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Con rispettivamente 171 e 146 milioni di dollari finora incassati a livello globale, a fronte di budget produttivi di 750 mila e 10 milioni, Obsession e Backrooms sono già diventati il caso cinematografico dell’anno, tanto da costringere l’intero comparto degli Studios hollywoodiani a interrogarsi sul proprio modello industriale.
I due film, che seguono direttamente il caso di Iron Lung – 3 milioni di dollari di budget e un incasso globale di 50 milioni – non fanno notizia solo per l’enorme sproporzione tra spese di produzione ed incassi, ma perché rappresentano il successo indiscutibile di creator nati e cresciuti su YouTube e che hanno saputo traghettare il loro potenziale di pubblico sul grande schermo.
Chiaramente questo non significa necessariamente che YouTube stia segnando una rivoluzione industriale nel mercato cinematografico, ma questa particolare contingenza apre a scenari da osservare con attenzione per interpretare il futuro dell’industria.
Il contesto: lo stato di salute di Hollywood
Per inquadrare il fenomeno, è opportuno partire dallo stato di salute dell’industria cinematografica globale che, al di là del baratro rappresentato dal lockdown tra 2020 e 2021, è dal 2002 che registra una progressiva flessione nel numero di biglietti venduti in sala.
Non sono bastati i maxi-franchise, i film evento o gli investimenti sempre più grandi nei colossal a frenare una discesa che segna sostanzialmente un assodato cambio di abitudine nel pubblico: se prima si andava al cinema come luogo di una pratica di fruizione a prescindere dal cartellone, oggi, se vi si va, lo si fa per vedere il film particolare, quando questo è presente e ben comunicato.
Per questo notiamo ormai sempre più di frequente budget di promozione assimilabili a quelli di produzione: se per il recentissimo The Mandalorian & Grogu (di casa Disney, a marchio Star Wars) sono stati stanziati 165 milioni di dollari in produzione, 125 milioni sono andati al marketing globale per promuovere un titolo che comunque non è ancora arrivato a pareggiare con gli incassi – al momento 225 milioni di dollari – l’investimento complessivo.
Non è un caso che lo scorso marzo andassimo a rintracciare nella fame di contenuti e proprietà intellettuali la peculiare lotta finanziaria che ha visto protagonisti Warner Bros Discovery, Paramount e Netflix e che oggi entra in frizione con un contesto industriale la cui tenuta tradizionale è data come inevitabilmente a rischio.
Allo stesso tempo avevamo sottolineato come il trionfo agli Oscar 2025 di Anora rappresentasse un messaggio chiaro nel mondo produttivo: opzionate film dall’aspetto indipendente e dai budget contenuti – in quel caso 6 milioni di dollari – perché ormai la resa nel mercato è possibile solo a partire da una razionalizzazione dei costi.
Il caso: Backrooms e Obsession
In questi ultimi giorni si è scritto moltissimo di Backrooms e di Obsession, soprattutto in chiave critica, per rimarcarne la freschezza visiva e l’originalità estetica.
Alcuni punti fermi dei commenti hanno sottolineato quanto la matrice di genere comune ai due titoli – l’horror vagamente art-house che ha fatto la fortuna delle due mini-Major che li hanno distribuiti, A24 e Focus Features – abbia inciso sull’ottimizzazione dei costi.
L’horror è un genere noto per avere un’estrema efficacia anche con budget molto bassi, nonché per essere capace di attirare grosse fette di pubblico nei primissimi giorni di tenitura in sala.
Sicuramente entrambi i film sfruttano al massimo il potenziale del genere, come già lo facevano i rispettivi autori – Kane Parsons per Backrooms e Curry Barker per Obsession – sui loro canali YouTube prima di essere contattati dalle due etichette, specializzate entrambe in quello specifico filone cinematografico.
Proprio la capacità di costruire un immaginario visivo e narrativo solido e riconoscibile è stato l’elemento cruciale che ha permesso ai due autori di consolidare intorno ai propri canali una community di utenti fedele e reattiva, disposta a seguire il loro percorso creativo anche al di fuori dai confini di YouTube.
A24 e Focus Features hanno puntato esattamente su questo bacino di utenti: sapere che intorno agli universi creati da Parsons e Barker gravitavano rispettivamente 3 milioni e 1 milione di utenti significava garantire ai film una base di pubblico iniziale – competente e fidelizzato – tale da rendere il basso investimento sui titoli sicuramente redditizio.
E così è stato: Backrooms e Obsession hanno immediatamente dimostrato che gli appartenenti a una community seguono il contenuto a prescindere dal suo contenitore, e sono quindi disposti a diventare spettatori cinematografici se questo significa continuare ad abitarne gli spazi narrativi.
Questo ovviamente non significa trasformare questi utenti in assidui frequentatori di sale, tutt’altro. È però indubbio che la loro iniziale presenza competente e attiva abbia innescato un discorso intorno ai due titoli che ha portato una gran parte del pubblico cinematografico “tradizionale” ad interessarsi ad essi, potenziandone quindi la risonanza.
