se la Ue si mette contro le piattaforme americane – è la lettura di Franz Russo – si mette contro gli Usa”.

Donald Trump. Fonte: Shutterstock

La Ue deve dotarsi di una sua infrastruttura digitale

Tutto questo porta a un punto saliente: “La Ue dovrebbe dotarsi di social, di app di messaggistica istantanea, piattaforme europee e di data center proprietari, come del resto ha recentemente annunciato l’azienda francese attiva nel settore aeronautico Airbus”, che mira a far rientrare nella sua effettiva disponibilità i propri dati stoccati al momento sul cloud di aziende terze ed estere.

Serve insomma mitigare gli effetti della dipendenza tecnologica europea che peraltro fa pericolosamente il paio con altre dipendenze riguardanti altri asset strategici, dall’energia ai chip.

“Siamo molto in ritardo – chiosa Russo – ma è urgente correre ai ripari per attuare una sovranità digitale attraverso finanziamenti straordinari simili a quelli già visti in situazioni emergenziali per combattere la pandemia o per armare il Vecchio continente. E non dimentichiamo poi il tema dell’IA: anche in questo settore l’Europa rincorre Cina e USA”.

Il problema però è che “l’Unione europea è molto divisa e ciò ostacola simili decisioni” che vengono prese talvolta solo dopo infinite discussioni “e non sono mai tempestive”.

Forse allora non è casuale se la comunicazione di Elon Musk, come pure quella di Donald Trump, veicolata attraverso social proprietari, sembri finalizzata a far emergere queste divergenze tra i Ventisette, ampliando le spaccature in seno alla Ue.

“Senza Bruxelles sia la Casa Bianca sia i singoli imprenditori delle Big Tech americane tornerebbero a trattare con i singoli Stati”, molto più deboli e in balia delle decisioni e dei ricatti che arrivano dall’altra parte dell’Oceano.

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Carlo Terzano
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Carlo Terzano è un giornalista politico ed economico, con la passione per le nuove tecnologie e l'automotive. Già caporedattore di StartupItalia, ha collaborato e collabora oltre che con Mediatrends anche con Start Magazine, Wired, Radio 24, R101, Formiche, Corriere Innovazione e Lettera43.it.