Immagine di copertina: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shutterstock
Nell’era del secondo governo Trump, la politica sui social è intrattenimento, risata, provocazione e battaglia culturale.
I profili ufficiali della White House e dei dipartimenti ad essa collegati hanno abbandonato il tono istituzionale di un tempo per adottare un linguaggio diretto, tagliente, spesso volutamente irriverente.
Meme virali, sarcasmo senza filtri, video costruiti per dominare l’algoritmo e contenuti generati o rielaborati con l’intelligenza artificiale.
La Casa Bianca ha trasformato i propri canali social in un’arena digitale dove il messaggio politico si fonde con le logiche dell’intrattenimento aumentando sempre più la propria reach digitale.
Una strategia che non è passata inosservata tra i suoi oppositori. Il Partito Democratico e la sinistra americana hanno già iniziato a rispondere sullo stesso terreno, mentre la Francia di Emmanuel Macron sembra aver colto la portata del fenomeno.
Alla comunicazione aggressiva e iper-virale della Casa Bianca si replica ora a colpi di meme, in una sfida permanente che si gioca post dopo post, tra consenso, ironia e nuove forme di propaganda.
Producendo video, meme, ma anche articoli e post di fact checking, il Ministero per l’Europa e per gli Affari Esteri francese ha lanciato un proprio profilo su X, chiamato French Response.
Nel mirino c’è la macchina comunicativa messa in piedi nel secondo mandato Trump dall’Office of Digital Strategy che comunica attraverso canali seguitissimi come Rapid Response 47.
L’obiettivo è replicare e arginare il modello digitale trumpiano con la creazione di gruppi di “risposta rapida”, vere e proprie task force digitali capaci di reagire in tempo reale alla war room trumpiana.
Ma cosa sono esattamente le pagine di rapid response?

Da dove parte il trend
Nell’ultimo anno chiunque abbia fatto uso dei social per informarsi si sarà imbattuto in un contenuto prodotto e divulgato da un profilo social legato al presidente americano.
Dal video ‘Trump Gaza’ fino alle foto di migranti arrestati in stile Studio Ghibli, ci siamo ormai abituati – o forse siamo anche un po’ assuefatti – allo stile provocatorio dei post presidenziali.
Tra le numerose novità che l’amministrazione ha voluto abbracciare senza diffidenze, c’è l’utilizzo multicanale dei social media della Casa Bianca per promuovere il programma dell’amministrazione attraverso uno stile originale, provocatorio, a tratti grottesco.
Seguendo il trend della rete e facendo utilizzo di meme politically scorrect, post provocatori e video denigratori, le istituzioni americane hanno così iniziato a comunicare seguendo la grammatica del loro presidente, non facendo più distinzioni tra periodo pre o postelettorale.
Segnando in maniera indelebile uno stile di comunicazione istituzionale al quale (forse) ci dovremo abituare, l’Office of Digital Strategy – l’ufficio per le strategie digitali presidenziali, originariamente fondato da Obama – sta applicando non solo uno stile nuovo, ma anche strategie quantitative destinate a cambiare la storia della comunicazione e del marketing politico.
Come, ad esempio, attraverso l’uso di pagine e gruppi di risposta rapida, prima pensati per gestire solo il periodo della campagna elettorale, ora utilizzati per gestire la comunicazione di governo.
Ai repubblicani non si può sicuramente imputare il non essere aperti alle novità. A partire dallo sbarco del profilo White House su TikTok, il 21 agosto 2025, nonostante la lunga vicenda conclusa con un storico accordo tra Stati Uniti e Cina sulla proprietà della piattaforma.
C’è inoltre da notare l’elasticità con cui l’universo conservatore MAGA riesca a muoversi all’interno del nuovo ecosistema digitale con la promozione di idee innovative, dai podcast su YouTube in cui si infrangono i tabù della cultura woke alla sponsorizzazione delle Tradwifes – influencer donne che promuovono il ritorno ad una vita “tradizionale” da housewifes -, fino allo sviluppo di una App di incontri per conservatori denominata The Right Stuff.
C’è tutto un ecosistema digitale con un’audience ben consolidata, alla quale Trump ha saputo rivolgersi nella sua trasformazione della comunicazione istituzionale della Casa Bianca. E quindi anche un pubblico già pronto alla sua specifica modalità comunicativa.
Una modalità replicata per l’appunto sui profili social di @RapidResponse47: degli strumenti pensati per intervenire in tempo reale quando un attacco, una polemica o una notizia potenzialmente dannosa inizia a circolare online.
