Immagine di copertina: il presidente degli Stati Uniti. Fonte: Flickr
Scampato all’ultimo attentato subito nel giro di pochi mesi, questa volta Donald Trump non ha più detto, come fece durante il suo discorso d’insediamento il 20 gennaio 2025, di essere stato salvato da Dio.
Ma dato che di recente, sui propri social, il presidente americano si era calato nei panni del figlio di Dio in persona, l’omissione potrebbe comunque preoccupare: che sia stato lui a salvare sé stesso?
Anche perché, intervistato dalla CBS News in occasione della sparatoria durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, il tycoon ha detto che l’attentatore sarebbe “anti-cristiano”.
Non accenna insomma a rescindersi quel legame con la religione che Trump ha pazientemente intessuto nel corso degli ultimi mesi, fino a trasformare il culto della sua persona in una sorta di setta, tutt’altro che laica.
The Holy Babble
A tal punto che a New York l’artista anonimo The Suited Racer ha voluto fotografare il trumpismo dell’ultimo periodo ricreando una cappella religiosa con tanto di panche per gli elettori, qui ridotti a proseliti adoranti, vetrate colorate che sciorinano i momenti più significativi della vita di The Donald e presunti testi sacri contenenti discorsi e ordini esecutivi presidenziali.
La mostra si chiama “The Holy Babble” e, fin dal nome, sfocia nella satira. O nella bestemmia, visto che Trump prende molto seriamente il suo rapporto con Dio e lo fa veicolando in continuazione attraverso i propri social (a iniziare dalla piattaforma di sua proprietà, Truth) immagini e video delle preghiere che si levano continuamente dalla Casa Bianca, molte delle quali direttamente dal suo Studio Ovale.
In particolar modo le foto, studiate per essere simmetriche come dipinti rinascimentali, lo vedono sempre al centro della scena mentre le mani di tutti gli astanti (i discepoli?) sono poggiate sulle sue spalle.
Una posa tutt’altro che naturale e tutt’altro che casuale che lascia intendere che Trump sia una sorta di “antenna” capace di trasmettere le preghierine recitate alla sua corte direttamente a Dio.
La guerra santa con il Papa
Il problema è che la religione cristiana riconosce già un intermediario tra l’uomo e Dio: il Papa.
E non è dunque un caso se il rapporto tra Trump e Papa Leone XIV si sia velocemente deteriorato, ben prima degli sguaiati attacchi del tycoon delle ultime settimane, con il Potefice che da tempo aveva iniziato a guardare con sospetto a quelle messe laiche nello Studio Ovale.
Lo scorso gennaio il Vescovo di Roma aveva condannato l’invasione americana del Venezuela per rapire il dittatore Nicolás Maduro e più o meno nel medesimo periodo aveva rimbrottato l’ICE, la temibile polizia di frontiera statunitense, per il trattamento riservato agli immigrati, definito “estremamente irrispettoso” della persona.
E dire che proprio l’elezione di un Papa americano aveva fatto ritenere a Donald Trump di poter avere magari non un santo in paradiso ma almeno un uomo in Vaticano. E subito aveva convocato alla Casa Bianca il fratello maggiore di Papa Leone, Louis Martin Prevost quasi a ribadire il suo stretto legame con la “sacra famiglia”.
Le vie del Signore, si sa, sono infinite e Louis nemmeno a farlo apposta è un MAGA, ovvero un sostenitore del movimento “Make America Great Again” che ha portato nuovamente il tycoon alla presidenza USA.
E non è nemmeno un MAGA moderato: il Daily Best s’è divertito a rendicontare una serie di contenuti imbarazzanti che il fratello del Pontefice ha veicolato sui propri social, tra insulti all’ex presidente Dem Joe Biden (paragonato a Hitler) ad altri contro Nancy Pelosi, fino a deleterie scempiaggini No Vax.
I cattolici americani verso lo scisma?
