Perché il giornale della Brexit è stato acquisito da un gruppo tedesco ed europeista?

Di il 09 Marzo, 2026
Axel Springer ha finalizzato un accordo per l'acquisizione del Telegraph per 575 milioni di sterline, battendo la concorrenza del Daily Mail. Un'operazione che ridisegna gli equilibri dell'editoria britannica, dove anche l'Economist si trova ad affrontare una transizione societaria ed editoriale
Immagine di copertina: copie del Telegraph in edicola. Fonte: Wikimedia Commons

Dopo tre anni di incertezza sulla proprietà, il Telegraph ha trovato il suo nuovo editore.

Axel Springer, il conglomerato mediatico guidato da Mathias Döpfner, ha finalizzato un accordo per acquistare il quotidiano conservatore.

Per una cifra intorno ai 575 milioni di sterline, il gruppo tedesco ha infatti sorpassato l’offerta del gruppo Daily Mail (DMGT) di Lord Rothermere, fermatasi a 500 milioni, e si è assicurato il giornale di Fleet Street.

Per Axel Springer è una conquista attesa da vent’anni.

Il gruppo aveva già tentato di entrare nel panorama mediatico britannico, prima con l’interesse verso il Telegraph, che risale al 2004, e poi nel 2015 con un tentativo di acquisizione del Financial Times, prima che fosse venduto al Nikkei.

In una dichiarazione pubblica, riportata da Politico, Döpfner ha ricordato che Axel Springer, fondato nel 1946, si è sempre ispirato ai grandi gruppi di Fleet Street, e che il Telegraph ne ha rappresentato il modello di riferimento.

L’accordo è ora soggetto all’esame delle autorità antitrust, ma non ci si aspettano ostacoli, contrariamente a quanto avvenuto in seguito all’offerta del DMGT, bloccata proprio per il rischio di una eccessiva concentrazione editoriale.

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Tre anni di attesa

L’acquisizione ha chiuso una delle vicende più tormentate dell’editoria britannica degli ultimi anni.

Tutto è iniziato nel 2023, quando RedBird IMI, il fondo di Gerry Cardinale sostenuto dalla corona emiratina, si è proposto di comprare il giornale con un’offerta da 500 milioni di sterline.

Il governo conservatore aveva in seguito introdotto nuove regolamentazioni che limitavano al 15% la partecipazione dei fondi sovrani stranieri nella proprietà di testate nazionali.

RedBird IMI si era così adeguato alla norma, facendo sì che la partecipazione del fondo sovrano di Abu Dhabi si limitasse al 15%. Tuttavia, l’esecutivo aveva comunque minacciato un’indagine regolamentativa sull’operazione, facendo ritirare il gruppo.

Poiché aveva già acquisito i debiti della famiglia Barclay, storica proprietaria del giornale, è rimasto però formalmente titolare della società.

Il Telegraph è entrato così in una condizione di sospensione durata tre anni.

A novembre 2025 si è poi fatto avanti DMGT, con l’obbiettivo di costruire un polo editoriale conservatore, accorpando testate già storicamente vicine ai Tories, ma le autorità antitrust hanno bloccato anche questo accordo.

È in questo vuoto che si è inserito Axel Springer, con un’offerta superiore e un profilo aziendale che non poneva gli stessi problemi di concentrazione.

Una strategia mirata

L’acquisto del Telegraph si inserisce in un piano più ampio.

Secondo il Wall Street Journal, infatti, Döpfner punta a raddoppiare il valore del gruppo, oggi stimato intorno ai 4 miliardi di dollari, attraverso espansione digitale, abbonamenti e pubblicità online.

Tra il 2015 e il 2021 ha già acquisito Business Insider e Politico, e non ha mai nascosto l’interesse per il Wall Street Journal, nonostante NewsCorp abbia escluso qualsiasi vendita.

Poi, nel 2024 il gruppo ha separato, tramite un accordo con KKR, la divisione media da quella pubblicitaria, razionalizzando la struttura.

La settimana precedente all’accordo con il Telegraph, Axel Springer ha annunciato anche l’acquisizione di Bisnow, società specializzata nell’editoria immobiliare.

Ora l’attenzione si sposta sui podcast e su TED Conferences, la società che produce e distribuisce i TED Talks.

