L’ubiquità referendaria di Giorgia Meloni ha del miracoloso?

Di il 20 Marzo, 2026
La presidente del Consiglio ha legato la propria immagine al tema referendario (ma non, puntualizza, le proprie sorti politiche a un possibile esito negativo). La premier è ovunque, sui vecchi e nuovi media e ha pure cambiato in corsa la propria comunicazione, riducendo i toni da comizio
Immagine di copertina: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Fonte: Shutterstock

Con ogni probabilità era dai tempi di Silvio Berlusconi che un presidente del Consiglio non risultava sovraesposto a tal punto nella propria comunicazione quotidiana con l’elettorato.

“Sua Emittenza” però, benché nell’ultimo periodo fosse giunto pure su TikTok, si limitava ai videomessaggi inoltrati alle televisioni e alle comparsate nei telegiornali.

Giorgia Meloni ha invece posto in essere una strategia a tenaglia: televisiva per raggiungere il pubblico più anziano e social per solleticare quello più giovane.

Tutti i comizi televisivi di Giorgia Meloni

I piani naturalmente si intrecciano: quando Meloni compare in televisione poi rilancia spezzoni dai propri social.

Come nel caso dell’intervento al TG1 che ha fatto gridare – sempre via social – all’emergenza democratica un fine comunicatore come Gianrico Carofiglio, scrittore di romanzi di successo, certo, ma per onestà intellettuale pure parte in causa, in quanto ex senatore del PD e soprattutto ex magistrato oggi attivo nel propagandare il “No” al referendum.

Polemiche che non toccano la presidente del Consiglio, che saltella leggiadra da una emittente all’altra (poche ore prima è stata a Quarta Repubblica, su Rete Quattro, storicamente il canale più politicizzato di Mediaset, ma ovviamente è apparsa anche sulla testata ammiraglia, il TG5) senza essere mai infastidita da reali contraddittori.

La RAI, del resto, spalanca da sempre le proprie porte alle forze di maggioranza mentre l’altro grande attore che occupa buona parte dei tasti del telecomando, ovvero il Biscione di Cologno Monzese, riconosce alla premier il merito di portare avanti una riforma per oltre vent’anni brandita proprio dal suo fondatore, Silvio Berlusconi.

I Berlusconi Jr sono per il Sì

Cosa voteranno i figli del defunto presidente del Consiglio, del resto, lo ha esplicitato con dovizia Marina Berlusconi intervenendo su Repubblica: “Se dovesse vincere il sì, non si tratterà di una vittoria del governo o di Forza Italia, né di una vittoria postuma di mio padre. Io penso semplicemente che sarà una grande vittoria degli italiani.”

Medesimo messaggio lanciato nelle ultime ore anche dal fratello Piersilvio, Ad di Mediaset. Per i Berlusconi, insomma, non bisogna farne una questione politica, limitandosi alle implicazioni tecniche di una vittoria del Sì.

Allo stesso modo, Giorgia Meloni, nonostante come si è già visto su queste pagine si sia intestata la comunicazione referendaria schiacciando ai margini le altre forze politiche che compongono la sua stessa maggioranza (molto più timidi i messaggi che arrivano da Forza Italia e soprattutto dalla Lega) in quest’ultimo scampolo di campagna propagandistica ha più volte chiarito che una eventuale vittoria dei “No” non spedirebbe il governo a casa.

La comunicazione di Meloni s’è fatta istituzionale?

La campagna referendaria è stata accesa nei toni e brutale nelle esposizioni, tanto che lo stesso presidente della Repubblica è dovuto intervenire a difesa del CSM accusato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio di essere “para-mafioso”.

Ma anche gli appelli del Colle sono stati ignorati, se si considera che la macchina propagandistica ha finito col triturare pure i membri di un noto caso di cronaca, la “famiglia della casa del bosco”, branditi dalla stessa presidente del Consiglio quali vittime sacrificali di una giustizia che a suo dire non starebbe funzionando (coi “figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita”, ha detto la premier durante un comizio).

E poco importa che sia stato proprio il suo governo, col decreto Caivano, ad aver introdotto una nuova fattispecie di reato (inosservanza dell’obbligo di istruzione, art. 570-ter c.p.) perché è lo stesso Guardasigilli Nordio a sconfessare tale tesi, ammettendo che non ci sono collegamenti tra i fatti richiamati dalla propaganda politica e la riforma della Giustizia sottoposta a voto referendario.

