Charlie Kirk come Omero? La polemica su “The New Dark Ages” di James Marriott

Di il 19 Settembre, 2026
Il giornalista del Times sta facendo discutere con il suo pamphlet in cui, da Charlie Kirk a Joe Rogan, affonda in un'arringa contro la cultura della voce e dello schermo. E quando suggerisce di tornare a leggere, ci va giù pesante, facendo irritare tutti
Foto di copertina: immagine creata con Chat Gpt.

The New Dark Ages di James Marriott è in uscita, e si chiede tagliente: ma la qualità della nostra vita – anche quella sociale – sta peggiorando perché non leggiamo più?

Ma che c’entra Charlie Kirk in questa riflessione?

In occasione dell’anniversario della sua morte, il gruppo che ha fondato, Turning Point USA ha organizzato un raduno per commemorarlo.

Il rispetto tributato ai morti è forse uno dei tratti più costanti della storia umana. Se penso a questo raduno, complici le mie letture e visioni di riferimento, penso alle Troiane di Euripide, che piangono da schiave la distruzione della propria città e dei cari, o ai Persiani di Eschilo, quando il coro greco dei consiglieri intona un lamento funebre per la disfatta della nazione.

Ecco perché mi sembra che in questa commemorazione di Kirk ci sia uno schema antico, quasi peripatetico: di persone che si radunano attorno a un oratore, e che quando questo messia scompare, piangono la fine di un’idea. O almeno, della loro idea di nazione, di paese, di democrazia.

Leggere le democrazie contemporanee

Le nostre abitudini di ascolto hanno subito un rapido cambiamento. Con gli e-book ascoltiamo i libri, con i social guardiamo e ascoltiamo le voci (o anche solo i rumori di lunghe unghia con il gel che sbattono contro le cose); le voci dei miei creator preferiti, che metto in cassa mentre pulisco la casa, ormai sono familiari, li conosce per nome persino il mio fidanzato e quasi li riconosce dall’accento, o meglio, dalla voce.

Comincia da un battito e continua con una voce da oratore, la modernissima Odissea di Christopher Nolan.

Filosoficamente, i pensatori, le studiose, tentano tutti di riconnettere il filo dell’evoluzione tecnologica a quello della storia umana, fatta di abitudini – meglio, di necessità, che appaiono davvero imperiture.

Sul Guardian, nel 2019, si scriveva che siamo in un secondo Gutenberg. Anzi, per la precisione: non siamo nel 1439, quando la stampa fu inventata, ma nel 1495. In sostanza, già stiamo cominciando a usarla, ma comunque non ci capiamo niente, almeno di quanto il nostro mondo verrà stravolto.

Comincio a pensare, ma non con un procedere teorico analitico – che non saprei  maneggiare, è piuttosto un’intuizione, una sensazione: e cioè che alla fine certe cose non cambiano mai, e che i luoghi comuni sono comuni per un motivo. Ma soprattutto, che i desiderata, le vocazioni, gli impulsi umani siano sempre stati esattamente gli stessi. Solo che adesso la tecnologia li rende possibili.

E la dinamica è sempre stata, appunto messianica: le grandi religioni monoteiste sono costruite sull’uno che parla ai molti. Che parla, dunque, con emissione vocale e corpo incarnato. quello che Kirk sapeva fare meglio.

Kirk era un maestro di polarizzante persuasione, un eccellente oratore. La sonorità, la prossemica, le caratteristiche del discorso parlato come incidono su di noi che ascoltiamo? Avrebbero lo stesso effetto se quelle cose le leggessimo?

Vi faccio un esempio molto concreto, personale. Ho di recente finito di scrivere il mio primo testo teatrale: ma chiunque provi a scrivere un po’ di teatro, sa che a differenza di un altro tipo di scrittura creativa e narrativa, quel testo deve “vivere”, si dice. Deve prendere corpo, e soprattutto deve prendere voce e suono sul palco. È solo lì che puoi capire se funziona oppure no.

Al contrario, i migliori romanzi (partiamo dalla base: i russi), o i migliori saggi che ho letto, pronunciati avrebbero comportato una fatica ben maggiore di quella impiegata nel leggerli: persino, una noia!

Il collegamento tra le abilità oratorie di Kirk e la lettura è infatti al centro di The New Dark Ages, un pamphlet polemico di James Marriott, giornalista di cultura del Times, giovane uomo contemporaneo di Kirk, con una vita un po’ analogica.  Usa una macchina da scrivere elettronica e non usa i social per non lasciare che possano depredarlo della sua capacità di attenzione. È un fanatico dei libri, e per rilassarsi mentre scriveva questo testo su Kirk, leggeva Little Dorrit, 1000 pagine di Dickens.

(Spoiler: ascoltare un podcast sui libri, o leggere una newsletter su un autore/autrice, non equivale a leggere quel libro, cari lettori e care lettrici).

L’andamento dei test PISA, promossi dall’OSCE, in tutto il mondo. Fonte: Cultural Capital di James Marriott.