Non è detto che con Parsons e Barker l’esperimento sia replicabile con la stessa efficacia: nel caso di Backrooms, l’aver innestato una narrazione lineare all’interno dell’ambientazione che ha fatto la fortuna dell’universo di Parsons rischia di trasformare il prodotto nell’ennesimo franchise ridondante; mentre per Barker, che ha già una formazione filmica scolastica, l’integrazione nell’industria hollywoodiana tradizionale è ancora più prevedibile.
In entrambi i casi, quello che è nato come la scintilla inaspettata di due sguardi indipendenti, rischia di diventare molto rapidamente l’ennesimo modo per rimettere tutto in linea con le vecchie regole del gioco degli Studios.
Può quindi il cinema rinascere da YouTube?
Negli ultimi anni, YouTube viene visto a giorni alterni dagli analisti come il “nuovo” sostituto di qualsiasi cosa.
C’è chi l’ha bollato come il nuovo modo di ascoltare musica o di guardare televisione; oggi, dopo il successo di Backrooms e Obsession, è visto come il nuovo terreno di caccia dei produttori per trovare autori indipendenti.
Sicuramente, quello che YouTube sa fare con forza è aggregare community intorno a identità visive e narrative, a prescindere dalla qualità di base, dai budget, o dalle finalità. E può sicuramente capitare che queste identità arrivino dalla piattaforma video al grande schermo, anche se non sempre con lo stesso potenziale commerciale.
Nel nostro Paese si era tentato più volte di capitalizzare sulle community costruite da creator di YouTube, spesso puntando sulla dimensione della commedia, con il risultato normalmente di realizzare prodotti di scarso valore estetico che scontentano persino i fan dei protagonisti.
Il solo caso paragonabile in proporzione e per efficacia a quanto accaduto negli USA con Backrooms e Obsession è stato nel nostro Paese quello della saga cinematografica degli youtuber Me contro Te: pur cambiando radicalmente il genere – dall’horror art-house alla commedia avventurosa per bambini – si è mantenuto il basso budget e la cifra stilistica originale, garantendo la partecipazione attiva e reiterata della community anche in sala.
Il primo film dei Me contro Te, prodotto e distribuito da Warner Bros. nel 2020, è infatti costato 750.000 euro e ha fruttato al botteghino 9 milioni e mezzo. Certo, si parla di un incasso non paragonabile alla potenza globale della distribuzione statunitense, ma dimostra su scala italiana quanto possa fare la differenza la solidità di una community nel passaggio in sala.
Ma anche qui, il fenomeno nato su YouTube ha saputo portare in sala un pubblico occasionale e legato sostanzialmente alla fedeltà al contenuto, non all’affezione per una modalità di visione.
Cosa aspettarci dal futuro della relazione tra YouTube e Hollywood?
Il caso di Backrooms e di Obsession è, in definitiva, una nuova incarnazione di dialettiche simili che si sono già scontrate con le prassi hollywoodiane e hanno poi portato a rinnovati assestamenti dei modelli produttivi tradizionali.
Basti pensare a quanti registi oggi acclamati hanno iniziato la propria carriera con gli spot pubblicitari – uno su tutti, Ridley Scott – o con i videoclip musicali, entrambi linguaggi che hanno trovato a fatica un riconoscimento concreto da parte dell’industria.
Al contempo, non è passato nemmeno un decennio da quando l’establishment industriale si divideva tra chi riconosceva quanto prodotto da Netflix e Prime Video come degno di essere comparato ai film in sala e chi, come il Festival di Cannes, ha lungamente faticato ad accettarli in concorso.
La fame di contenuti e il costante declino dell’abitudine alla sala da parte del pubblico costringerà sempre di più le case di produzione ad esplorare gli angoli della rete in cerca di creator capaci di traghettare sul grande schermo – e trasformare in biglietti venduti – le proprie estetiche e le proprie community.
Il rischio principale, ovviamente, è che questo si trasformi nell’ennesima bolla speculativa dell’audiovisivo, capace di fagocitare, snaturare e quindi interrompere la traiettoria di innumerevoli talenti nella rincorsa al nuovo caso dell’anno.
Quello che ci insegnano tanto Backrooms e Obsession, quanto persino i nostri Me contro Te, è che tutto questo deve unirsi necessariamente a condizioni produttive e di genere capaci di massimizzare la resa estetica e discorsiva di una community. Tutto ciò non può funzionare se snaturato da sovrastrutture industriali normalizzanti.
Al contempo, è abbastanza evidente che in tutto questo YouTube non cercherà verosimilmente di sostituirsi né ai produttori tradizionali né a contesti di showcase delle produzioni indipendenti da spingere oltre l’ecosistema della piattaforma.
L’obiettivo di YouTube resta sempre e comunque quello di massimizzare la resa interna dell’attività delle proprie community e quindi, al massimo, di portare più utenti al proprio interno, non il contrario.
L’investimento sui creator professionali – tantissimi all’interno del portafogli YouTube: oltre 2 milioni superano il milione di iscritti al canale – resta infatti finalizzato a un rafforzamento della loro portata di capitalizzazione interna dei contenuti. “Bruciarne” il potenziale su altri contesti non controllabili sarebbe, ad oggi, un percorso decisamente troppo rischioso e dispendioso da intraprendere.




