Democratici e influencer, a che punto siamo

Di il 17 Marzo, 2026
I politici democratici negli Stati Uniti rispondono a suon di video, post, reel e caroselli al (quasi) dominio digitale dei MAGA
Immagine di copertina: una content creator. Fonte: Freepick

La recente vittoria di James Talarico alle primarie del Senato in Texas ha riportato sotto i riflettori le strategie social messe in campo dai democratici.

Negli ultimi anni, la comunicazione politica americana ha infatti vissuto una vera e propria rivoluzione digitale.

Dai video generati con l’IA da parte della Casa Bianca ai meme della campagna elettorale del neosindaco Zohran Mamdani, le piattaforme social sono diventate sempre più laboratorio di linguaggi politici innovativi e strumenti di consenso.

Ma il caso di Talarico non è isolato: rappresenta una tendenza più ampia, in cui i democratici sembrano aver imparato la lezione di Donald Trump e rispondono con contenuti altrettanto efficaci e virali.

Harris vs. Trump

Già durante la campagna elettorale del 2024 i democratici americani avevano dimostrato con Kamala Harris una particolare attenzione nei confronti dell’universo social e digitale.

Dal gruppo di Rapid Response di Kamala HQ fino alle strategie di factchecking per rispondere alle fake news divulgate da Trump, l’intento dei democratici era quello di battersi sullo stesso terreno digitale dei repubblicani.

Il gruppo, una volta chiamato KamalaHQ, è ora stato rinominato Headquarters e si occuperà di trasmettere contenuti che difendano la “democrazia e la libertà”, come si legge dai loro profili social.

Secondo un articolo de The Washington Post, la campagna di Harris aveva creato un nucleo di giovani operatori (tutti sotto i 25 anni) che gestivano i suoi contenuti sui social, in particolare su TikTok.

Questo team lavorava molto rapidamente e con grande autonomia, puntando su video brevi, meme e trend virali per raggiungere il pubblico più giovane.

Molti video non erano impostati come messaggi tradizionali di campagna, ma contenuti “alla TikTok”: dunque, brevi, scherzosi, ironici e difficilmente etichettabili come propaganda elettorale.

La strategia prevedeva di creare dei contenuti altamente virali come, ad esempio, video in cui l’avversario Donald Trump veniva deriso con clip divertenti che hanno ottenuto milioni di visualizzazioni.

La strategia puntava sulla rapidità di risposta ad eventi politici e trend social: i video venivano concepiti, editati e pubblicati spesso in meno di mezz’ora.

Il tone of voice e lo stile del contenuto era volutamente simile a quello delle communities online, tanto che il team sembrava assumere lo stile di una fan‑page non ufficiale di Kamala Harris.

Nonostante avesse meno follower di Trump su TikTok, la campagna di Harris ha generato molte più visualizzazioni, segno di un engagement elevato e di una strategia altamente efficace.

L’approccio digitale adottato ha aiutato Harris a bypassare i media tradizionali e parlare direttamente e informalmente con milioni di elettori, soprattutto giovani.

La squadra monitorava continuamente trend, eventi e comportamenti dei rivali politici, pubblicando contenuti in tempo reale.

La campagna voleva così umanizzare la Harris, mostrando una figura politica più vicina alle culture giovanili e convogliare l’interesse digitale in partecipazione reale, soprattutto tra gli under‑30.

Fancams: il fandom come risorsa politica digitale

Lo strumento più usato dalla campagna elettorale era quello delle “fancams” create con CapCut. Dei brevi video con musiche divertenti, riprese nello stile e nel contenuto dal mondo del fandom.

Si tratta di video virali montati dai fan, molto facili da produrre, corti e con un contenuto rapido e immediato, in cui si prende un estratto di un video di un politico, attore o musicista, ci si monta una musichetta divertente con cuoricini, stelle e altre decorazioni, e la si pubblica ammiccando agli altri fan.

In un interessante articolo Arlie Shugaar, che ha lavorato alla campagna elettorale della Harris, spiega perché è così importante il fandom nelle strategie digitali dei democratici e il perché si è scelto di seguire questo trend digitale.

Parliamo di contenuti non molto elaborati o curati nello stile, ma che evocano l’immaginario dei fan che in maniera “artigianale” producono foto-collage, video e contenuti dedicati alle star politiche che si vogliono omaggiare.

Lo strumento funziona, soprattutto tra i giovani, proprio perché crea – artificialmente – un legame tra la “fanbase” e il leader politico.

Ammiccando agli altri sostenitori con ironia e uno stile leggero, si propone un contenuto che verrà poi ricondiviso, commentato, riprodotto in diversi contesti.

Esempi di questi video stanno circolando su TikTok soprattutto su personaggi politici come Obama, Mamdani o sul primo ministro spagnolo Sanchez e quello francese Macron.

Nel contesto italiano potremmo citare l’esempio dei video su Conte apparsi su pagine come @lebimbediconte che si sono formati in maniera spontanea durante la pandemia.

kamala Harris. Fonte: Wikimedia Commons

Josh Shapiro: il governatore influencer

Un altro esempio dem di utilizzo di strategie digitali legate al mondo del fandom, è quello di Josh Shapiro, governatore della Pennsylvania.

