Immagine di copertina: Rosario Fiorello. Fonte: Adolfo Franzò
‘Tg1 – Edizione più che straordinaria’, lo show di Fiorello della durata di 12 minuti andato in onda con successo (4.826.000 spettatori, 26,3% di share) su Rai1 domenica 18 ottobre, ha riportato al centro del dibattito del mondo dello spettacolo italiano il tema della possibilità di riproporre il varietà nel contesto odierno della televisione.
E quindi della sua sostenibilità economica e della sua efficacia, perché i famigerati ascolti ancora oggi restano un elemento fondamentale nella valutazione degli addetti ai lavori.
Mina, Raffaella Carrà, Pippo Baudo, Renzo Arbore e altri giganti del settore (ce ne sarebbero da elencare anche sul fronte della regia e della scrittura, da Antonello Falqui a Enrico Vaime) hanno creato e sviluppato negli anni un modello in grado di tenere insieme armonicamente musica, canto, danza, comicità, recitazione, monologo e imitazione.
Una struttura messa in crisi anche dalla spinta dei palinsesti verso formati dalla durata monstre, con conseguente smantellamento delle tradizionali fasce orarie.
E in questa discussione pubblica, che ruolo assumono le piattaforme, luoghi ricchi, talvolta ricchissimi, che ancora preferiscono disertare la partita del varietà puro?
Questi e altri temi sono al centro delle domande che abbiamo rivolto al re del varietà contemporaneo, Rosario Fiorello, mattatore ogni giorno, insieme a Fabrizio Biggio, su Rai Radio2 con ‘La Pennicanza’.
“In questa televisione zeppa di reality, format stranieri, talent e talk show a basso costo non c’è più spazio per il varietà. Il varietà è morto!”. È una frase che, palinsesti alla mano, suona come una sentenza e racconta la realtà della tv italiana. Fiorello, il suo ‘Tg1 – Edizione più che straordinaria’, andato in onda su Rai1, subito dopo il telegiornale della sera, è la classica eccezione che conferma la regola?
Il varietà non è morto. Diciamo che non sta molto bene (sorride, ndr). Ogni tanto bisogna riscriverne la formula, cambiarla per i nostri tempi e cercare di farlo senza prendersi troppo sul serio. Noi ci abbiamo provato a realizzare uno show, in dodici minuti, subito dopo il Tg1. E ci siamo divertiti. Forse anche il pubblico.
Il punto chiave forse è il seguente: il varietà è ancora un linguaggio capace di interpretare il presente o è un genere televisivo che sopravvive soprattutto grazie a personalità eccezionali (che uniscono talento, popolarità e capacità di stare al passo coi tempi) come la sua?
Il linguaggio televisivo funziona quando riesce a sorprendere. Non deve essere per forza quello di una volta, con le scale, i fiori e le piume. Anche se, devo dire, a me le scale… piacciono ancora (sorride, ndr). Bisogna trovare un modo per raccontare il presente, magari anche prendendolo un po’ in giro.
“La tv generalista sa ancora produrre un varietà o soltanto organizzare l’irruzione di Fiorello dentro un altro programma?”. Se lo chiede Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Qual è la sua risposta?
Intanto ringrazio Aldo Grasso: “L’irruzione di Fiorello” sembra il titolo di un thriller. Però dietro quel varietà di pochi minuti c’è un lavoro enorme, con autori, musicisti, ballerini, tecnici, comunicazione e altro. La Rai ha dimostrato che il varietà lo sa fare e si può fare davvero.
In effetti, Tg1 – Edizione più che straordinaria (che tornerà su Rai1, anche se al momento non si sa quando né dove: “Noi non abbiamo una casa fissa! Siamo i nomadi del varietà italiano!”, ha scherzato Fiorello) è stato un vero e proprio varietà… della durata di 12 minuti. Nell’epoca dei social e di una soglia dell’attenzione sempre più bassa, il varietà deve ridurre la sua durata e trasformarsi in una sorta di reel da scrollare o, per dirla meglio con Grasso, in “una finestra nel flusso, un programma che esiste perché il palinsesto gli lascia un varco”?
