Dal summit di Dubai sugli influencer un segnale chiaro sul futuro dell’informazione

Di il 26 Gennaio, 2026
Il 1 Billion Followers Summit di Dubai ha accolto anche quest’anno centinaia di influencer e content creator
Immagine di copertina: Dubai. Fonte: Wikimedia Commons

Siamo giunti alla quarta edizione di uno dei più importanti eventi internazionali dedicati all’economia dei contenuti digitali.

Il 1 Billion Followers Summit, svoltosi dal 9 all’11 gennaio 2026, ha animato alcuni dei luoghi più iconici di Dubai, dalle Emirates Towers al Dubai International Financial Centre, fino all’avveniristico Museum of the Future.

Un appuntamento ormai imprescindibile per l’industria dei content creator, considerato oggi il più grande evento al mondo nel suo genere.

Con cadenza annuale, il summit riunisce infatti migliaia di professionisti del digital marketing, i rappresentanti delle principali piattaforme social e leader globali del settore, offrendo uno spazio di confronto su nuove tendenze, innovazione tecnologica e opportunità dell’ecosistema digitale.

Tra gli ospiti era presente anche Lara Trump, esponente repubblicana e moglie di Eric Trump, nonché cognata del presidente americano, e Rio Ferdinand, ex stella del calcio, oggi residente a Dubai, a conferma del respiro globale e trasversale dell’evento.

“Content for good”: una nuova consapevolezza digitale

L’evento non è infatti pensato come una semplice convention per influencer.

Si tratta sì di un luogo in cui le piattaforme possano intraprendere percorsi di crescita per l’economia digitale globale, aiutando i partecipanti a capire come trasformare la propria presenza online in opportunità reali, dalla monetizzazione dei contenuti all’avviare progetti imprenditoriali di startup digitali, basati sui nuovi media.

Nel proposito dell’iniziativa vi è però anche quello di creare una coscienza comune intorno al potere dei new media nell’attuale sistema mediatico e informativo.

Tra speaker, esibitori e sponsor, i temi affrontati quest’anno sono stati molteplici: dall’uso dell’IA nelle nuove forme di content creation fino al ruolo educativo dei creator fino a temi sociali come l’ambiente e la beneficenza.

Non a caso il tema di quest’anno è stato “Content for good”, un’occasione per ripensare al contenuto come forza positiva, cioè non solo come strumento di intrattenimento o visibilità, ma come spazio di mediazione per un impatto sociale, educativo e culturale.

Un ruolo che gli influencer sentono di aver ormai ereditato da un sistema informativo invecchiato, consapevoli di quanto il loro potere comunicativo si eserciti non più solo a livello quantitativo, ma anche per quanto riguarda la capacità di creare un immaginario condiviso e interpretazioni del mondo che diano forma al presente e al futuro.

Dubai: paradiso per i creator digitali

Da tempo celebrata su TikTok e Instagram come paradiso per nomadi digitali e amanti del sole, Dubai ha compreso il potenziale del settore facendo ora un passo in più: trasformare la creazione di contenuti in una vera professione.

Come parte di un disegno strategico industriale e geopolitico più ampio, negli ultimi anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno inserito i creator nella loro strategia di trasformazione economica, introducendo dal 2023 l’obbligo di un permesso governativo per pubblicare contenuti promozionali.

Una scelta che, come sottolineato da Kelsey Warner su Semafor, potrebbe rendere il settore più solido e trasparente, velocizzando i pagamenti, semplificando la fiscalità e riducendo la burocrazia.

Un approccio simile è stato adottato anche dall’Arabia Saudita, che richiede una licenza triennale da 4.000 dollari per gli influencer.

Insomma, un modo innovativo e molto consapevole di affrontare il tema di questi nuovi “mestieri”, ma anche i profitti di un intero settore che in altri paesi fatica ancora a trovare una vera e propria collocazione (non solo fiscale).

Rivoluzione digitale e giornalismo

Quando parliamo di giornalismo, dobbiamo guardare a chi entra oggi in gioco nella negoziazione di una notizia.

Una volta, nel modello tradizionale di newsmaking, gli attori erano ben distinti. Da un lato il sistema giornalistico – editori, direttori, marketer e l’intero apparato economico e sociale dell’informazione -, poi i produttori di fatti, le cosiddette fonti, e infine i fruitori, cioè il pubblico.

Con la trasformazione dei media e il passaggio dai mezzi tradizionali (televisione, radio, giornali) all’ecosistema digitale fatto di blog, testate online, social network e piattaforme di condivisione, questo equilibrio è profondamente cambiato.

È entrata in scena la disintermediazione, un processo che ha reso sempre più labili i confini tra questi ruoli.

Se un tempo il newsmaking seguiva una struttura verticale e gerarchica, guidata da un’agenda definita e filtrata dal lavoro interpretativo dei giornalisti e degli editori, oggi il panorama è radicalmente diverso. I ruoli si sovrappongono, si contaminano, si confondono.

