Un’immagine di un ufficio nella Silicon Valley. Fonte: Wikimedia Commons
La Silicon Valley sta diventando un topos letterario?
Non è solo il palinsesto Netflix, ma un interesse più ampio che Hollywood sta rivolgendo alle Big Tech
Le aziende di Cupertino non sono nuove ad analisi e approfondimenti, ma mentre prima erano oggetto realistico di inchieste, documentari, biopic, adesso gli innovatori californiani potrebbero alimentare un nuovo canone di produzione creativa.
L’innovatore traviato, il liberatore corrotto, l’uomo (quasi sempre, l’uomo) che doveva avere una qualità, ma poi ha scelto il profitto.
Ma è davvero così nuovo?
I padri fondatori della Silicon Valley
CBS ha prodotto un legal drama dal titolo “Cupertino”, portando nella Silicon Valley una dinamica narrativa definita dai reporter “Davide contro Golia”. Mike Colter interpreta un avvocato che viene estromesso dalla start up che aveva co-fondato, e si schiera con un’avvocatessa, anche lei appena licenziata e interpretata da Rachel Keller.
La serie è in arrivo ma fa già parlare di sé, perché mette in scena la contemporaneità attraverso la dinamica vincente dell’alleanza (per altro una coppia) e della battaglia giudiziaria contro l’élite: questa volta i Golia della Silicon Valley, che si spalleggiano tra loro.
La lista si allunga. “The Audacity”, satira dark di AMC, racconta una relazione tossica tra “un fondatore” e il suo terapeuta, e la seconda stagione è già in arrivo su Netflix; sullo stesso palinsesto, un po’ in sordina, “Thumblite”, un altro thriller aziendale con lo stesso procedimento narrativo, prodotto e interpretato da Rosamund Pike.
Intanto HBO prepara “War – Il divorzio del secolo”, e in questo caso “il fondatore” usa il proprio potere economico e lobbistico anche per ragioni private, e cioè ingaggiando una battaglia per il divorzio che vede scontrarsi i più prestigiosi studi legali londinesi; Apple TV lavora a “Neuromancer” (in italiano “Neuromante”), una serie cyber-punk definita “impossibile”, che intreccia intelligenza artificiale, hacker e potere corporativo.
E soprattutto, una serie ispirata a un libro. Un libro di William Gibson, di oltre quarant’anni fa.
Dove ti ho già visto?
È davvero il caso di parlare di un nuovo “topos” letterario o è soltanto un aggiornamento in chiave moderna di una dinamica molto più antica?
Lo strapotere delle industrie non è nuovo alla produzione filmica o seriale, neanche quella più recente: si pensi al capolavoro Severance, serie distopica e fantascientifica di Apple TV+ che raffigura la “scissione” dei dipendenti della Lumon Industries che accettano di sottoporsi a una procedura per separare chirurgicamente i loro ricordi lavorativi da quelli della vita privata, non sapendo in tal modo niente di ciò che accade nell’azienda per cui lavorano. O scordandosene, volutamente.
Anche l’alleanza contro il gigante (il Davide contro Golia), non è forse una fedele rappresentazione, un po’ romanzata e avventurosa, di una battaglia sindacale? Per esempio quella che stanno conducendo proprio gli scrittori di Hollywood?
Lo strapotere dei magnati, ed eventualmente la loro caduta, non l’abbiamo – sempre restando sulla produzione recente – già vista trattata con maestria in prodotti diversissimi ta loro, come la serie tv Succession o il capolavoro teatrale Lehman Trilogy? Oppure, La caduta della casa degli Usher, non è forse stata la grande intuizione di Netflix a partire dal capolavoro di Edgar Allan Poe?
Allora, dov’è la differenza? Non abbiamo già visto tutto questo?
Il Wall Street Journal ha scritto che, rispetto a Black Mirror, c’è uno scarto, e cioè che quel futuro distopico non è più da immaginare, ma è già qui. È una frase roboante, che però rileva un aspetto non trascurabile: la capacità visionaria della serie in effetti cala di stagione in stagione, dovendo spingere l’asticella sempre un po’ più in là (nel fantascientifico più distante dal credibile). E questo perché tutto è stato già letto e raccontato nel suo triviale sarcasmo già nei primi episodi, con altri picchi successivi come Nosedive o Common People: in questi episodi c’è di vero tutto e niente, per questo funzionano. La società si regge su un’attribuzione di stelline tramite social, oppure su esseri umani poveri in canna che diventano impianti pubblicitari viventi.
