Immagine di copertina: campagna “CASI-NO Incentivi Statali”
Le Case cinesi che stanno invadendo con le loro auto le strade europee, si sa, sono parecchio aggressive.
L’esigenza, del resto, è quella di farsi conoscere il più velocemente possibile, superando la tradizionale diffidenza del consumatore medio nei riguardi di aziende e marchi che non ha mai sentito nominare e arrivano dal profondo Oriente.
Ma ce ne è una che pare più aggressiva di tutte le altre: Byd. E non solo perché, a livello di vendite, ha già superato le auto elettriche di Elon Musk col marchio Tesla.
La Casa automobilistica, che per la propria strategia europea ha scelto di affidarsi ad Alfredo Altavilla, per anni braccio destro di Sergio Marchionne in Fca, oggi Special Advisor del marchio che viene dal lontano Oriente, sembra voler affiancare all’aggressività tipica delle connazionali asiatiche, giocata principalmente su prezzi di listino e tecnologia offerta, una causticità nei messaggi promozionali veicolati soprattutto in Italia che si è già manifestata in alcune pubblicità sopra le righe.
I messaggi “nascosti” di Byd
Il caso più noto finora aveva riguardato la campagna “CASI-NO Incentivi Statali” dove, senza troppi giri di parole ma con un gioco di parole, Byd speronava l’incerta situazione legislativa italiana sul tema dei bonus.
“Con questo programma – spiegava il marchio asiatico – Byd offre una risposta concreta a chi vuole passare a una mobilità più sostenibile, senza doversi scontrare con la complessità dei tradizionali incentivi pubblici né con limitazioni legate al reddito o all’area di residenza.
L’obiettivo è chiaro: semplificare la scelta di una nuova vettura e rendere l’accesso al bonus immediato e senza ostacoli”.
E, ancora: “Il sistema di incentivi Byd è trasparente, aperto a tutti e privo di burocrazia superflua: basta poco per ottenerlo, in modo semplice e rapido”.
Quasi a voler maliziosamente insinuare, tra le righe, “non come quello previsto dal vostro esecutivo…“.
L’irriverenza nei confronti di Stellantis
Quelle paginate, apparse anche su tutti i principali quotidiani nazionali, sono arrivate certamente anche sotto il naso del vero destinatario: il governo, che ha abbozzato senza replicare.
Ma c’è un’altra pubblicità che non ha tardato a farsi notare: quella il cui copy recita: “Problemi con la cinghia? Con Byd la tiri… via”.
Che faceva il paio con altri slogan che non sono passati inosservati: “La tua cinghia dà i numeri? Te ne diamo un po’ anche noi: 122.000 ingegneri in ricerca e sviluppo – 60.000 brevetti registrati – 250.000 km. di garanzia” – “Hai la cinghia a bagno d’olio? ci spiace che per te sia sempre blue Monday – scopri i bonus BYD dedicati – Operazione PUREFICATION” – “Ma non è ora di cambiare?”.
A un occhio disattento non emerge alcun profilo peculiare, ma esattamente come il copy “CASI-NO Incentivi Statali” parlava soprattutto al governo, qui il vero destinatario della reclame è Stellantis che da tempo è alle prese con tribolazioni meccaniche molto particolari, legate appunto alle cinghie.

L’intervento del Giurì
Insomma, quei problemi hanno senza dubbio causato lo scontento di migliaia e migliaia di automobilisti nel cui lessico quotidiano la parola “cinghia” è entrata prepotentemente e oggi rievoca ore se non giorni trascorsi in officina.
Tenendo in filigrana questa ulteriore informazione si comprende il messaggio – per nulla occulto ma ben targettizzato – degli spot di Byd.
La campagna è però rimasta nel pettine del Giurì della Pubblicità che con il provvedimento 1/2026 ha imposto al costruttore cinese l’immediata cessazione di questi spot veicolati finora dalla televisione, dalla stampa tradizionale e ovviamente da Internet e dai social media.
“Il Giurì, esaminati gli atti e sentite le parti, dichiara che i messaggi contestati sono in contrasto con gli articoli 2, 14 e 15 del Codice e ne ordina la cessazione”.
Tre dunque i profili rilevati: all’Art. 2 – si fa riferimento al tema della “Comunicazione commerciale ingannevole”, all’ Art. 14 – alla fattispecie della “Comparazione” e all’ Art. 15 della “Denigrazione”.