Uno sguardo ai profili di Rapid Response
Nella comunicazione politica digitale, la velocità è potere. È in questo contesto che nascono le pagine di risposta rapida.
Il termine è desunto dal contesto informatico, in cui i gruppi di Rapid Response sono team specializzati che intervengono immediatamente quando si verifica un problema critico online.
Possono operare in diversi settori e si occupano di analizzare attacchi hacker, violazioni dei dati o intrusioni nei sistemi aziendali per contenerli, mitigare i danni e prevenire nuovi incidenti o crisi.
Nelle pratiche di comunicazione politica il rapid response team monitora crisi reputazionali, la diffusione di fake news, le campagne diffamatorie, gli attacchi coordinati online.
In questi casi il team risponde con comunicazioni ufficiali rapide, fact-checking, moderazione dei contenuti e con la gestione delle PR digital. Molte aziende, partiti politici e influencer hanno team dedicati a questo.
Diffuse soprattutto nelle campagne elettorali negli Stati Uniti – dove sia il Partito Democratico sia il Partito Repubblicano hanno strutturato vere e proprie war room digitali – queste pagine rappresentano l’evoluzione contemporanea dell’ufficio stampa tradizionale.
In ambito politico le war room, come spiega Luigi Di Gregorio nel suo ‘War room. Attori, strutture e processi della politica in campagna permanente (2024)’, sono gruppi di lavoro dedicati alla gestione di situazioni politiche critiche o strategiche, dove un team si riunisce per prendere decisioni rapide e coordinate.
Il meccanismo è semplice solo in apparenza. Un team monitora costantemente social network, siti di informazione, blog e dichiarazioni pubbliche degli avversari. Software di social listening e analisi del sentiment segnalano in tempo reale picchi anomali di conversazioni, hashtag emergenti o contenuti virali.
Quando un tema critico inizia a guadagnare terreno, la decisione deve essere rapida: ignorare o intervenire?
Non tutte le polemiche meritano una risposta. Ma se il rischio reputazionale è alto, la reazione scatta in poche ore, talvolta in pochi minuti.
La pagina di rapid response pubblica allora materiali pensati per circolare velocemente come smentite documentate, video clip contestualizzate, infografiche, fact-check dettagliati, dichiarazioni ufficiali.
Il linguaggio è calibrato in base al pubblico e può essere di carattere tecnico oppure diretto e combattivo. L’obiettivo è di riprendere il controllo della narrazione prima che lo faccia l’avversario.

War room. Fonte: Freepick
Un conflitto per la verità
Ma queste piattaforme non servono soltanto a spegnere incendi comunicativi. Possono anticipare mosse rivali, evidenziare contraddizioni, rilanciare temi favorevoli.
In altre parole, non si limitano a rispondere, ma contribuiscono a orientare il dibattito entrando nel processo di agenda setting e di newsmaking.
La distribuzione è coordinata. I contenuti vengono rilanciati dagli account ufficiali, amplificati da sostenitori e influencer, inviati ai giornalisti e, se necessario, sostenuti da campagne pubblicitarie a pagamento mirate. La tempestività è decisiva, poiché nello spazio digitale, il primo frame tende a imporsi.
L’altra faccia della rapid response è l’accelerazione del conflitto politico online. La risposta immediata riduce i tempi di verifica e può aumentare la polarizzazione. In un ecosistema già segnato dalla disinformazione, la velocità può diventare un’arma a doppio taglio.
Le pagine social di rapid response sono il simbolo di una politica che si gioca sul terreno della reazione permanente.
Non aspettano il ciclo delle notizie del giorno dopo, operano nel flusso continuo della conversazione digitale, dove pochi minuti possono fare la differenza tra una crisi contenuta e una narrazione fuori controllo.
Chi se ne occupa?
Alla Casa Bianca è l’Office of Digital Strategy (ODS) a occuparsene. Si tratta di un ufficio responsabile della comunicazione digitale del presidente degli Stati Uniti e dell’amministrazione in carica.
Il nome e la struttura risalgono all’amministrazione Obama, che fu la prima a usare social media come parte integrata della propria comunicazione istituzionale presidenziale.
A pochi giorni dall’insediamento di Trump, l’ODS ha resettato i feed di tutti i profili @WhiteHouse, dando vita ad una nuova gestione dei social media istituzionali.
Quando una nuova amministrazione viene insediata, questo ufficio prende infatti il controllo degli account ufficiali (es. il profilo @WhiteHouse su Instagram).
