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1. Il valore economico di una buona comunicazione
Un intervento efficace di un CEO può generare in media fino a 367 milioni di dollari di valore per gli azionisti nell’arco di una sola settimana. È quanto emerge da uno studio di Cardinal40, riportato da Axios.
La ricerca ha preso in esame oltre mille esempi di contenuti pubblici firmati o attribuiti ai vertici di aziende dell’S&P 500, isolando però i casi non legati a notizie già capaci di influenzare il titolo. L’obiettivo era capire se, al di là di annunci o fatti esterni, fossero proprio le parole a produrre un effetto misurabile sull’andamento azionario.
I ricercatori hanno analizzato più di 60 caratteristiche, tra cui tono e leggibilità, senza però individuare elementi decisivi in grado di spiegare da soli i risultati migliori.
La svolta è arrivata con l’uso dell’intelligenza artificiale: ogni testo è stato confrontato con un archivio selezionato di esempi considerati eccellenti. I contenuti più vicini, sul piano semantico, a questo modello di riferimento sono risultati associati a performance di Borsa più forti nella settimana successiva.
Secondo lo studio, tra i contenuti migliori e quelli peggiori si osserva uno scarto medio di 0,9 punti percentuali nella performance del titolo. Per i gruppi più grandi, la differenza può tradursi in miliardi di dollari di valore, fino a 25 miliardi nel caso delle cosiddette “Magnificent Seven”.
Il dato, però, non va letto come un invito a produrre contenuti in quantità. Anzi, la ricerca segnala che una thought leadership debole o generica può avere effetti nulli o persino negativi. In un contesto in cui l’IA rende sempre più facile pubblicare testi in serie, il vero fattore distintivo sembra quindi essere la qualità, tra coerenza, originalità e chiarezza del messaggio.
La conclusione dello studio è netta: per le imprese, una comunicazione migliore può tradursi in un business migliore.
2. Senza IA, grazie
La crescente diffusione di immagini e video generati dall’intelligenza artificiale nei social media sta ridefinendo il rapporto tra brand e consumatori, spingendo molte aziende a enfatizzare trasparenza e autenticità.
In risposta allo scetticismo crescente del pubblico, alcune aziende ricorrono a messaggi espliciti, come ad esempio “no AI”, per rassicurare i clienti e rafforzare la fiducia.
Come scrive The Wall Street Journal, questo approccio si inserisce in una strategia più ampia che valorizza la rappresentazione reale delle persone, evitando le allucinazioni.
I dati emersi da una ricerca di Gartner mostrano un cambiamento significativo nella percezione dei consumatori: una larga maggioranza mette in dubbio la veridicità dei contenuti online e molti preferiscono brand che non utilizzano IA generativa nel marketing.
Allo stesso tempo, non solo cresce la diffidenza verso contenuti artificiali, ma anche contenuti reali rischiano di essere percepiti come falsi.
Le aziende reagiscono in modi diversi. Alcune comunicano attivamente l’assenza di IA nei propri contenuti, anche quando utilizzano tecniche digitali avanzate realizzate da artisti umani. Altre, soprattutto in settori sensibili come quello dei prodotti per l’infanzia, adottano posizioni più nette per distinguersi e rafforzare la credibilità.
Tuttavia, la maggior parte dei marketer non rifiuta completamente l’IA, riconoscendone il valore in termini di efficienza operativa e miglioramento dell’esperienza cliente, pur evitando di sostituire gli elementi umani fondamentali del brand.
Anche fattori economici incidono sulle scelte: produrre contenuti senza IA può comportare costi più elevati, rendendo questa strategia non accessibile a tutte le aziende. Parallelamente, il contesto normativo sta evolvendo, con l’introduzione di leggi che obbligano di dichiarare l’uso di contenuti generati artificialmente.
In questo scenario, l’autenticità diventa un asset competitivo chiave, mentre la trasparenza sull’uso dell’IA si configura sempre più come una necessità strategica oltre che etica.
3. CdA, serve un po’ di IA
L’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente le strategie aziendali, ma molte delle persone chiamate a supervisionarne l’adozione non hanno ancora le competenze necessarie.
Questo divario non rappresenta soltanto un limite operativo, ma sta diventando un tema di governance e un potenziale rischio reputazionale.
Secondo una ricerca di McKinsey, solo il 39% dei board delle aziende Fortune 100 dispone di sistema di supervisione sull’IA, come un comitato dedicato, un consigliere con competenze specifiche o un organismo etico.
Inoltre, un report di ISS mostra che appena il 13% delle aziende dell’indice S&P 500 ha almeno un membro del board con esperienza diretta sull’IA. Inoltre, due terzi dei consiglieri dichiarano che il proprio board ha conoscenze limitate o inesistenti sul tema, mentre in quasi un caso su tre l’IA non compare all’ordine del giorno.
La mancanza di competenze specifiche rischia di creare un gap crescente tra la velocità con cui le aziende adottano strumenti di IA e la capacità dei vertici di valutarne implicazioni, rischi e opportunità.
Secondo uno studio del Massachusetts Institute of Technology, le aziende con board più preparati sull’IA registrano performance superiori ai competitor, con un ritorno sul capitale più alto di oltre dieci punti percentuali.
Per questo molte organizzazioni stanno cercando di rafforzare le competenze interne, introducendo programmi di formazione e nuove certificazioni dedicate ai consiglieri. Allo stesso tempo, cresce l’attenzione verso l’uso dell’AI anche nelle attività del board, ad esempio per analizzare dati finanziari, individuare anomalie o supportare il processo decisionale.
Nel tempo, il mancato utilizzo di questi strumenti potrebbe diventare esso stesso una fonte di rischio reputazionale, ma non solo.