Passata invece indenne nelle maglie del Giurì un’altra che, sotto una vettura Byd giallo canarino presenta la scritta a caratteri cubitali: “Sulla sicurezza noi non rallentiamo mai”.

Quel presidente de “La Grazia” che viaggia su auto made in China
Non è dato sapere se dietro a queste trovate marketing estremamente aggressive ci sia lo zampino diretto di Alfredo Altavilla, defenestrato in malo modo (scrisse in merito di “periodi burrascosi e senza serenità”) nell’autunno del 2022 dalla cabina di pilotaggio dell’allora startup dei cieli Ita Airways controllata al cento per cento dal Dicastero dell’Economia del ministro Giancarlo Giorgetti, nata dalle ceneri dell’ex compagnia di bandiera Alitalia.
Di certo è facile immaginarselo ghignare di gusto, dato che le campagne fin qui ricordate (CASI-NO Incentivi Statali e quella stoppata bruscamente dal Giurì) per un caso del destino irridevano proprio i suoi ex datori di lavoro: il governo per ciò che concerne i suoi giorni da presidente di Ita Airways e la Stellantis frutto della fusione tra FCA (in cui ha lavorato sotto Marchionne) e PSA.
Ma il messaggio più caustico che Byd ha recapitato al nostro Paese è con ogni probabilità quello che è passato maggiormente sotto silenzio: nell’ultimo film dell’acclamato regista Paolo Sorrentino in questi giorni ancora nelle sale cinematografiche, La Grazia, il presidente della Repubblica interpretato da Toni Servillo viaggia su ammiraglie made in China.
Storicamente la scuderia quirinalizia si compone di auto della casa automobilistica Lancia, oggi parte della galassia Stellantis e, a voler fare un facile gioco di parole, parecchio “spuntata” visto il crollo nelle vendite e la penuria di modelli.
Un Capo di Stato trasportato su di una Byd è ben più di un semplice “product placement” come recita il relativo comunicato stampa del costruttore cinese (“Il posizionamento della Z9 all’interno de La Grazia evidenzia la strategia di Denza di inserirsi nei contesti più rilevanti della cultura e dell’immaginario collettivo, raggiungendo un pubblico internazionale”).
È un messaggio potente che fotografa la baldanza del costruttore asiatico che intende scalzare la concorrenza autoctona fino ad arrampicarsi sul Colle più alto.
Ha scritto in merito la scorsa estate Gian Luca Pellegrini, direttore editoriale della storica testata di settore Quattroruote: “Le auto di Stato che trasportano il Presidente della Repubblica, ovvero Toni Servillo, e la sua scorta non sono italiane, come vorrebbe non solo la prassi istituzionale ma anche una certa idea del decoro politico: sono le cinesi Byd, inserite con discrezione nel cuore del racconto”.
“Far salire il Presidente della Repubblica su un’auto cinese, in un film che riflette sulla solennità e sulla fragilità del potere, non è un atto di lesa maestà, né tantomeno un vilipendio dell’identità nazionale. È, più semplicemente, il segnale che sta prendendo forma una nuova grammatica della rappresentazione in cui anche i simboli più consolidati – l’auto, il cerimoniale, il linguaggio visivo della sovranità – possono cambiare senza che nessuno senta più il bisogno di difenderli”.
E, soprattutto: “Il marchio cinese, così, si insinua nel tessuto della rappresentazione con la pazienza di chi sa che il riconoscimento più profondo non passa dalla dichiarazione, ma dall’assimilazione. Ed è proprio in questa ambizione mimetica – nel farsi presenza ordinaria senza più bisogno di commento – che si rivela il progetto più ampio: diventare nuova normalità”.
Si scopre così che i cinesi non solo costruiscono auto capaci di impensierire le concorrenti autoctone del Vecchio continente (si veda in merito anche la recente richiesta d’aiuto indirizzata al legislatore comunitario vergata a quattro mani da Antonio Filosa, Ad di Stellantis e Oliver Blume, ceo di Volkswagen), ma si rivelano anche abilissimi comunicatori.
“Parlare cinese” potrebbe presto non essere più solo un modo di dire per indicare un interlocutore incomprensibile, ma diventare l’opposto: il segno di un messaggio efficace, che va dritto alla meta. Con ironia e anche un pizzico di perfida irriverenza.