Non penso che esista una durata ideale. Puoi annoiare in tre minuti e far divertire per tre ore. Tutto dipende da cosa offri al pubblico. Dodici minuti sono comodi. Se va male, quando se ne accorgono hai già finito! (sorride, ndr)
Insomma, ‘Tg1 – Edizione più che straordinaria’ è contemporaneamente la dimostrazione della vitalità del varietà ma anche il segnale della difficoltà di produrlo nella sua forma tradizionale. È un modello replicabile?
Secondo me sì, ma non deve diventare una regola. La cosa bella è stata proprio fare qualcosa che non ti aspettavi di vedere dopo il telegiornale e nello studio del Tg. Se inizi a ripeterlo tutte le settimane, poi non è più una sorpresa.
Restando al tema temporale, nel suo varietà lei ha duettato con Annalisa sulle note di “Diamante” di Zucchero, cantando solo i primi due versi (“respirerò/l’odore dei granai”). Non c’è più tempo neanche per ascoltare una canzone per intero e al varietà non resta che adeguarsi?
Annalisa è una star e le sono grato per la complicità che ha dimostrato, non è da tutti. È vero, erano due versi… però erano due versi bellissimi. Il problema non è il tempo, è come lo usi.
Ora veniamo all’aspetto economico. Nel 2026 la tv, almeno quella lineare (delle piattaforme parleremo più avanti) può permettersi un corpo di ballo, un coreografo, un’orchestra, una scenografia adeguata, gli ospiti prestigiosi, uno studio (e del tempo) per le prove? Insomma, è vero che il varietà non è più sostenibile oppure è un alibi?
Il varietà ha un suo costo, questo è vero. La tv fatta bene ha un suo costo. Ma anche fare tante altre cose in televisione o altrove costa. Bisogna investire nelle persone, nelle idee, nella musica. Io sono cresciuto guardando il varietà, e tanti altri come me. Sarebbe un peccato pensare che tutto questo non si possa più fare. Si adatta ai tempi e ai costi.
Passiamo a un altro elemento che pare essere di intralcio al ritorno del varietà sulla tv lineare: l’orario di inizio del prime time, ormai sempre più vicino alle 22 che alle 21. È un problema reale? È un ostacolo aggirabile? Se sì, come?
Io preferisco iniziare prima. Anche perché a una certa ora mi viene sonno, lo sanno tutti e non lo nego, e non succede solo a me. Scherzi a parte, penso che il pubblico abbia ancora voglia di guardare la televisione, ma bisogna anche rispettare i suoi orari. Non possiamo aspettarci che tutti vadano a dormire all’una.
Villaggi turistici, radio, piazze, tv lineare, pay tv, teatri, Sanremo. Mancano le piattaforme. È vero, lei è stato protagonista di RaiPlay (Viva RaiPlay!, 2019), contribuendo alla sua definitiva esplosione, ma nella sua vita professionale manca ancora uno show su una piattaforma come Netflix, Prime Video, YouTube o altre che paiono in grado di sostenere investimenti importanti, con respiro anche internazionale. È un caso? Oppure secondo lei il varietà non può trovare terreno fertile in questa dimensione che profuma di modernità ma allo stesso tempo frammenta ancor di più il pubblico, rinunciando all’antica idea dell’appuntamento collettivo?
Mi interessa fare qualcosa che mi diverta e che possa divertire il pubblico. Viva RaiPlay! è stata un’esperienza bellissima, abbiamo fatto cose che in televisione forse non avremmo potuto fare. Io sono innamorato della diretta. Mi piace quella sensazione di sapere che, in quel momento, quando si accende la luce rossa della telecamera, siamo tutti lì a guardare la stessa cosa.
Algoritmi, content creator, intelligenza artificiale. Pensando al rilancio del varietà in tv, lei ne è favorevole o contrario?
A favore. Tutto può essere utile se usato con attenzione. Ma voglio proprio vedere se riesce subito a trovare una nuova battuta quando la prima non funziona e bisogna inventarne un’altra al volo. In quel caso, non ho dubbi. Mi affido al mio istinto e al mio gruppo. Per ora preferisco ancora l’intelligenza naturale. Anche se, certe mattine, ne avrei bisogno di una di riserva.