Forse anche per questo i toni dell’inquilina di Palazzo Chigi si sono fatti più moderati e meno da comizio, ma i contenuti continuano comunque a essere barcollanti.

È il caso, per esempio, del video tutorial di pochi secondi nel quale la premier spiega… come votare “Sì”, o dell’invito, sempre a firma Giorgia Meloni, di rispondere positivamente al quesito referendario per avere “una giustizia più equa, più indipendente ed efficiente”.

Quesito che sui social del giornalista Giovanni Floris è stato subito affiancato da pregresse dichiarazioni di Nordio (“Nessuno ha mai preteso che questa riforma influisse sull’efficienza della Giustizia”) e della senatrice leghista Giulia Bongiorno, avvocato nonché presidente della Commissione Giustizia della Camera Alta: “Scusate ma chi ha mai detto che questa riforma deve incidere sui tempi e l’efficienza della Giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere”.

Il “dissing” che non ci si aspetta: Fedez Vs Floris

Ma pure lo stesso Floris è finito a sua volta negli ingranaggi mediatici che macinano temi più o meno referendari, venendo attaccato dal rapper Fedez che sostiene che la sua trasmissione di La7 diMartedì volesse trattare il programma per il Web che l’artista milanese conduce online con Davide Marra (su Internet meglio noto come Mr. Marra) in modo da sminuirne portata e messaggi veicolati.

Del resto, come poi ripetuto sempre dal cantante in un altro video, il fatto che “la Meloni sia venuta qua da noi, per il mondo dell’informazione, per chi vive di questo, è un problema. Noi siamo un problema”.

Insomma, ci sarebbe una certa invidia tra il vecchio e il nuovo modo di informare, viene lasciato intendere.

“Sono nati i Melognez”

In effetti lo spezzone che diMartedì ha dedicato a Pulp Podcast per presentare al proprio pubblico l’arena nella quale Giorgia Meloni ha deciso di scendere non è certo lusinghiero.

A tal fine sono state riassunte, forse con eccessiva dose di malizia, le osservazioni e le domande più leggere e sciocche che i due conduttori del Web, notissimi tra i più giovani, hanno fatto nelle altre puntate a sfondo politico.

Ci ha poi aggiunto il carico da 90 un altro giornalista, Massimo Gramellini, esponente di quel vecchio modo di fare informazione che secondo Fedez sarebbe ora in allarme e si sentirebbe snobbato dalla presidente del Consiglio: “Sono nati i Melognez” ha scherzato, alludendo perfidamente alla coppia social – ormai sgretolata – più seguita d’Italia, i Ferragnez.

La premier si gioca il tutto per tutto: Fedez e accise

Si arriva così all’oggi, ovvero a ieri. Insomma, alla partecipazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Pulp Podcast.

Un ‘fatto epocale’ per diversi osservatori e per la comunicazione di Palazzo Chigi. “Più che inseguire una fascia anagrafica specifica, il senso era anche un altro: riconoscere valore a chi oggi fa informazione, approfondimento o comunque crea spazi di ascolto anche in Rete”, ha spiegato al Foglio Tommaso Longobardi, social media manager di Giorgia Meloni, che in tale ottica rivoluzionerebbe usi e consuetudini istituzionali.

Nella realtà dei fatti la vera rivoluzione è stata probabilmente compiuta da tempo, quando la presidente del Consiglio, che non ha mai nascosto la sua allergia per i giornalisti (famoso il fuorionda con Trump in cui veniva beccata mentre diceva di non “aver mai voglia di parlare con la stampa italiana” indispettendo l’associazione di riferimento, la Fnsi), ha invece deciso di ignorare pruriti e sfoghi epidermici lasciandosi intervistare di continuo, anche più volte nello stesso giorno.

Una mossa disperata? C’è pure chi ha malignato che la misura temporanea (copre fino al prossimo 7 aprile) sulle accise da quasi mezzo miliardo per calmierare la speculazione alla pompa di benzina, chiesta a gran voce dalle opposizioni e dalle associazioni di categoria da settimane ma arrivata proprio a poche ore dal voto referendario, abbia parvenza di mancetta elettorale.

