La guerra in Iran secondo Trump, tra videogame e blockbuster

Di il 11 Marzo, 2026
Assieme alla guerra in Iran la Casa Bianca ha sferrato anche una inedita offensiva mediatica: interviste a decine di emittenti e testate (anche estere), ma soprattutto tantissimi post social che fondono immagini del conflitto con quelle di film e videogiochi. Così Trump prova a riguadagnare la leadership dell'esercito dei MAGA
Immagine di copertina: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shutterstock

Se l’opposizione lo figura asserragliato a Mar-a-Lago, ironicamente ribattezzata War-a-Lago dal New Yorker che gli ha dedicato una graffiante copertina in cui appare in fattezze mussoliniane, dato che il sedicente premio Nobel per la Pace pianifica, segue e scatena le sempre più numerose guerre dalla sua villa da 132 stanze e 35 bagni, in tutta risposta Donald Trump lascia intendere di essere ormai uscito dal suo fortino di Palm Beach e lo fa intervenendo in prima persona sui social ma soprattutto tornando ad affidarsi ai media mainstream, criticati a più riprese solo fino a poche settimane fa.

Per i MAGA è finita la magia

Per i detrattori, Trump non è mai stato tanto isolato, sconfessato anzitutto in casa dalla base MAGA (acronimo dello slogan Make America Great Again) che lo ha votato con la convinzione che avrebbe definitivamente smantellato la dispendiosa impalcatura economica che sorregge ancora l’imperialismo americano per concentrarsi sui problemi interni, esattamente come aveva iniziato a fare nel mandato precedente, prima della parentesi dell’amministrazione Biden.

Ma inizia a essere notato anche l’isolamento sul piano internazionale. I pochi leader che ancora non si era giocato sferzandoli con la clava dei dazi, come il britannico Keir Starmer, lo hanno comunque lasciato solo (attirandosi i suoi strali) in un conflitto voluto da Benjamin Netanyahu e che l’Europa faticherebbe a supportare attivamente, dal momento il Primo ministro Israeliano è rincorso da un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale (che Washington e Tel Aviv non riconoscono, ma Bruxelles sì) per crimini di guerra e contro l’umanità in merito ai massacri a Gaza.

Una solitudine che ha concesso perfino al Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez – sicuramente non in cima alla lista delle personalità politiche di peso nell’agenda di Trump quando deve farsi sentire in Europa – di affondare alcune bordate all’indirizzo dell’amministrazione americana, enfatizzate dai media americani e in alcuni casi pure appoggiate.

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Donald Trump. Fonte: Flickr

La versione di Trump

Da qui, appunto, l’esigenza di Trump di uscire dall’angolo e farsi vedere fuori dal fortino. Nel giro di pochi giorni ha così accettato le chiamate dei giornalisti delle principali testate americane, dal New York Times al Washington Post passando per il New York Post, fino alla rivista The Atlantic.

Quindi è stata la volta di due testate lette soprattutto dai tecnici della comunicazione, Axios e Politico, per poi abbracciare il grande pubblico apparendo in televisione (Fox, Abc, Nbc e Cnn) e persino sui siti Washington Free Beacon e MS Now.

Non sono mancate le incursioni estere utili a far rimbalzare i propri messaggi ai quattro angoli del globo: dalla tv israeliana Channel 14 News ai giornali britannici Daily Mail, Telegraph e Sun fino all’italiano Corriere della Sera.

Il tycoon è stranamente disponibile, blandisce i singoli giornalisti garantendo interviste “esclusive” e poco importa se, leggendole tutte assieme emerge che ripete continuamente i medesimi concetti. Dopo la guerra in Iran, Trump inonda le redazioni con chiamate ‘one-to-one’ annotano forse un po’ piccati dal Washington Post.

Ogni intervista ha il retrogusto stucchevole del comizio: Trump va a ruota libera portando ogni sua risposta anche a diversi chilometri dal perimetro delle domande. Chiara la volontà di riallacciare i rapporti con il proprio elettorato, ma anche di lanciare segnali al di là dell’oceano ai popoli e ai leader del bistrattato – dai suoi dazi e da tante sue dichiarazioni – Vecchio continente.

La doppia anima social di Donald Trump

E poi c’è il Trump social, diviso essenzialmente in due. Su Truth, la piattaforma di sua proprietà, persegue sulla strada degli strali e delle geremiadi: post spesso lunghissimi con cui schiaffeggia chiunque, dal Primo ministro britannico a quello spagnolo, fino al governo australiano. E naturalmente impallina la neonata classe dirigente iraniana.

