Immagine di copertina: Dario Amodei. Fonte: Wikimedia Commons
Chi lavora quotidianamente con le principali intelligenze artificiali ormai saprà benissimo che di “intelligente” hanno ben poco.
Rapportarsi con gli algoritmi è un po’ come avere a che fare con uno stagista pigro e svogliato, che ti dedica pochi secondi della sua attenzione, poi si distrae e continua il lavoro secondo la propria fantasia, allontanandosi dai consueti paradigmi dati da buon senso e professionalità.
Gli elaborati testuali e grafici realizzati dalle IA vanno sempre controllati con attenzione, perché abbondano di refusi e svarioni, talvolta persino plateali. L’intelligenza, insomma, sarebbe tutt’altra cosa e si potrebbe perciò disquisire parecchio sulla trovata marketing di appioppare ad assemblatori di lavori altrui un simile, altisonante, nome quotidianamente smentito dall’uso pratico.
Gli allarmi sull’IA delle aziende che sviluppano IA
Eppure i signori delle IA lanciano ormai a cadenza quotidiana allarmi continui sul vaso di Pandora che saremmo in procinto di scoperchiare: tolto quel tappo algoritmi troppo intelligenti per essere arginati sciamerebbero da ogni parte riversando sull’umanità le peggiori sciagure.
Nessun allarmismo da parte nostra: è proprio quanto viene annunciato dagli addetti ai lavori. Per fare un esempio recente, Evan Hubinger, ricercatore a capo dell’Alignment team di Anthropic, principale software house statunitense al lavoro sull’IA più performante, su X ha scritto, senza troppi giri di parole: “Credo davvero con sincerità che l’intelligenza artificiale potrebbe uccidere tutti gli esseri umani! Personalmente penso che ci sia più del 10% di probabilità entro il prossimo decennio”.
Parole così fuori scala che normalmente verrebbero ricondotte allo straparlare di qualche troll terrapiattista o no-vax se non fosse che arrivano invece dal profilo social di un’autorità in materia.
Nelle stesse ore un altro ricercatore di Anthropic, Jacob Coxon, ha lanciato la medesima tetra previsione (“Le persone che costruiscono l’IA credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio”) e, per questo, s’è chiuso alle spalle le porte dell’azienda di Dario Amodei, inforcata per la prima volta dopo essersi dimesso da OpenAI proprio per i medesimi motivi.
Insomma, Coxon, ormai veterano delle principali software house statunitensi, ammette che non sembra esistere big dell’IA realmente interessata al benessere mondiale: tutte le aziende, anzi, avrebbero intrapreso una corsa forsennata verso l’autodistruzione.

Sam Altman. Fonte: Wikimedia Commons
L’allarme di Dario Amodei per silenziare le accuse dei dipendenti?
Un duro colpo per l’immagine di Anthropic, nata nel 2021 proprio da un gruppo di ricercatori “obiettori di coscienza” che lasciarono le file di OpenAI decisi a mettere in piedi un vivaio di algoritmi che fossero rigidamente controllati per evitare che si rivoltassero contro la specie umana.
Non a caso il post di Coxon è prima finito sul Wall Street Journal, quindi su ogni altra testata del mondo. E sempre non a caso negli ultimi giorni Dario Amodei è tornato a ribadire il concetto chiedendo a tutto il mondo di rallentare.
L’amministratore delegato individua una sorta di responsabilità collettiva e diffusa che finisce col manlevare la singola azienda da ciò che sta realizzando, nonché un immenso imbuto virtuale e ideologico: siamo pronti a rallentare – dicono da Anthropic – purché lo facciano anche gli altri.
Serve rallentare, ma non dice di quanto. Ci vorrebbero controllori, ma non dice chi. E soprattutto non fa menzione di cosa fare con chi eventualmente dovesse sgarrare.
Troppo alto per il founder e Ceo di Anthropic “il rischio di perdere il controllo dei sistemi di AI, l’uso improprio delle intelligenze artificiali per attacchi informatici e bioterrorismo e gravi sconvolgimenti economici. Una corsa al ribasso, alimentata da incentivi commerciali, può rendere questi rischi ancora più acuti”.
Ma la sensazione è che Amodei dica tutto ciò soprattutto per adombrare le critiche di dipendenti ed ex dipendenti, mettendo agli atti che anche lui ha fatto di tutto per avvertire che la corsa alle IA più performanti ci stesse portando al limitare di un baratro.