Forse il vero avanzamento narrativo è la possibilità di ingaggiare una battaglia legale, piuttosto che lasciarsi sopraffare: ma è ancora interna ai protagonisti tech. Non c’è vera dinamica sindacale o aggregazione comunitaria: è il singolo che eroicamente sfida la casa madre dei fondatori.
Lo ha fatto Anna Wiener nel 2020 con Uncanney Valley, ad esempio, ma adesso dal saggio – documentaristico, appunto, si passa alla narrazione. E sono due narrazioni che si scontrano da titani: i fondatori che hanno promesso di migliorare il mondo, e quelli per cui il mondo non sta migliorando per niente.
Il paradosso di Hollywood
Francesco Costa in California offre un affresco esaustivo e accurato dello Stato americano che più di tutti, per motivi storici, geografici, antropologici, si presta all’innovazione. Uno Stato di luci e ombre, per cui funziona ancora il mito della corsa all’oro: ci si trasferisce lì rincorrendo il sogno americano-tech, e si finisce per strada dalla sera alla mattina.
La Silicon Valley sta diventando una cittadella di potenti troppo-potenti, ci dicono i governi, i reporter, chi denuncia, gli attivisti. Ma in questo non c’è, davvero, niente di nuovo storicamente. Piuttosto è stato davvero un problema narrativo: quand’è che abbiamo creduto che il fine principale non fosse il profitto?
La grande vittoria dei fondatori è stata proprio sul racconto. Lo stravolgimento, la disruption, certamente è avvenuta: le nostre vite non sono le stesse. Ma è stata calata dall’alto, top down si dice in gergo: nessuno di noi vi ha attivamente partecipato. E se lo abbiamo fatto, non è stato in un’alleanza con i disruptor, ma come consumatori.
Adesso Hollywood interviene per ribaltare quella parabola evangelica: questo è il nuovo establishment, e non è solo economico, ma anche politico. E la tecnologia diventa strumento dell’Io più privato, e non al servizio del noi.
“La mia impressione è che la rabbia, qui definita collettiva, nei confronti dei colossi delle tecnologie, più ancora che un sentimento popolare, sia invece un perfetto propulsore individuale. Provo a spiegarmi. Se sostituissimo il CEO di turno col Gordon Gekko di Wall Street o con la Fabbrica di Memoriale o con quello che ritengo l’archetipo di tutte queste narrazioni, il procuratore de La metamorfosi, ci accorgeremmo che, da parte del pubblico di lettori e spettatori, i sentimenti nei confronti del potere che deriva dal lavoro sono ancora quelli: un mix di timore, frustrazione e rivalsa che ancora noi tutti sperimentiamo negli uffici, nelle scuole, negli ospedali, persino a casa”, spiega Innarella.

Gli uffici di Google a Los Angeles. Fonte: Flickr
Il paradosso della Fringe Hollywood
Si riscontra nella galassia delle contestazioni, una pulsione alla fagocitazione. Questo paradosso concerne alcune battaglie più di altre, ma in generale sembra impensabile un’organizzazione dell’azione collettiva che non si affidi alle infrastrutture comunicative, o ai data center, che dobbiamo proprio alle Big Tech.
Similmente, questa dinamica fringe, per cui ci si colloca ai bordi della narrazione ma si sta pienamente dentro il sistema, riguarda anche i nuovi focus del racconto sull’epopea di Cupertino.
Se queste serie tv avranno successo sarà grazie al marketing prodotto, distribuito, fruito attraverso il sistema implementato dalla Silicon Valley: il conflitto entra a Hollywood ma disciplinato, contenuto, previsto.
La domanda è dunque se esiste ancora una possibilità reale di narrazione controculturale, controegemonica, o se possiamo anche solo accontentarci di negoziare una storia per un’altra.




