Immagine di copertina: la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Fonte: Flickr
I lobbisti delle Big Tech a Bruxelles già lo avevano intuito ma, dopo aver ascoltato il discorso della presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, sulla sicurezza online dei minori, ne hanno la certezza: questa sarà un’estate di lavoro, per prepararsi all’annunciato blocco dei social network per i più giovani che Bruxelles intende presentare a settembre.
La Commissione, in realtà, ha in mente una riforma ben più pesante e pervasiva di quel che un divieto di accesso ai social lasci intendere ed ecco perché il lavoro è ingente.
C’è da studiare le 156 pagine del report sulla sicurezza dei bambini online che un gruppo di 67 esperti tra pediatri, psicologi, sociologi, ma anche associazioni, esperti di diritti e portavoce delle consulte giovanili dei 27 Stati europei ha elaborato in quattro mesi.
E che sarà il canovaccio del piano di azione della Commissione von Der Leyen 2. A consegnarlo nelle mani della presidente il 13 luglio sono stati i due co-presidenti: Maria Melchior, epidemiologa e direttrice della ricerca all’Istituto nazionale francese per la salute e la ricerca medica, e Jörg M. Fegert, direttore medico del reparto di Psichiatria e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Ulm University Medical Center.
La linea degli scienziati consultati dalla Commissione è netta. Fino ai due anni di età tenere i bambini lontano dagli schermi. Dai tre ai dodici l’uso deve essere supervisionato e limitato, con regole ferree sui tempi, e le scuole dovrebbero adottare dispositivi connessi a internet solo se necessario e solo per progetti strettamente educativi.
Dai 13 anni si può passare a un uso più autonomo, ma solo di quei prodotti che sono stati progettati per essere sicuri e adatti allo sviluppo giovanile. Insomma, detto altrimenti la Commissione europea si muove verso la formalizzazione di un divieto di accesso ai social network per gli under 13.
Per von Der Leyen il tema “non è stabilire se i bambini possano accedere ai social media. È stabilire se e quando i social media possano accedere ai nostri bambini”.
La presidente ha fatto della protezione dei minori online una delle più importanti campagne del suo secondo mandato e sa che in questa battaglia ha le spalle coperte da molti Stati europei, a favore di blocchi di accesso (Francia in primis) e alleati in giro per il mondo, tra cui l’Australia, che ha adottato uno dei divieti più restrittivi al mondo dallo scorso dicembre (pur con risultati finali finora piuttosto tiepidi).
Tuttavia passare dalle parole ai fatti non è affatto scontato. E il rapporto porta con sé, oltre a tante risposte e dati, alcune domande fondamentali.

Ursula von der Leyen. Fonte Flickr
La galassia dei social media+
Dicevamo che la riforma non riguarda solo il blocco ai social. La risposta sta nel documento tecnico.
Per prima cosa la Commissione dovrà chiarire a sé stessa (e quindi all’industria digitale) il perimetro delle piattaforme che dovranno escludere i minori. Il suo gruppo di consulenti consiglia di adottare un approccio “social media+”.
Quindi non solo i social network propriamente detti, come Facebook e Instagram (per fare alcuni esempi), ma anche i gestori di app store, gli sviluppatori di sistemi di intelligenza artificiale (e specie quelli che rilasciano chatbot da compagnia), i produttori di videogame, le piattaforme di condivisione video.
Detto altrimenti, ci sono centinaia di aziende, ben oltre il primo blocco dei grandi colossi del digitale, che in teoria dovrebbero alzare un muro per impedire ai più piccoli di entrare. Vedremo se nel suo piano per settembre la Commissione fisserà dei paletti basati sulla dimensione del fatturato o il numero degli utenti, come ha fatto con il Digital services act (Dsa) e il Digital markets act (Dma), o se la sicurezza degli under 13 varrà per tutti, a prescindere.
Ad ogni modo, si tratta di un’operazione mastodontica e Bruxelles dovrà prepararsi a governare una campagna napoleonica per larghezza di campo e forza degli eserciti contrapposti (i nostri lobbisti di cui sopra).
Il secondo punto da chiarire sono le modalità con cui si stabilisce la sicurezza online dei minori. Da un lato abbiamo il primo e più facile: la verifica dell’età. Per entrare nel mio spazio online, dovrai dimostrare di avere più di 13 anni.
La Commissione si è anche dotata di una applicazione dedicata, che entro la fine dell’anno conta di distribuire agli Stati affinché la integrino come strumento di controllo. In sostanza la app acquisirà l’età dell’utente attraverso la scansione di un documento di identità o la verifica in ufficio pubblico e a quel punto comunicherà alle piattaforme che la persona è maggiorenne (o al di sopra di una certa età, per esempio 13 anni) senza condividere data di nascita o altri dati.
Il rischio che questo altolà possa essere aggirato esiste comunque, attraverso l’uso di virtual private network ma anche per lo scarso controllo delle piattaforme stesse. Ad aprile la Commissione ha accusato Meta di aver violato il suo Dsa perché né Facebook né Instagram applicano sufficienti controlli per impedire agli under 13 di iscriversi.
Nei giorni scorsi uno studio condotto da un team di esperti di software, riportato da Reuters, ha dimostrato che in Australia il blocco all’accesso dei minori ai social funziona a singhiozzo e che i ragazzi possono ancora aggirarlo.