I giornalisti diventano influencer, costruendo comunità e visibilità sulle piattaforme social, dove agiscono come piccoli editori di sé stessi. E gli editori, a loro volta, inseguono l’attenzione del pubblico e le logiche del clic e dell’hype, arrivando spesso a trasformare post virali e discussioni online in articoli di testata.

In questo scenario fluido, nessuno resta immune: il mondo dell’editoria, ma come ricorda Doug Shapiro, analista dei media per Boston Consulting Group, anche quello del cinema e della produzione audio-visiva, è entrato in una fase di ibridazione permanente, in cui l’informazione non è più solo mediata, ma continuamente rinegoziata in un processo di democratizzazione della produzione.

Democratizzazione o “rimediazione”?

Eppure, sarebbe ingenuo pensare che il passaggio al digitale abbia portato a una pura e semplice disintermediazione o a una reale democratizzazione dell’informazione, come se oggi le notizie e i contenuti ci raggiungessero “allo stato puro”, senza filtri né interpretazioni.

In passato il ruolo era chiaro. Il giornalista faceva da ponte tra la fonte e il pubblico, selezionando, interpretando e dando forma ai fatti attraverso un preciso filtro editoriale. Era lui ad avere accesso privilegiato alle fonti e a costruire una lettura mediata della realtà.

Oggi, però, questo schema non regge più. Il giornalista opera in un ambiente iperconnesso e costantemente informato, attivo 24 ore su 24, in cui ciascuno di noi partecipa al flusso informativo non solo come lettore, ma anche come produttore, commentatore e diffusore di notizie.

Le informazioni non seguono più una traiettoria lineare, ma si muovono in modo circolare, coinvolgendo fonti, media e pubblico in un continuo scambio che rende sempre più sfumati i confini tra i ruoli.

Per questo, seguendo l’interpretazione di Bolter in Remediation. Competizione e riedizione tra media vecchi e nuovi, Guerini e Associati (2005), è forse più corretto dire che il digitale non ha eliminato le mediazioni, ma le ha trasformate: non una vera disintermediazione, dunque, bensì una “rimediazione”, in cui vecchi e nuovi media si intrecciano, rielaborano e ridefiniscono continuamente il modo in cui notizie e contenuti vengono prodotti e compresi.

l ministro Al Gergawi al 1 Billion Followers Summit.  Fonte: Wikimedia Commons

Il nuovo ecosistema mediale

Innanzitutto, sono gli strumenti di mediazione dei contenuti ad essere cambiati. Dai siti online, ai blog e alle riviste fino ai social media, si attinge oggi ad un universo proprietario e imprenditoriale del tutto nuovo, che ha messo in crisi i monopoli dei produttori tradizionali di notizie creandone di nuovi.

I dati sull’uso settimanale dei diversi mezzi di informazione degli italiani nell’indagine Censis del 2024 dimostrano ad esempio che il 36,5% della popolazione totale si informa su un social media come Facebook.

Reggono con una percentuale sorprendentemente alta ancora i telegiornali al 47,7%. Intorno al 15% della popolazione affida la propria rassegna stampa giornaliera a social come Instagram, YouTube o TikTok.

Il 23% cerca, invece, le notizie sui motori di ricerca. Un dato che andrebbe interrogato a partire dalla nuova ibridazione tra IA generativa e LLM, come sottolineato da un recente studio pubblicato sulla Harvard Business Review.

Il governo degli Emirati Arabi ha compreso la sfida che ci attende e si prepara a mettere in campo le strategie più efficaci per essere compartecipe del processo.

“La realtà dei nostri tempi è che i contenuti sono la forza trainante dei media, e la nostra missione è quella di sfruttare l’impatto positivo dei creatori di contenuti in tutti i settori, promuovendo il passaggio dalla creazione di contenuti alla creazione di impatto”, ha detto Saeed Al Eter, Vice Ministro degli Affari di Gabinetto per i Progetti Strategici e Presidente dell’Ufficio Stampa del Governo degli Emirati Arabi Uniti durante la conferenza stampa di presentazione del Summit.

Le iniziative messe in campo vanno dall’organizzazione di eventi di questo tipo fino all’introduzione di TikTok in progetti educativi scolastici. Durante il summit è stato anche introdotto il AI Film Award con un montepremi di 1 milione di dollari.

Pensato in collaborazione con Google Gemini, questo premio serve a dare riconoscimento alla produzione di contenuti generati con IA in ambito cinematografico.

L’arretrata Europa, concentrata su problemi di autorialità e copyright, sarà in grado di coglierne la sfida?

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Bianca Maria Esposito
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Docente esperta di comunicazione politica con un dottorato in filosofia politica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha vissuto tra Roma, Parigi e New York, dedicando la sua vita alla ricerca. Attualmente è tutor del master in Comunicazione e Marketing politico e istituzionale della Luiss School of government. Ha scritto per Agenda e IlTascabile di Treccani e su diverse riviste scientifiche.