Ci vediamo tutti su YouTube? Un trend che sta conquistando anche l’Italia

Di il 03 Febbraio, 2026
YouTube non sostituirà la TV, come sosteneva qualcuno, ma ci è entrata dentro e oggi milioni di persone la utilizzano a stregua di canale tradizionale per informarsi e svagarsi. Le emittenti? Si adeguano. La BBC produrrà contenuti ad hoc. In scia, in Italia, il TG1 e Fanpage
Immagine di copertina: YouTube in televisione. Fonte: Shutterstock

Ancora una volta si può dire senza tema di smentita che Google ci avesse visto lungo nell’acquisire, esattamente 20 anni fa, YouTube per 1,65 miliardi di dollari, dando fiducia a una  piattaforma creata solo un anno e mezzo prima da tre ex dipendenti della società Paypal – Steve Chen, Chad Hurley e Jawed Karim.

Una piattaforma destinata a diventare nel giro di pochissimo tempo uno dei gangli di raccordo più trafficati di una rete Internet che, sebbene secondo le intenzioni originarie sarebbe dovuta essere senza piazze, vedeva fin da allora spuntare sempre più nodi.

E Google, si sa, mirava già a costituire il centro del Web.

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Qualche numero sul successo di YouTube

Per comprendere il fenomeno è utile sgranare un po’ di numeri, partendo anzitutto dal nostro Paese.

A tal fine torna utile riprendere i dati del sistema di rilevazione Audicom-Audiweb, pubblicati a fine autunno dall’Ansa.

La classifica vede per esempio X al settimo delle piattaforme social più usate in Italia con un calo del 12,8% tra il 2023 e il 2024 e un crollo nel periodo preso in esame nel 2025 del 27,6%, che in numeri assoluti si traduce in 4,4 milioni di utenti in meno. Chi ci resta, la frequenta comunque meno: – 30% il tempo speso sulla piattaforma di Elon Musk.

Male anche Twitch (-35%), Snapchat (-4,4%) e Tumblr (-40%). YouTube resta invece saldamente al primo posto con una audience di 37,1 milioni di persone (+0,5% sul 2023) sebbene  in calo dell’1% se si confrontano i primi nove mesi del 2024 e del 2025.

YouTube prende il posto dei canali TV?

La società di analisi eMarketer ha calcolato che YouTube è ormai presenza fissa nella maggior parte delle nostre agende quotidiane: in media gli internauti americani ci stazionano almeno 36 minuti al giorno.

E c’è un dato che merita di essere sottolineato: dei 36 minuti, ben 17 vengono visualizzati utilizzando la “vecchia” TV di casa, quattro il computer e 15 lo smartphone.

Google parla di un trilione di ore di contenuti visualizzati sulla televisione al giorno. Già nel 2023 se si spiluccava tra i 100 canali più seguiti di YouTube, il 40 per cento risultava avere come destinazione non il PC o un tablet, ma appunto l’elettrodomestico che tradizionalmente sarebbe deputato ad altri media, più tradizionali.

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La platea di YouTube più attiva non è poi così giovane

Anche perché, dicono sempre da eMarketer, i consumatori statunitensi di età pari o superiore a 55 anni trascorrono più tempo a guardare YouTube rispetto a quelli di età inferiore a 18 anni e il loro utilizzo sta crescendo più rapidamente rispetto a qualsiasi altra fascia d’età.

Secondo gli analisti “la versatilità di YouTube ha contribuito a catturare l’attenzione di tutti i gruppi demografici.

La piattaforma si presta a molteplici utilizzi: dalla sostituzione della TV tradizionale con contenuti di lunga durata alla competizione con le piattaforme social, ospitando anche podcast e tutorial” .

Tablet e PC non pensionano la TV

Così come la radio non è stata sostituita dalla televisione, allo stesso modo tablet, smartphone, laptop e personal computer non stanno facendo sparire le TV dalle nostre case.

Ma i televisori nel mentre sono cambiati parecchio, digitalizzandosi e vivendo strettamente connessi a Internet.

I dati di vendita delle smart TV sono inequivocabili: sebbene nel 2025 ci sia stato qualche inciampo (si attendono ancora i numeri definitivi), secondo il rapporto “Smart TV Market Analysis by Resolution Type, Screen Size, Screen Type, Technology, Platform, Distribution Channel, Application, and Region 2025-2033” il mercato globale di simili dispositivi ha raggiunto i 290,7 miliardi di dollari nel 2024 e si prevede che raggiungerà i 475 miliardi di dollari entro il 2033, con un tasso di crescita del 5,56% nel periodo 2025-2033.