Quel che è successo dopo tra Trump e il Papa è stato fin troppo dibattuto nelle scorse settimane, sarebbe inutile tornarci.
Con la guerra in Iran infatti la tensione tra il Cupolone e la White House è accresciuta e il Pontefice ha prima definito “inaccettabili” le minacce di Trump al Paese (“un’intera civiltà sarà cancellata…”), quindi ha avvertito che “gli attacchi alle infrastrutture civili sono contrari al diritto internazionale” e infine ha invitato gli americani a contattare i propri rappresentanti al Congresso per chiedere la pace.
In tutta risposta Trump lo ha definito “un Papa debole”: un attacco che ha squassato almeno in apparenza le coscienze dei cattolici statunitensi, repubblicani inclusi.
Se si esclude la vignetta del presidente americano, realizzata con qualche programma di intelligenza artificiale, mentre in posa divina resuscita il Lazzaro cancellata in poche ore per le polemiche (il tycoon però non ha mai fatto alcuna retromarcia dichiarando che in realtà era un “medico della Croce Rossa intento a soccorre gli ammalati”), Trump ha comunque continuato le sue invasioni di campo nella religione, postando per esempio altre immagini sempre realizzate con l’IA in cui appare abbracciato a Gesù.
Anche perché a dispetto del biasimo collettivo, sondaggi alla mano il gradimento per il presidente sarebbe pure aumentato a seguito delle bordate contro il Papa. E per molti osservatori i cattolici americani saranno presto chiamati a compiere una scelta che potrebbe portarli ad allontanarsi dalla Chiesa di Roma.

Papa Leone XIV. Fonte: Wikimedia Commons
Ogni religione ha i suoi simboli
Non è dato sapere se Trump stia realmente costruendo una sua religione, ma di certo i simboli li ha già apparecchiati da tempo.
Ha un suo Vangelo, che risponde all’altisonante e messianico nome “Truth” (la piattaforma che si è costruito quando venne espulso dagli altri social), ha un suo tempio, ovvero la Casa Bianca, che il tycoon vuole ridisegnare a propria immagine e somiglianza (a seguito dell’attentato è tornato sulla necessità di realizzare una sala da ballo inespugnabile) e nel prossimo futuro avrà anche altre costruzioni in suo onore.
Magari non la statua d’oro in suo onore che vorrebbe veder troneggiare sulla “riviera di Gaza” – ovviamente dopo aver raso al suolo ciò che le bombe d’Israele hanno lasciato in piedi – ma comunque un arco di trionfo da record che il tycoon intende realizzare a Washington DC, così imponente da oscurare con la sua ombra persino il Congresso.
E, come ricorda il New Yorker, quando un giornalista gli ha chiesto a chi fosse dedicato, Trump ha risposto: “A me”.
Anche Trump ha i suoi apostoli
Ma, soprattutto, ogni Messia che si rispetti ha il proprio codazzo di apostoli.
Nel caso di Trump oltre alla gente che siede nel suo stesso governo, bisogna guardare alla Silicon Valley e ai suoi uomini di punta, un tempo startupper idealisti e squattrinati, oggi affaristi senza scrupoli.
Il magnate aveva stretto un patto con l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk (che però non ha resistito a lungo nel cono d’ombra del presidente) e convoca continuamente alla Casa Bianca gli amministratori delegati delle Big Tech statunitensi.
E lo fa non solo per farsi finanziare i lavori nella sala da ballo da 300 milioni di dollari, ma anche per discutere le prossime mosse strategiche in fatto di intelligenza artificiale, asset su cui l’America del Terzo millennio punta tutto per vincere la competizione tecnologica con la Cina.
Nel Palantir si vede… l’anticristo?
Il discepolo più attivo nel proselitismo è senza dubbio Peter Thiel, imprenditore neozelandese e statunitense che prima di vestire il saio del profeta e andare in giro per il mondo preconizzandone l’ormai imminente fine, ha fatto miliardi fondando PayPal – uno dei sistemi di pagamento più diffusi nel Web – quindi la misteriosa Palantir.