Su Instagram, attraverso il profilo ufficiale della Casa Bianca, l’amministrazione Trump se possibile sbraca ancora di più. Da quando è iniziata la guerra in Iran, infatti, ha pubblicato una lunga serie di filmati dal ritmo sincopato nei quali gli esperti di comunicazione assoldati da Trump fondono immagini reali, frame tratti da film e sequenze di gioco prese di peso dai videogame.

In mezzo a tutta questa baraonda, inevitabile, finiscono pure i post per omaggiare le bare dei soldati americani uccisi nel conflitto.

Proprio la presenza di numerosi videogiochi finiti nel tritacarne mediatico a sfondo bellico dell’account “istituzionale” ha sorpreso più di un commentatore, dato che si tratta indubbiamente di una bassa strategia per strizzare l’occhio ai più giovani.

Ulteriore riprova la presenza sul social della Casa Bianca persino dei Pokémon: i mostriciattoli tascabili di Nintendo, finora utilizzati solo nella comunicazione social dell’ICE (la temibile polizia di frontiera), vengono catapultati nell’account presidenziale sormontati dallo slogan “Make America Great Again“. Un buffetto sulla guancia a quell’elettorato che s’è sentito tradito dalle ultime mosse in politica estera di Trump.

Nintendo contro Trump

Cosa c’entrino i Pokémon, invenzione tutta nipponica, con la propaganda trumpiana è difficile dirlo: con ogni probabilità alla Casa Bianca hanno notato che la proprietà intellettuale è balzata in cima alle ricerche di Google sia perché il brand ha appena compiuto 30 anni, sia perché Nintendo ha recentemente distribuito un nuovo videogame che ha collezionato voti molto alti dalla critica (Pokopia, che come si vede è proprio quello saccheggiato dai grafici trumpiani) ed è stato allora deciso di parassitarne il successo.

Una mossa che però non è piaciuta affatto a Nintendo, proprietaria del marchio, intervenuta subito sul post presidenziale: “Non siamo stati coinvolti nella sua creazione o distribuzione, e non ci è stata concessa alcuna autorizzazione per l’utilizzo della nostra proprietà intellettuale”, ha detto la portavoce di Pokémon Company, Sravanthi Dev.

“La nostra missione è unire il mondo e questa missione non è affiliata ad alcuna visione o programma politico”. Peraltro sempre Nintendo, attraverso la filiale americana, ha annunciato l’intenzione di agire giudizialmente contro l’amministrazione Trump chiedendo indietro quanto pagato nell’ultimo anno come dazio ora che la Corte Suprema Usa ha cancellato le gabelle doganali dichiarando che non spettava al presidente imporle.

Il rimbrotto arrivato da Pikachu & Co. non è la sola novità dalla comunicazione social della Casa Bianca. Anche l’attore comico Ben Stiller si è infatti mosso pubblicamente attraverso il proprio account X richiedendo all’amministrazione Trump di rimuovere gli spezzoni del suo film Tropic Thunder dal momento che nessuno avrebbe mai accordato loro l’utilizzo, aggiungendo inoltre che “La guerra non è un film”.

La guerra in Iran tra film e videogame

Ma se Donald Trump sulla scena mondiale dimostra a più riprese di ignorare il diritto internazionale, sulle piattaforme non si fa certo rinchiudere nei recinti del diritto d’autore. E infatti nella logorrea social della Casa Bianca nel giro di pochi giorni finiscono pure rimandi ad altri popolari videogiochi amati dai giovani, da Halo a Call of Duty a GTA.

Anche qui uno dei diretti interessati si è mosso: Steve Downes, la voce di Master Chief (protagonista di Halo) ha attaccato duramente tale tipo di propaganda via X. Tacciono invece al momento le etichette che hanno in mano i diritti delle varie opere, tutte americane: ovvero Microsoft (proprietaria anche di Activision che sviluppa CoD) e Rockstar Games.

La guerra non è un film, il doveroso rimbrotto di Ben Stiller, ma per il presidente Trump somiglia sempre più a un videogame. O questo almeno è ciò che veicola con la sua martellante comunicazione.

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Carlo Terzano
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Carlo Terzano è un giornalista politico ed economico, con la passione per le nuove tecnologie e l'automotive. Già caporedattore di StartupItalia, ha collaborato e collabora oltre che con Mediatrends anche con Start Magazine, Wired, Radio 24, R101, Formiche, Corriere Innovazione e Lettera43.it.