Per resistere la televisione non deve solo essere “intelligente” ma connessa per offrire i contenuti presenti sul Web.

Strategica dunque la decisione del colosso Amazon Prime Video di trasmettere gratuitamente la stagione di una delle sue serie di maggior successo, Fallout, sulla quale ha puntato maggiormente (la prima stagione è costata oltre 150 milioni di dollari) proprio su YouTube nel tentativo di irretire nuovi possibili iscritti massimizzando il profitto ora che, evidentemente, è venuto meno il traino del nome legato all’omonimo videogame.

La BBC prende il tube

In quest’ottica si comprende un’altra notizia di sicura rottura, riportata in esclusiva dal Financial Times, secondo il quale la storica emittente britannica BBC intende realizzare programmi esclusivi per la piattaforma, con un duplice incrocio perciò nella fruizione dei contenuti.

YouTube viene ormai sfruttata a stregua di canale tradizionale dai possessori delle smart TV, e contemporaneamente le emittenti storiche iniziano a parlare “quel” particolare linguaggio mediatico con la creazione di trasmissioni più celeri del normale per rispecchiare la ben nota “scarsa attenzione” (ma anche estrema mobilità) dell’internauta medio.

“I contenuti – ha ufficializzato la stessa BBC – comprenderanno un mix di intrattenimento, documentari, canali per bambini, notizie e sport, a partire dalle Olimpiadi invernali di Milano Cortina di febbraio”.

La BBC non ha mai prodotto serie originali per YouTube, non sfruttando dunque appieno il serbatoio da 15 milioni di iscritti del proprio canale ufficiale come pure i circa 19 milioni di quello della BBC News.

Si inseguono i record di Jeremy Clarkson

Duplice il vantaggio di una simile scelta: in primis naturalmente la possibilità per la BBC di far conoscere a tutto il mondo i suoi programmi.

La storica emittente britannica è nota soprattutto per la qualità dei suoi documentari naturalistici ma nel corso degli anni, facendo leva sulla TV tradizionale, sono poche le sue trasmissioni generaliste a essersi imposte in altre nazioni.

La principale fu naturalmente Top Gear, show sopra le righe di motori che, grazie alla conduzione irriverente e graffiante del giornalista sportivo Jeremy Clarkson, riuscì a collezionare la stratosferica cifra di 350 milioni di telespettatori in tutto il mondo come certificato anche dal Guinnes World Record.

Piccola curiosità: proprio Clarkson, cacciato dalla televisione britannica, è successivamente riparato su Amazon Prime Video anticipando quell’emorragia di star dirette verso i lidi dello streaming.

Che Internet e TV potessero parlarsi insomma lo hanno capito prima i volti del piccolo schermo degli impresari televisivi.

Jeremy Clarkson. Fonte: Flickr

Niente pubblicità, siamo inglesi

Il secondo vantaggio derivante dalla possibilità di trasmettere contenuti ad hoc per YouTube, non meno rilevante per la BBC, riguarda la possibilità di finanziarsi attraverso la pubblicità su tutti i programmi visualizzati al di fuori del Regno Unito.

Il finanziamento della emittente è da tempo oggetto di dibattito nazionale: al momento, come in Italia, ogni famiglia che guarda la TV è obbligata a pagare il canone, ma questo sistema è tornato a traballare a seguito della ben nota causa da 10 miliardi di dollari per diffamazione intentata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Causa che, oltre ad aver decapitato i vertici dell’istituzione televisiva britannica, parrebbe essere già riuscita a dimostrare che l’emittente non è affatto neutrale come ha sempre promesso.

Se è parziale, però, i suoi contenuti non possono più essere intesi come servizio pubblico e fatti pagare a stregua di tassa.

Il ministro della Cultura Lisa Nandy ha così avviato una revisione dello statuto della BBC anche perché il canone da 174,50 sterline (poco sopra i 200 euro) registra continue disdette da parte di britannici che dichiarano di non avere televisori in casa.

Nel Regno Unito, la BBC non raccoglie fondi attraverso la pubblicità per i suoi contenuti di servizio pubblico, nemmeno su piattaforme di terze parti.