In questa visione di espansione, l’inteligenza artificiale è centrale.

Secondo il CEO, i media non devono resistere all’IA, ma integrarla per personalizzare i contenuti e consolidare la fidelizzazione degli abbonati.

Un approccio che riflette la direzione strategica del gruppo, che mette al centro la relazione con il lettore.

Axel Spinger

Mathias Doepfner. Fonte: Flickr

Futuro internazionale

L’obiettivo dichiarato per il Telegraph è espanderlo negli Stati Uniti, fino a farne il giornale di centrodestra più letto nel mondo anglofono.

Un progetto ambizioso, che porta con sé una tensione rilevante: il Telegraph è storicamente il giornale dell’establishment conservatore britannico, ha sostenuto la Brexit, ha difeso l’autonomia del Paese dall’Europa. Axel Springer, invece, è un gruppo che ha costruito la sua identità attorno ai valori europeisti.

Allo stesso tempo, però, Döpfner negli ultimi mesi ha assunto posizioni più critiche verso le istituzioni europee. A gennaio del 2025, si è anche schierato a favore di alcune dichiarazioni di JD Vance alla conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Come si concilieranno queste due culture editoriali è una delle domande aperte dell’operazione.

L’Economist a un bivio

Mentre il Telegraph cambia proprietà, rimaniamo in UK con un’altra realtà storica britannica che sta affrontando una fase di transizione.

Semafor riporta che Lynn Forester de Rothschild, uno degli azionisti più rilevanti dell’Economist con una quota del 26,7%, sta cedendo le sue partecipazioni.

L’Economist ha una struttura proprietaria particolare, che impedisce a qualsiasi investitore di detenere più del 50% delle quote.

Il precedente riassetto, come ricorda Axios, risale al 2015, quando il gruppo Pearson cedette circa il 50% delle sue partecipazioni a Exor, della famiglia Agnelli, e al giornale stesso.

Il cambiamento nell’assetto societario si accompagna a una fase di incertezza editoriale: la direttrice Zanny Minton Beddoes è prossima alla fine del suo mandato, mentre Patrick Foulis, editore responsabile della sezione esteri e candidato naturale alla successione, ha lasciato la testata.

Sul fronte economico, la testata resta solida.

Secondo Semafor, ha saputo sfruttare bene la rivoluzione digitale, puntando su paywall, podcast e una sezione di intelligence dedicata alle aziende. I risultati di novembre la collocano a un livello paragonabile a quello di The Atlantic e The New Yorker.

La solidità economica, però, non risolve il nodo strategico.

Il prossimo direttore editoriale dovrà decidere se mantenere la tradizionale equidistanza politica, che è sempre stata una delle caratteristiche distintive della testata, o se adattare la linea editoriale a un ecosistema sempre più polarizzato, dove la neutralità rischia di essere percepita come una posizione di nicchia.

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Fonte: Wikimedia Commons

Un settore in riassetto

Le vicende del Telegraph e dell’Economist non sono episodi separati.

Raccontano una trasformazione strutturale dell’editoria britannica, in cui la proprietà dei grandi giornali storici si sta ridisegnando sotto la pressione combinata di strategie finanziarie, cambiamenti tecnologici e crescente polarizzazione politica.

Nel caso del Telegraph, il cambio di proprietà porta con sé un interrogativo preciso: un giornale che ha costruito la sua influenza su un’identità editoriale britannica e conservatrice può diventare un prodotto globale senza perdere quella stessa identità?

La risposta di Döpfner, almeno per ora, è sì. Ma sarà il mercato a stabilirlo.

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Rocco De Carolis
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Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di guerra ibrida, comunicazione politica e dinamiche digitali dell’informazione. Studente di Global Humanitarian Studies presso UCL, ha una formazione in sicurezza internazionale e geopolitica, consolidata con un Diploma in Global Security presso ISPI. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina e coordina programmi di mentoring nel Regno Unito per United Italian Societies. Scrive di disinformazione, propaganda, interferenze straniere, comunicazione politica e attivismo sui media digitali. È interessato alle fratture del presente: conflitti, potere, narrazioni e alle loro conseguenze sociali. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con un’attenzione specifica al sistema politico e mediatico anglo-americano.