I post delle precedenti amministrazioni non vengono cancellati definitivamente, ma vengono spostati in account “archivio”. Per esempio, i contenuti Instagram della Casa Bianca sotto Obama sono stati riposizionati su instagram.com/ObamaWhiteHouse.
Tuttavia, i follower degli account ufficiali vengono mantenuti con il nuovo account. Quindi chi seguiva l’account White House continua a seguirlo anche quando cambia l’amministrazione, ma vedrà il nuovo feed. Questa procedura di passaggio era stata già intrapresa dalle precedenti amministrazioni.
Steven Cheung, direttore della comunicazione di MAGA Inc., è attualmente il Communications Director della Casa Bianca, ma non si trovano fonti certe sulla struttura dello staff dell’Office of Digital Strategy.
Secondo fonti de The Washington Post, l’amministrazione Trump del 2025 ha nominato figure influenti legate al mondo dei social media e agli influencer per amplificare il messaggio presidenziale.
La gestione dei social media sembra essere affidata al gruppo di war room, Rapid Response 47, di cui però non si conoscono i membri che si occupano di reagire con strategie quantitative di risposta rapida agli attacchi politici.
Il profilo su X si presenta come l’account ufficiale di “Rapid response” della Casa Bianca, che si propone di combattere le fake news e di supportare il presidente americano in carica.
Ma l’account Rapid Response 47 – il 47 rinvia alla 47° presidenza degli Stati Uniti – non viene solo utilizzato per comunicazioni istituzionali. Ma viene spesso usato per attaccare gli avversari politici.
Questo approccio indica che chi gestisce i social è un team anche politico, che ha l’obiettivo di fare guerra digitale attraverso messaggi virali, meme e clip, contro chiunque critichi l’amministrazione trumpiana.
Come ha scritto Ludovica Taurisano, “Ferocia, velocità e prontezza sono i connotati principali di questa comunicazione, che mira ad aumentare l’asticella della viralità”.
Da guerra alle fake news alla guerra dei meme
Ma il contesto iniziale nel quale è stata elaborata questa strategia multicanale di aggiornamento e di agenda setting interna alla stessa Casa Bianca, non è l’amministrazione trumpiana, ma il clima del dibattito lasciato in eredità dalla precedente amministrazione Biden.
L’ex presidente americano aveva nel suo mandato lanciato una campagna aggressiva contro le fake news. In tempi di Covid Joe Biden aveva affrontato il tema della disinformazione con diversi interventi pubblici, chiedendo alle principali aziende di social media di non veicolare false informazioni sui vaccini.
Come osservato da Francesco Giorgino, in un’epoca di information disorder, il governo americano aveva sferrato il suo attacco più duro nei confronti delle piattaforme social e i new media.
Nel 2022 Biden aveva persino istituito un organismo federale chiamato Disinformation Governance Board presso il Dipartimento della Sicurezza Interna con l’obiettivo dichiarato di coordinare misure per contrastare la disinformazione, soprattutto legata a sicurezza nazionale, all’immigrazione e alle interferenze straniere.
A capo del board era stata nominata Nina Jankowicz. Tuttavia, il board aveva suscitato subito molte critiche, soprattutto da parte dei repubblicani che lo avevano definito un potenziale attacco alla libertà di espressione e così, di lì a poco, il board era stato sciolto.
Già nel 2017 Trump aveva dato prova di saper rispondere rovesciando il discorso e la retorica democratica sulle fake news definendo pubblicamente un canale tv come CNN un produttore di fake news (“You are Fake News!”).
Utilizzando strategie digitali di risposta rapida, Trump ha semplicemente ribaltato un’accusa che spesso veniva rivolta nei suoi confronti, attaccando media autorevoli e giornalisti.
Durante la campagna elettorale Trump-Harris, i democratici si sono spesi, ad esempio, in una campagna che promuovesse canali di verifica delle affermazioni trumpiane in una crociata rivolta contro gruppi complottisti come QAnon e altri produttori di false notizie.
Allo stesso modo l’amministrazione Trump ha sviluppato per reazione il canale di rapid response.
Il FactPost del Partito Democratico
Come abbiamo visto, in questa guerra dell’informazione e in questa lotta per la verità, l’unità di rapid response, diretta da Jake Schneider, si inserisce pubblicando articoli, notizie, ma anche riportando e facendo da megafono ai profili ufficiali della presidenza.
Questi post includono spesso un linguaggio incendiario, definendo i migranti come criminali alieni illegali, membri di gang e picchiatori di mogli o descrivendo i legislatori democratici come completamente fuori di testa. I media progressisti vengono regolarmente derisi sull’account e liquidati come faziosi.