Sundar Pichai. Fonte: Wikimedia Commons
Cambiare il motore
C’è poi il problema di cosa succede quando si attraversa la soglia. Se i meccanismi di funzionamento delle piattaforme non cambiano, il freno dell’accesso è solo un palliativo perché tutti quei meccanismi automatici che creano dipendenza (come l’autoplay dei video, lo scrolling infinito, l’effetto “tana del coniglio” che risucchia le persone in un vortice di contenuti) restano al loro posto, a scavare lentamente la goccia anche se una persona usa i social sotto la supervisione di qualcuno di più maturo.
Se un videogioco è progettato per stimolare il concorrente a pagare a un certo punto per sbloccare armi, utensili o trucchi con cui saltare di livello, sperare che un grillo parlante che richiama a non farli sia sufficiente è una base debole per una politica comunitaria.
La stessa Commissione europea ha accusato il 6 febbraio Bytedance (la società proprietaria di TikToK) e poi Meta il 10 luglio di aver violato il suo Dsa per le modalità con cui TikTok, Instagram e Facebook sono progettati e che creano “dipendenza” tra gli utenti.
Se le piattaforme non mettono mano ai loro prodotti o dimostrano in modo credibile che la Commissione è in errore, rischiano multe milionarie, fino al 6% del loro giro d’affari annuali.
Le insidie nascoste nel design delle piattaforme, per cui il funzionamento del contenitore è stato ritenuto ancora più determinante della natura del contenuto, sono alla base anche di una storica sentenza negli Stati Uniti, dove lo scorso 25 marzo Meta e Google sono state ritenute responsabili dei danni causati a una 19enne, conosciuta con il nome di Kaley, che nel 2023 aveva sporto denuncia contro le piattaforme per le tecniche con cui catturano l’attenzione dei loro utenti fino a spingerli a un uso compulsivo e, nel suo caso, a depressione e ansia.
Google e Meta sono state condannate da un tribunale della contea di Los Angeles a 6 milioni di dollari di risarcimento, contro cui la società fondata da Mark Zuckerberg ha fatto appello. Snapchat e TikTok, anch’esse accusate dalla giovane, avevano evitato di finire in aula accordandosi per un risarcimento.

Mark Zuckerberg. Fonte: Shutterstock
Il momento “Big Tobacco”
La battaglia, insomma, deve puntare a ristrutturare le piattaforme dall’interno, eliminando i dark pattern e gli altri strumenti invisibili di manipolazioni, più che limitarsi solo a tenere fuori una fascia di popolazione.
“Le piattaforme sono state le artefici di questi sistemi – ha detto von Der Leyen -. Ora devono dimostrare che i loro servizi non causano danni. In Europa, chi sviluppa un prodotto è responsabile della sua sicurezza. Le case automobilistiche devono garantire la sicurezza dei propri veicoli. Non ci aspettiamo che siano i bambini a progettare da soli le proprie cinture di sicurezza. Non ci aspettiamo che i genitori installino gli airbag a casa. E lo stesso deve valere per le grandi aziende tecnologiche”.
La presidente richiama il ruolo del Dsa per mettere a posto queste storture, ma è ancora da dimostrare quanto la minaccia di multe indurrà le grandi compagnie tech a ripulire i propri algoritmi.
Se davvero von Der Leyen non vuole che siano le famiglie a costruirsi in casa gli airbag, dovrà trovare il mondo per renderlo uno standard dell’industria. L’Unione europea in passato ci è riuscita. Il suo Brussels effect è diventato il motore di trasformazioni su scala globale nella regolamentazione della tecnologia ma ora deve riuscire a fare di più: arrivare al motore delle piattaforme, in un momento in cui la popolarità del Vecchio continente, la sua forza diplomatica e l’appetibilità dei suoi 450 milioni di cittadini sono in calo.
Infine la Commissione dovrà vedersela con gli Stati. Gran parte dei 27 ha adottato o sta studiando limiti di accesso, in genere al di sotto dei 13, 15 o 16 anni. Ma c’è anche chi, come l’Estonia, si oppone all’idea di un blocco. Come al solito Bruxelles non potrà accettare una Unione a due o più velocità.
Il rapporto sulla sicurezza online consegnato alla Commissione conferma tante conclusioni a cui la letteratura scientifica è giunta da tempo ma la messa in pratica dipende dalla volontà politica.
Negli Stati Uniti lo hanno definito il momento “Big Tobacco” dei social media. Come a dire che per le grandi piattaforme digitali dove trascorriamo gran parte della nostra vita online è venuto il momento di rispondere dei danni psicologici e sociali di cui sono accusate ormai da tempo, come avvenne negli anni Novanta per i produttori globali di sigarette.
Ci sono voluti circa quarant’anni di studi scientifici e pressione politica per arrivare alle grandi class action contro i produttori di sigarette degli anni Novanta, con i social – ironia del digitale, che scala sempre più velocemente – ne è bastata la metà. Ma non è detto che aver riconosciuto il problema sia sufficiente a trovare con la stessa velocità le soluzioni più efficaci.
Sarà un’estate di studio.