Ma, secondo quanto riportato da Reuters, ci sarebbe allo studio una ipotesi che lasci tal quale la formulazione fieramente priva di spot per ciò che concerne i programmi di informazione, attualità, documentari e per bambini, mentre per quelli più commercialmente redditizi, come le fiction, si sta pensando che vengano invece finanziati da pubblicità o da abbonamenti.

Nandy ha comunque garantito che “La BBC deve rimanere fortemente indipendente, responsabile e in grado di conquistare la fiducia del pubblico”.

YouTube rimpinguerà le casse della BBC?

Ma è chiaro che sia ormai venuto il momento di fare il tagliando al modo in cui l’emittente si autofinanzia, tanto più se Donald Trump riuscisse a ottenere una pronuncia favorevole o la piegasse a un accordo stragiudiziale: in entrambi i casi i bilanci dovrebbero fare i conti con miliardi destinati a volarsene dall’altra parte dell’Atlantico, in direzione Washington.

Da qui, appunto, la possibilità di includere Adv su YouTube, almeno per i filmati e gli spezzoni visualizzati in territori extra UK.

La platea ci sarebbe già, basterebbe darle in pasto programmi ad hoc: lo scorso dicembre, il numero di persone che hanno guardato YouTube nel Regno Unito ha superato per la prima volta il numero complessivo dei canali della BBC, secondo l’agenzia di rating Barb citata sempre dal Financial Times.

Quasi 52 milioni di persone hanno guardato YouTube rispetto ai quasi 51 milioni che hanno guardato la BBC.

Monetizzare da tutto ciò potrebbe essere una operazione strategica. Per un beffardo gioco del destino, fortune e sfortune (la spada di Damocle della causa trumpiana) dell’emittente britannica arrivano contemporaneamente dagli Stati Uniti d’America.

E da noi?

Alle nostre latitudini, in scia all’emittente britannica, si pone per ora non l’intera rete ammiraglia RAI ma almeno il suo telegiornale.

Ad annunciare novità in tal senso il direttore del TG1 Gian Marco Chiocci nel corso del convegno ‘Le sfide dell’informazione’ che si è tenuto sul finire del mese di gennaio alla Camera.

“La tv – ha detto – è un mondo molto complicato, che va cambiando continuamente, e bisogna essere al passo coi tempi”.

“Il TG1 tre anni fa non aveva i social, quindi ho dovuto lavorare su due binari, l’informazione quotidiana e i social. Ho provato a vedere se i giovani che non guardano la tv potevano essere attratti dai contenuti social.

Era una scommessa azzardata, e abbiamo avuto dei risultati incredibili: oltre un miliardo e duecento milioni di visualizzazioni in un anno e una platea che si sta allargando o sempre di più”, ha spiegato il direttore del principale telegiornale RAI aggiungendo: “Prossimamente apriremo anche noi un canale YouTube sul modello della BBC con prodotti ad hoc per un mondo che l’informazione non copre”.

Si muove in tal senso pure Fanpage.it, una delle testate del panorama mediatico italiano che, per nascita e vocazione, ha saputo coniugare meglio il giornalismo tradizionale, anche d’inchiesta, con i nuovi canali offerti dal Web: nell’ultimo periodo ha lanciato infatti un nuovo format che sarà sia live sia vodcast a episodi da guardare on demand.

Il nome è tutto un programma: “Non è la TV” e strizza l’occhio al programma televisivo di Mediaset “Non è la RAI” di Gianni Boncompagni che, oltre a lanciare Ambra Angiolini, fin dal titolo rivendicava la capacità delle emittenti del Biscione berlusconiano di parlare alle nuove generazioni e la volontà di operare una cesura con il vecchio modo di fare televisione.

Erano gli anni ’90 e Mediaset aveva queste capacità: il triste epilogo di Mediaset Premium dimostra però come i tempi siano cambiati portando maggiori difficoltà nel riuscire a  interpretare il cambiamento.

Chissà se dalle parti di Cologno Monzese si tenterà allora la via di YouTube come peraltro ha fatto il ben noto volto televisivo Fabrizio Corona che sulla piattaforma di Google ha fondato il suo nuovo impero mediatico, indisponendo nell’ultimo periodo proprio Mediaset.

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Carlo Terzano
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Carlo Terzano è un giornalista politico ed economico, con la passione per le nuove tecnologie e l'automotive. Già caporedattore di StartupItalia, ha collaborato e collabora oltre che con Mediatrends anche con Start Magazine, Wired, Radio 24, R101, Formiche, Corriere Innovazione e Lettera43.it.