I 55 minuti e 55 secondi di Meloni a Pulp Podcast

Restando ai fatti, negli stessi momenti in cui i social di Fratelli d’Italia, mai così attivi e perciò in affanno di argomenti, facevano gli auguri ai papà, ma solo a quelli che votano Sì, Meloni varcava le soglie virtuali della trasmissione online accettando di buon grado di rispondere alle domande di Fedez (poche e abbastanza remissive) e alle osservazioni più pungenti di Mr Marra.

Cinquantacinque minuti e cinquantacinque secondi durante i quali è stata trattata una pluralità di temi, dalla guerra in Iran voluta da USA e Israele ai pressanti problemi energetici, con la questione referendaria che occupa di fatto metà trasmissione, dal 28esimo minuto in poi.

La presidente del Consiglio viene lasciata parlare a ruota libera, i tempi non sono quelli classici, stringati, del Web e i ritmi non appaiono affatto sincopati, coi due padroni di casa relegati sullo sfondo ad annuire o a fare “no” con il capo.

Nuovo media, stessi messaggi?

La maggior parte delle risposte era già nota: circa il conflitto in Iran il governo italiano si barcamena ammettendo che si sia di fronte a una violazione del diritto internazionale da parte di Donald Trump ma ricordando al contempo che la prima a rompere gli equilibri è stata la Russia di Putin, mentre la vicenda israeliana a Gaza viene derubricata come una mera “sproporzione nella risposta” di Tel Aviv.

Venendo invece alla politica interna: “il fronte del No – attacca la premier fin dai primissimi istanti – ha lavorato per farlo diventare un referendum contro il governo avendo difficoltà a stare nel merito, dal momento che – a suo dire – è una riforma di buon senso”.

Per questo la leader di Fratelli d’Italia esorta “anche quelli che mi detestano” a “non cadere nella trappola: votate Sì adesso e tra un anno votatemi contro alle politiche. Anche se il No vincesse – chiosa – non mi dimetterei, chi vota No si ritroverebbe comunque la Meloni e una giustizia non efficiente”.

C’è pure il tempo per rispondere allo storico Alessandro Barbero, tra i volti più noti in campagna per il No: “Le sue tesi non hanno senso”, taglia corto la premier lasciando intendere che fossero in malafede “per usare” non certo a caso “un termine utilizzato dallo storico”, sferza Meloni.

Il botta-risposta tra Mr Marra e Meloni sulla propaganda referendaria

Un’osservazione interessante, perché tocca proprio i temi della comunicazione, arriva da Davide Marra: “Ho fatto il pubblicitario e la propaganda è stata oscena da ambo le parti”, osserva, con la presidente del Consiglio che, interrompendo il proprio ospite, si difende: “Ho tentato di stare nel merito e ciò che voteremo riguarderà non la politica ma tutti i cittadini”.

E all’ulteriore obiezione di Mr. Marra (minuto 35) circa i numerosi casi di presunta mala-giustizia sventolati come vessilli con la promessa che non si ripeteranno, la premier si limita a replicare che “è questione di efficienza”.

Infine, quando sempre Marra (minuto 51) fa notare che è proprio l’imbarbarimento della campagna elettorale a causare quel voto ‘di pancia’ che Meloni tardivamente vuole disinnescare, la premier si limita a dire: “Il mio è stato uno sforzo enorme, questa è una riforma volutamente semplice perché sia capita dai cittadini: vuoi più merito, Sì o No? Vuoi una maggiore efficienza, Sì o No?” anche se, come ricordato poco sopra, proprio i tecnici a disposizione del suo stesso governo, da Nordio a Bongiorno, hanno detto a più riprese che l’efficienza della Giustizia non c’entra nulla col referendum.

Nuovo media, insomma, ma messaggi sempre uguali.

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Carlo Terzano
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Carlo Terzano è un giornalista politico ed economico, con la passione per le nuove tecnologie e l'automotive. Già caporedattore di StartupItalia, ha collaborato e collabora oltre che con Mediatrends anche con Start Magazine, Wired, Radio 24, R101, Formiche, Corriere Innovazione e Lettera43.it.