Foto copertina: Joe Rogan nel 2014. Fonte: Flickr.
Si è rotto il sodalizio tra Joe Rogan e Donald Trump.
Il presidente è uso a rapporti conflittuali: ha rotto con Elon Musk, incrinato i rapporti con Steve Bannon e Tucker Carlson, e ora anche il movimento Maga comincia a remargli contro.
Il pomo della discordia tra Trump e il noto conduttore dell’omonimo podcast, lo stesso che lo ha intervistato garantendogli enorme visibilità presso un pubblico indeciso di votanti, è l’immigrazione.
Rogan ha intuito che la pancia del paese era sconvolta da quanto accaduto alla donna di Minneapolis uccisa da un agente dell’ICE: un episodio che secondo i commentatori potrebbe avere lo stesso effetto domino di George Floyd.
Così, la sua reazione dopo la minaccia annunciata da Trump di deportare gli immigrati illegali.
Perché è un problema per Trump
Come scrive il Wall Street Journal, oggi i conduttori di podcast molto famosi sono gli anchormen, cioè le facce note – e spesso rassicuranti – presso il pubblico più popolare.
Questi podcaster possono essere presi come riferimento e termometro per i sentimenti prevalenti proprio negli strati più ampi della popolazione.
Il giornale ha definito quell’intervista una vera e propria “udienza” di tre ore: come se i ruoli si fossero invertiti e i politici dovessero sperare di ricevere l’invito in questi studi di registrazione a tutti gli effetti.
E mentre prima i podcaster tendevano a una maggiore neutralità, adesso Rogan ha acquisito uno status di influencer dell’opinione pubblica tale per cui non dipende più dai favori di nessuno: può dire esattamente quello che pensa.
O ancora meglio, dire ciò che pensa il paese stia provando, confermando una certa ambiguità che gli ha consentito di essere benvoluto da tutte le parti politiche fino ad ora.
Per questo dopo l’annuncio di Trump sulle nuove politiche relative all’immigrazione, si è chiesto caustico: “Diventeremo la Gestapo”?
La domanda che i consulenti del presidente adesso si fanno è se la crisi tra Joe Rogan e Donald Trump avrà un impatto ancora maggiore sulle fratture dentro il movimento Maga.
Arriveranno persino a consigliare a Trump di ricucire i rapporti con Rogan, l’ “elettore indeciso più famoso d’America, definizione datagli dal professore Ben Burgis.

Donald Trump durante un comizio in Arizona nel 2018. Foto: Flickr.
I politici seguiranno i podcaster?
È un fenomeno cominciato in America ma che progressivamente stiamo osservando altrove.
Del resto, anche la squadra social del rampante democratico texano James Talarico ha rivendicato come un successo il fatto di essersi guadagnato un’intervista con Rogan.
E la sua parte politica sta facendo di tutto per guadagnarsi i favori del giornalista e podcaster Ezra Klein.
Per i Golden Globe dei podcast, c’è stata un’insoddisfazione generale per il fatto che podcaster di sinistra non siano stati neanche presi in considerazione tra i concorrenti: è il caso di MeidasTouch, l’arma di propaganda privilegiata dai dem.
Rogan gioca la sua partita diversamente: evita di essere percepito come troppo partigiano, né vuole essere accreditato ufficialmente come medium di informazione.
Mantiene il crinale dell’infotainment, tra intrattenimento e news, senza tagliarsi via nessuna fetta di ascoltatori.
I suoi ospiti e le sue linee possono essere talmente diversi che chiunque troverà a un certo punto qualche conferma del proprio pensiero.
Ma tra Joe Rogan e Donald Trump il divorzio è in atto da qualche tempo.
Il podcaster ha contestato la linea del sodale: ha messo in discussione l’operazione venezuelana, si è opposto alla rinominazione del Kennedy Center, e anche su Jeffrey Epstein ha espresso delle perplessità.
Ma con l’immigrazione la questione è ancora più delicata perché, probabilmente, all’universo di riferimento della “manosfera”, macchiata e arrabbiato, non appartengono soltanto i bianchi.
La vera notizia però è un’altra, e cioè che i politici adesso gareggiano per ricevere l’attenzione di chi fa contenuti su YouTube, come del resto sta succedendo anche in Italia, da Pulp Podcast a Nessuno escluso.