Forse le Borse spiegano perché ora si voglia mordere il freno
Nel giro di poche ore anche due altri colossi del settore, Sam Altman e Elon Musk, hanno pubblicamente dato ragione ad Amodei. Nessuno del resto vuole passare per ‘il cattivo’ della situazione.
E se l’uomo più ricco del mondo si limita a un post di poche parole sulla propria piattaforma social X, è stato più esaustivo l’uomo dietro a ChatGpt: “L’impegno a garantire la presenza di valutatori indipendenti con un accesso simile a quello dei dipendenti è un’ottima idea, e noi faremo lo stesso”.
Insomma, una volta tanto Amodei, Altman e Musk sono allineati e concordi. Ma dato che il motivo potrebbe essere meno aulico e umanitario del dichiarato, la recente IPO di SpaceX (l’agenzia spaziale di Musk che contiene al proprio interno anche la software house del settore xAI) butta sul tappeto ulteriori spunti di riflessione: dalla quotazione a oggi ha perso oltre il 7,85%.
Gli investitori sembrano stanchi di continuare a gettare miliardi nei data center, vere e proprie fornaci che bruciano denaro per produrre in cambio algoritmi dalle dubbie capacità. Motivo per il quale qualche giorno fa Altman in merito al debutto in Borsa di OpenAI ha detto: “Non sarebbe il momento opportuno per quotarsi in Borsa: direi che non avverrà nel 2026”.
Di contro Jensen Huang, Ceo di Nvidia, realtà che realizza proprio i famosi chip che compongono il cervello fisico delle intelligenze artificiali e che, grazie alla corsa dell’IA, ha guadagnato quasi 900 punti percentuali in cinque anni, è di tutt’altro avviso: “Il motivo per cui oggi si parla così tanto di cybersecurity è che il settore si sta preparando a lanciare alcuni prodotti, e quale modo migliore per creare domanda se non creando prima un problema?”.
Insomma, per il principale produttore di chip del mercato nordamericano saremmo solo di fronte a trovate pubblicitarie molto aggressive che non devono in alcun modo rallentare la corsa delle IA.
Inutile dire che questa sia pure la medesima opinione del presidente Donald Trump che, oltre ad aver investito personalmente in Nvidia, ha pure titolato il piano statunitense per l’intelligenza artificiale in modo inequivocabile: “Winning the race“.

Solo marketing?
Coltiva i medesimi dubbi ormai da tempo il filosofo Luciano Floridi, professore in Practice of Cognitive Science e direttore fondatore del Digital Ethics Center all’Università di Yale, che su La Stampa a proposito dell’attacco hacker alla piattaforma Hugging Face causata dagli algoritmi di OpenAI fuggiti dal controllo umano aveva scritto:
“Prendete un robot da cucina, lo riempite e intenzionalmente appoggiate il coperchio senza fissarlo del tutto, in modo che il blocco di sicurezza non possa entrare in funzione. Non siete distratti: state raccogliendo dati. Portate la manopola al massimo e fate un passo indietro per osservare. La forza centrifuga solleva il coperchio e la zuppa disegna arabeschi sul soffitto. Allora stilate una relazione dove annotate che l’elettrodomestico ha avuto un malfunzionamento. Ma l’apparecchio non ha fatto altro che girare alla velocità da voi selezionata con un coperchio che avete scelto di non fissare. La lama non ha cospirato contro di voi, ha semplicemente ruotato”.
Del medesimo avviso Walter Quattrociocchi, professore ordinario di Informatica alla Sapienza di Roma, che sul Corriere della Sera smonta le tesi allarmistiche:
“Per un’industria che richiede investimenti enormi, dire di aver costruito strumenti statistici molto utili è una buona storia; dire di stare costruendo una nuova intelligenza capace di superare l’umanità è una storia migliore. La retorica della potenza e quella del pericolo finiscono per alimentarsi a vicenda. Non serve una superintelligenza ostile per causare un danno sistemico. Basta una società capace di generare molto più di quanto sia ancora in grado di verificare. E se abbiamo bisogno di una minaccia globale della quale disponiamo non di percentuali soggettive ma di decenni di dati, modelli e consenso scientifico, non dobbiamo aspettare l’AI. Ne abbiamo già una: il cambiamento climatico. Solo che non parla, non scrive poesie e non promette di diventare Dio”.