Se ascolti, vai a ritroso

Come si legge sull’ Economist, per scrivere The New Dark Ages Marriott si è basato sul lavoro di uno storico della cultura, Walter Ong, per spiegare la differenza tra lettura – quindi corpo testuale – e ascolto. La scrittura infatti ha permesso alle culture di “esternalizzare” i propri pensieri, e quindi a complicare i ragionamenti e i processi mentali sofisticati: la categorizzazione astratta deriva dal pensiero formato dal testo, secondo Ong. Mentre l’esposizione orale utilizza spesso una struttura “a ritroso”, nella quale l’oratore divaga e si ripete mentre affina il proprio argomento nel corso del discorso, la scrittura permette di costruire un ragionamento logicamente strutturato.

Questo stile a ritroso è quello che sentiamo nei podcast come Joe Rogan ma è anche quello – e questo Marriott non lo può sapere – che si legge ne Il mondo al contrario, che è una sorta di discorso orale sbadatamente messo su carta. Ed è evidente che l’oralità è  la qualità precipua della propaganda politica: l’oggetto della mia tesi al Master, in un tempo paradossalmente ancora quasi-social, era stata proprio la comunicazione di Beppe Grillo, performer di voce-corpo per eccellenza, performer eccezionale del rituale di piazza.

L’antico comizio viene ora sia potenziato che distorto dalle tecnologie. Da consulente di comunicazione politica, mi rendo spesso conto che ci sono leader che di persona sono persuasivi, convincenti, trascinanti, ma che non riescono a bucare lo schermo. Quindi esiste un ulteriore livello di complicazione: non soltanto siamo sempre più esposti allo stimolo sonoro e visivo, ma questo subisce sempre più un’ulteriore fase di mediazione, che è quella tecnologica.

La vitalità di politici, divulgatori, attivisti di sorta, è sempre più spesso data non dai contenuti, bensì dalla loro apparenza – da non intendersi come qualità estetica oggettiva, ma come un insieme di caratteristiche idonee allo schermo del nostro smartphone e alle nostre cuffie bluetooth.

Gotto o Dickens?

“Le cose importanti che Lev Tolstoj ha da dire sulla vita possono essere comprese solo se si è in grado di prestare attenzione”, scrive, secondo alcuni critici con “iperbole martellante”, e persino fanatismo, quando aggiunge che “ci sono verità sulla vita accessibili soltanto attraverso la narrativa in prosa, con la sua capacità di mostrarci l’interiorità delle altre menti… È il motivo per cui nessun attore al mondo può mostrare con il volto ciò che Jane Austen riesce a mostrarci del cuore umano in mezzo paragrafo”.

Tutto questo è pane per i filosofi, i letterati, i linguisti, gli accademici certo, ma in ultima istanza riguarderà alla fine le politiche pubbliche e le nostre vite. Siamo noi che votiamo, che scegliamo, che ci formiamo come cittadinanza: e dove lo facciamo? E non intendo insinuare che si debba leggere perforza Gramsci (forse lo intendo, invece), ma che l’azione del voto riflette la nostra personalità, le convinzioni, le nostre speranze e i nostri valori. Per certi versi, la nostra educazione: ecco perché lettura e democrazia sono connesse.

E questo, mi rendo conto, è un leitmotiv dei miei pezzi. Non crediamo a chi ci dice che la lettura sta scomparendo: noi leggiamo sempre, un sacco di cose, continuamente. Il ritorno della paraletteratura, i manuali di Gotto, i thriller, ci dicono che ci sono milioni di lettori e lettrici nel nostro paese. E non sono sicura che i primi giornali dell’Ottocento fossero veramente democratici, e certamente non erano poco partigiani.

“Tornare a leggere” è un invito troppo semplicistico.

Parte della critica ha detestato il libro di Marriott, per il tono apocalittico, che attribuisce allo schermo ogni male. Ma tra le righe, si intravede un filo conduttore. Si è parlato tanto di recente dell’articolo sul The Atlantic, “The End of Reading is Here” di Rose Horowitch, sul tema della post-literate society; questione ripresa in modo esaustivo e appassionato dalla divulgatrice Ilenia Zodiaco, ma che pochi nel dibattito hanno ricondotto proprio a un Substack di Marriott dell’anno precedente.

Per questo solo i malevoli potrebbero ridurre The New Dark Ages al motto “scrolla meno, leggi di più”. Perché è impopolare inneggiare alla fatica piuttosto che al successo rapido, all’attesa invece che all’immediatezza.

Facile è leggere, ben più complesso stare su un libro di Dickens (ma anche un Demon Copperhead va bene), e a immedesimarci con le vite di quei personaggi su carta, per guardare con occhi diversi le persone che incontreremo per strada una volta usciti di casa. Possibilmente senza cuffie alle orecchie. Senza distrazioni. E magari commentando con un emoji se sei arrivato alla fine di questo articolo.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.