Non a caso Shapiro è stato definito un “governatore‑influencer”, cioè un politico che ha investito molto tempo e risorse per creare relazioni con creator digitali e sfruttare la propria visibilità sui social media.

Come osservato da alcuni esperti, questo approccio nei confronti di influencer e creator sta dando risultati positivi, e potrebbe aiutare la sua immagine e la sua carriera politica, specialmente se dovesse correre per Washington nel 2028.

Shapiro è governatore della Pennsylvania dal 2023 ed è considerato una figura emergente nel Partito Democratico statunitense.

La sua strategia di comunicazione include una forte presenza online e un uso attivo dei social media, cosa che alcuni critici hanno definito una sorta di “self‑branding” criticando l’uso massiccio che egli fa del proprio team digitale.

Dal profilo Instagram di Shapiro si nota subito una buona dimestichezza con i linguaggi social. In un misto tra contenuti che riguardano l’attività politica e foto di momenti privati, con un’estetica molto semplice ma efficace.

C’è anche chi ha criticato il governatore di utilizzare soldi pubblici per promuovere se stesso.

Shapiro e il suo team hanno costruito, ben prima che diventasse pratica diffusa tra i dem, una rete di rapporti con content creator non politici, come vloggers sportivi, food blogger e podcaster.

L’obiettivo era mettere la sua immagine, le sue politiche e la sua personalità davanti a pubblici che normalmente non seguirebbero un politico sui social.

Il team di Shapiro gestisce liste di creator, ne invita alcuni ad eventi, roundtable e incontri personali, offre loro accesso esclusivo a notizie e annunci, e ha persino organizzato eventi sociali dedicati a queste figure nella residenza ufficiale.

C’è anche una newsletter interna e un numero SMS dedicato ai creator per diffondere contenuti e aggiornamenti in anteprima.

Molte delle collaborazioni non riguardano direttamente la politica, ma interessi come sport, lifestyle o gastronomia, proprio per raggiungere utenti che non seguono né direttamente i suoi tweet, né i dibattiti politici.

Shapiro non si limita dunque ad usare i social come altri politici. Ha fatto dei rapporti con influencer e creator una parte centrale della sua comunicazione pubblica.

Questo approccio permette di ampliare la sua presenza oltre l’audience politica tradizionale e di umanizzare il suo ruolo agli occhi di gruppi demografici più giovani o distanti dalla politica istituzionale.

Shapiro ha persino realizzato un video in cui si presenta come un eroe dei videogiochi che combatte contro l’inflazione e l’avidità.

Per queste scelte Shapiro è anche stato criticato, come nel caso in cui ha organizzato un evento sponsorizzato con fondi pubblici per “creator digitali”, descritto come un modo per promuovere elezioni e combattere la disinformazione, ma senza trasparenza su spese e partecipanti.

Recentemente anche Cory Booker, il senatore democratico del New Jersey, ha lanciato un appello affinché i Democratici migliorino la loro presenza sui social media invitandoli a pubblicare contenuti più frequentemente.

Secondo Booker, i Repubblicani storicamente hanno avuto successo nel comunicare online e nel coinvolgere gli elettori tramite piattaforme come TikTok, Instagram e X, mentre molti leader democratici si affidano ancora ai media tradizionali o a messaggi più formali.

Booker sostiene che espandere l’uso dei social media, collaborare con creator e adottare un linguaggio più diretto e informale può aiutare i Democratici a raggiungere un pubblico più ampio e far capire meglio le loro politiche.

Quando il MAGA non convince più

Il mondo dei politici democratici sembra quindi dimostrare di aver compreso la necessità di essere più presenti sui social in America. E tutto questo in un contesto in cui i giovani stanno dimostrando una certa disaffezione per la comunicazione trumpiana e il mondo MAGA.

Sembra infatti che la strategia politica e culturale del movimento MAGA, l’ala più conservatrice e pro-Trump della politica statunitense, abbia perso l’appoggio della Generazione Z (i nati tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000). I dem puntano infatti ad inserirsi con le proprie strategie in un trend generazionale abbastanza evidente.

Nonostante all’inizio della presidenza Trump nel 2025 molti commentatori pensassero che i giovani si stessero spostando decisamente verso destra, il MAGA sembrerebbe aver fallito soprattutto nell’ambiente digitale in cui la Gen Z vive, comunica e si informa.

Le politiche e le azioni contro l’immigrazione e l’ICE, percepite come troppo dure e disumane, soprattutto dopo casi di violenza ampiamente condivisi online, hanno portato i giovani a un disengagement rispetto ai profili social governativi.

Gli scandali come quelli legati agli Epstein files, che per la Gen Z hanno confermato l’idea che Trump sia parte dell’establishment che dichiara di voler combattere, ha inoltre rafforzato questo distanziamento.

In questo trend i democratici vogliono inserirsi per rubare la scena al presidente repubblicano. La domanda vera è: ce la faranno?

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Bianca Maria Esposito
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Docente esperta di comunicazione politica con un dottorato in filosofia politica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha vissuto tra Roma, Parigi e New York, dedicando la sua vita alla ricerca. Attualmente è tutor del master in Comunicazione e Marketing politico e istituzionale della Luiss School of government. Ha scritto per Agenda e IlTascabile di Treccani e su diverse riviste scientifiche.