In questa strategia crossplatform, in cui si condividono su X post pubblicati su Truth o sul profilo Instagram della Casa Bianca e viceversa, si crea una coerenza tra profili e una platea di audience su più canali che ricevono contenuti simili.
Per rispondere alle strategie della war room trumpiana, i Democratici USA hanno persino fondato in aprile un’operazione di rapid response propria, per la loro comunicazione digitale e social.
Questa unità di risposta rapida si occupa di messaging aggressivo giornaliero, briefing su messaggi del giorno, talking points, dati di sondaggi, dando supporto alle diverse voci democratiche.
C’è anche un’unità contro la disinformazione (counter-misinformation) che monitora i social media, identifica contenuti falsi e aiuta a rispondere in tempo reale alla divulgazione di fake news.
A tal proposito i democratici hanno creato un progetto social speculare chiamato @FactPostNews, presente su Instagram, X e Bluesky, che è parte di questa operazione di risposta rapida.
I democratici hanno anche lanciato un programma chiamato Daily Blueprint, un broadcast quotidiano di video su YouTube per riassumere le notizie del giorno, una sorta di telegiornale che verifica le notizie circolanti sul web.
Quel che appare da una prima analisi di questi account è che tutti i post sono accomunati dalla smentita di un’affermazione o di una notizia divulgata da Trump. Un approccio che non premia la reputazione degli account, ma rimanda sempre all’immagine del presidente, sebbene in chiave negativa.
Questa reazione alla metodica trumpiana si inserisce in quella che sembra essere una vera e propria guerra tra war rooms. Una guerra che si combatte sul terreno della verità e delle fake news.
E i francesi reagiscono? ‘For sure!’
Seguendo lo stesso trend dei democratici è nato anche il gruppo di risposta rapida del governo francese. Sotto il nome French response, il governo Macron ha aperto finora un profilo su X, dimostrando di aver grande consapevolezza dell’evoluzione che sta subendo la comunicazione istituzionale nel contesto americano.
E non è un caso che l’iniziativa sia partita dal Ministero per l’Europa e gli Affari Esteri francese. Come evidenziato da Il Foglio, il ministero degli Esteri francese ha deciso di entrare con forza nella “guerra dell’informazione” digitale.
Nato a settembre 2025 come complemento alla comunicazione istituzionale, l’account usa ironia e sarcasmo per rispondere rapidamente a provocazioni, attacchi e fake news provenienti da troll, media ostili e figure pubbliche come Elon Musk.
La strategia punta a ridicolizzare chi attacca la Francia online e a tracciare linee rosse nella conversazione digitale, adattando il linguaggio istituzionale ai codici dei social. Secondo fonti del Quai d’Orsay, questa nuova grammatica comunicativa fa parte di un piano più ampio per difendere l’immagine francese e contrastare la disinformazione, soprattutto di matrice russa o politica, come nelle recenti polemiche con gli Stati Uniti.
L’approccio non segue la diplomazia tradizionale, ma sfrutta strumenti virali per ottenere visibilità e reazioni immediate. E lo fa con grande efficacia.
Nel suo ‘La guerra dei meme. Fenomenologia di uno scherzo infinito (2020)’, Alessandro Lolli aveva posto una questione interessante chiedendosi se solo la destra potesse memare.
Una questione che rimane aperta, finché non vedremo replicarsi esempi di successo come quello del Zohran Mamdani, il quale dimostra di avere un approccio simile a Trump nell’uso dei social, ma di segno opposto.
Ma ci sono anche esempi europei di come la memetica sia entrata a spada tratta nel dibattito geopolitico attuale. Il meme ‘For sure!’, in cui il presidente francese Macron appare con gli occhiali alla conferenza di Davos, ha dimostrato come sia possibile aprire uno spazio creativo di controcanto all’aggressività dei meme e video trumpiani.
Il mix tra l’abbigliamento insolito, l’accento e la ripetizione della frase ‘For sure!’ da parte di Macron è stato notato dagli utenti, scatenando parodie su TikTok, Instagram e X.
Tanto da influenzare anche la Conferenza di Monaco 2026, aperta dal presidente Wolfgang Ischinge, il quale ha indossato gli stessi occhiali del presidente francese, dichiarando che “quanto accaduto a Davos un paio di settimane fa non debba necessariamente rimanere a Davos”.
Ricordandoci così, ancora una volta, quanto sia determinante oggi il potere dei meme.




