Dalle firme anonime ai video, The Economist cambia volto

Di il 15 Aprile, 2026
Con il lancio di Economist Play, lo storico settimanale britannico porta i propri giornalisti davanti alla telecamera. Una svolta per una realtà che ha costruito la propria identità sull’anonimato delle firme e sulla forza della voce collettiva
Immagine di copertina: Zanny Minton Beddoes, editor in chief de The Economist. Fonte: Flickr

Per molto tempo, leggere The Economist ha significato anche accettarne una certa distanza. Niente firme in evidenza, nessuna personalizzazione spinta, nessun culto del giornalista-star.

Solo articoli, analisi e una voce editoriale riconoscibile, costruita nel tempo come marchio collettivo più che come somma di individualità. Oggi, però, anche questa storica impostazione comincia a cambiare.

Il lancio di Economist Play

Il settimanale britannico si prepara infatti a rafforzare la propria presenza nel video con Economist Play, un nuovo prodotto destinato all’app mobile.

Il progetto porterà in primo piano corrispondenti ed editor della testata, con programmi realizzati dagli studi di New York e Londra, interviste a figure pubbliche e dibattiti interni alla redazione.

Per un magazine che ha sempre fatto dell’anonimato una scelta identitaria, si tratta di una svolta significativa, anche sul piano simbolico.

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Fonte: Wikimedia Commons

La valorizzazione dei video

L’operazione si inserisce in una trasformazione più ampia che riguarda gran parte dell’industria dei media.

Negli ultimi anni, la centralità di piattaforme come YouTube, Instagram e TikTok ha spinto molte testate a investire in contenuti video per intercettare un pubblico sempre più abituato a informarsi attraverso lo smartphone.

Un trend che ha spinto anche giornali con una tradizione fortemente legata alla parola scritta a cercare nuove forme di presenza visiva.

Nel caso di The Economist, però, il passaggio al video non sembra presentato come una rincorsa ai formati più rapidi o spettacolari dei social. La linea del management punta piuttosto a trasferire nel linguaggio audiovisivo lo stile analitico che caratterizza il magazine.

Zanny Minton Beddoes, editor in chief, ha descritto al New York Times questi contenuti come conversazioni tra persone competenti, prendendo implicitamente le distanze dai modelli più aggressivi della televisione d’opinione.

I rischi per un magazine con una forte identità

Resta da capire quanto questo equilibrio sarà semplice da mantenere. Il video, per sua natura, richiede esposizione personale, ritmo, riconoscibilità dei volti. Tutti elementi che negli anni The Economist ha tenuto ai margini del proprio racconto.

Mostrare i giornalisti, far emergere i dibattiti interni e dare più spazio alla presenza individuale significa aprire una finestra nuova sul funzionamento della testata, ma anche ridefinire il rapporto con il pubblico.

Secondo Luke Bradley-Jones, presidente del gruppo, questa apertura serve proprio a ridurre la distanza che storicamente separava il giornalista dal lettore.

In quest’ottica, il video diventa uno strumento per rendere più visibile il lavoro redazionale e per valorizzare la componente umana del giornalismo, soprattutto in una fase in cui il tema dell’intelligenza artificiale attraversa in modo sempre più evidente il dibattito sull’informazione.

Una mossa anche industriale

Sul piano industriale, la scelta appare anche come un tentativo di ampliare l’offerta senza toccare il nucleo del prodotto principale.

The Economist continuerà infatti a puntare sul suo settimanale, che conta circa 1,3 milioni di abbonati, mentre Economist Play verrà proposto come servizio separato, a circa 15 dollari al mese. Più che una sostituzione, quindi, sembra un’estensione del brand verso un formato ritenuto utile per rafforzare la relazione con gli abbonati e intercettare nuove abitudini di consumo.

L’operazione arriva dopo anni in cui l’industria dei media ha già sperimentato, con risultati alterni, la corsa al video. Il cosiddetto pivot to video ha lasciato dietro di sé numerosi casi di investimenti poco sostenibili e strategie costruite più sugli algoritmi che su una linea editoriale coerente.

Anche per questo, la mossa di The Economist verrà probabilmente osservata con attenzione. Non tanto perché il video sia una novità assoluta, quanto perché coinvolge una realtà che ha sempre fatto della sobrietà e della continuità il proprio tratto distintivo.

I precedenti che anticipano l’iniziativa

Negli ultimi tempi, peraltro, alcuni segnali di apertura erano già emersi.

Le interviste video condotte da Minton Beddoes con figure come Stephen K. Bannon, Tucker Carlson e Benjamin Netanyahu avevano mostrato una maggiore disponibilità della testata a confrontarsi con un linguaggio più esposto e più immediato rispetto alla tradizione cartacea.

Economist Play sembra portare questa tendenza a un livello più strutturato.

La nuova governance

Tutto questo accade in una fase di passaggio anche sul piano proprietario e manageriale.

La vendita della quota del 26,9 per cento detenuta dalla famiglia de Rothschild al miliardario canadese Stephen Smith segna un cambiamento rilevante nell’assetto societario del gruppo.

Allo stesso tempo, Minton Beddoes ha lasciato intendere che, dopo oltre un decennio alla guida dello storico magazine, in futuro potrà arrivare il momento di affidare la direzione a un successore.

In un contesto del genere, il lancio di Economist Play è un modo per testare fino a che punto una delle testate più riconoscibili del giornalismo anglosassone possa aggiornare il proprio linguaggio senza perdere la propria credibilità.

La scommessa non riguarda solo il video. Riguarda il modo in cui un brand storico prova a restare rilevante mentre cambiano i comportamenti del pubblico, i modelli di business e perfino l’idea stessa di autorevolezza.

 

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