Il nome non è stato scelto a caso e probabilmente evocherà qualche ricordo lontano almeno agli appassionati di romanzi fantasy.
Ne Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien i Palantír sono sfere di cristallo che dovrebbero far vedere il futuro ma, essendo cadute sotto il controllo del nemico, Sauron, veicolano solo ciò che il Signore della Terra nera vuol far vedere.
Chi le usa a lungo, come lo stregone Saruman o il sovrintendente di Gondor Denethor II, viene condotto alla pazzia diventando succube di Mordor.
Insomma, non è esattamente un nome che rievoca qualcosa di positivo, quello che individua la società hi-tech capace di immagazzinare, vagliare e incrociare immani quantità di dati, finora sfruttata con profitto dal Pentagono, dalla CIA e dalla FBI, come pure dall’ICE per trovare i clandestini cui non concede tregua.
E forse ha persino avuto un ruolo nell’ecatombe di Gaza, almeno secondo il report di Al-Jazeera e del Business and Human Rights Resource Centre (qui la replica di Palantir).

Peter Thiel. Fonte: Wikimedia Commons
L’ossessione di Peter Thiel
Thiel oggi sembra avere un’unica ossessione e non è più guadagnare altri miliardi (che continua comunque a fare, nella sua crisi mistica non è certo diventato francescano) ma fermare l’anticristo.
“Ossessione” non è un termine giornalistico ed esagerato. Thiel da almeno due anni gira per il mondo, organizzando misteriose conferenze a porte chiuse, e in quelle segrete stanze di volta in volta individua l’anticristo a favore dei presenti.
A volte è la Cina, col suo incedere minaccioso per porre fine all’egemonia statunitense, altre volte è il legislatore nazionale che non comprendendo la tecnologia la frena (non a caso Trump in tema IA ha statuito che tutte le decisioni passeranno dallo Studio Ovale, togliendo potestà ai singoli governatori), ma potrebbe persino essersi incarnato nel filosofo Nick Bostrom che già nel 2019 aveva teorizzato la necessità di imbrigliare gli algoritmi per evitare conseguenze ignote ma sicuramente nefaste per l’umanità.
Insomma, Peter Thiel è in prima linea nel chiedere una deregulation per l’alta tecnologia simile se non persino maggiore a quella che il legislatore americano ha sempre concesso ai mercati economici. Coi risultati che ben conosciamo, guardando alla crisi del 2008.
Come se tutto ciò non bastasse a rendere il panorama abbastanza fosco, proprio negli ultimi giorni (e il tempismo non sembra certo casuale, come spiega l’esperto di vicende hi-tech Matteo Flora) l’amministratore delegato di Palantir, Alexander Karp, ha pubblicato un manifesto politico in 22 punti dove si ammette che la tecnologia non è – e probabilmente nemmeno è mai stata, aggiungiamo noi – neutra, ma viene usata per raggiungere determinati obiettivi.
E qui torna il parallelismo mai allontanato con la religione e in particolare coi simboli: Dio dettò a Mosè i 10 comandamenti, oggi i paperoni americani hanno la presunzione di dettare al resto dell’umanità, non dal monte Sinai ma dalla Silicon Valley, 22 regole. Dodici in più di Dio perché il dono della sintesi non sempre soddisfa l’ego imprenditoriale americano.
Sarebbe però sbagliato derubricarlo a mero folklore in quanto prende corpo il timore che Trump stia realmente fondando una setta così da legittimare un sistema meno democratico di quello attuale, il solo che in ambito geopolitico possa permettere agli USA di giocare ad armi pari con la Russia di Vladimir Putin e in quello economico di rivaleggiare con la Cina di Xi Jinping.
E c’è chi, dalla Silicon Valley, si prepara ad approfittare di tutto questo anche perché Trump al contrario di Dio, non è immortale ed è già parecchio anziano.




