La comunicazione post-referendum, dal sorriso tirato di Meloni ai ritardi di Schlein

Di il 24 Marzo, 2026
La premier Meloni più che ammettere la responsabilità dello sconfitto ribadisce che andrà avanti, Salvini resta defilato, Tajani fa presenza d'ufficio. Sul fronte opposto si registra la fuga in solitaria di Conte
Immagine di copertina: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Fonte: Shutterstock

Alla fine, se l'”effetto Fedez” c’è stato, non si è concretizzato certamente secondo quanto sperato dalla maggioranza parlamentare e soprattutto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

L’affluenza ha sfiorato il 59% (58,93%) segnando una inedita voglia di partecipare all’amministrazione della cosa pubblica da parte della popolazione e il No si è attestato vincitore totalizzando il 53,7 per cento, pari a circa 14,5 milioni di voti, con un Sì staccato al 46,3 per cento fermo a 12,4 milioni di scrutini.

La corsa di Conte per intestarsi la vittoria

Palpabile, durante le operazioni di spoglio, la frenesia di Giuseppe Conte, leader pentastellato che lo ha portato a intestarsi la vittoria con una conferenza stampa indetta in fretta e furia non appena il risultato ha iniziato a consolidarsi.

“Ci siamo? Ditemi quando siete pronti”, le prime parole dell’ex premier mentre incalzava i tecnici che predisponevano i collegamenti.

“Registriamo una grandissima partecipazione democratica e la chiara, sonora, vittoria del No – ha detto il sedicente avvocato del popolo. Ringrazio il M5S per la partecipazione, fino a qualche mese fa le previsioni davano esiti opposti. Si apre ora una nuova stagione, una nuova primavera dove i cittadini sono protagonisti e vogliono cambiare pagina. Il Movimento 5 Stelle ha tutto il diritto, assieme alle altre forze progressiste, di esserne il protagonista”.

Chiara la volontà di ribadire la natura di “voto politico” del referendum sulla Giustizia e di intestarsi il risultato, anche se pragmaticamente Conte, nonostante la fuga per essere il primo a mettere il cappello sulla vittoria, non parla di corse in solitaria ma predispone il terreno per un’alleanza con le altre forze “progressiste” (ovvero PD e, a sinistra, Avs, mentre il campo largo di Carlo Calenda e Matteo Renzi non è pervenuto: il leader di Azione ha votato Sì e Italia Viva ha lasciato libertà di coscienza).

La premier ci mette la faccia

Otto minuti dopo le 17 ricompare sui social la presidente del Consiglio, peraltro accusata dalle opposizioni di aver infranto la tregua elettorale con altri video pubblicati proprio durante le operazioni di voto.

Pochissimi secondi, volto visibilmente teso, sorriso tirato (sui social ci sarà chi ironicamente la paragonerà a Chiara Ferragni nel famoso video della tuta grigia), nei quali Giorgia Meloni dice: “La sovranità appartiene al popolo. Il governo ha fatto ciò che aveva promesso, abbiamo sostenuto la riforma della Giustizia fino in fondo, i cittadini si sono espressi e noi rispettiamo la loro decisione. Resta il rammarico per l’occasione persa. Andremo avanti come sempre fatto”.

Più che una assunzione di responsabilità, una risposta punto su punto, telegrafica, alle critiche arrivate nell’ultimo periodo. Anzitutto la premier ribadisce, infatti, che Fratelli d’Italia è una forza democratica e non ha intenzione di porre in essere colpi di mano, riconoscendo i principi costituzionali (“la sovranità appartiene al popolo”), avendo anzi concorso a chiamare in causa l’elettorato affinché si esprimesse (“abbiamo rimesso la scelta ai cittadini […] e noi come sempre rispettiamo la loro decisione”).

Frasi apparentemente superflue, persino pleonastiche in un sistema democratico, ma che appunto assumono peso e significati diversi se lette mantenendo in filigrana le accuse piovute da più parti, specie dopo alcuni caracollanti attacchi delle forze di maggioranza a giudici e CSM.

Inoltre, la presidente del Consiglio avvisa i naviganti: “Andremo avanti” perché, come detto in più occasioni, l’esito del referendum non avrebbe inciso e non inciderà sulla tenuta del governo.

Aspettando Godot

Quando infine appare in televisione la leader del Partito Democratico, Elly Schlein, nel mentre si erano già espressi il segretario di Sinistra Italiana e di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni (che subito guarda avanti: “quando vinceremo le elezioni ci impegniamo a non cambiare la costituzione ma ad attuarla”) e Matteo Renzi di Italia Viva (l’ex premier, che ha trascorsi tutt’altro che sereni con la magistratura, è anche stato sospettato di aver votato Sì).

Secondo il senatore di Rignano: “Questo referendum costituzionale ha detto con chiarezza che Giorgia Meloni ha la fiducia del Palazzo ma non quella del popolo. Quando è successo a me – ha incalzato – mi sono dimesso da tutto. Ma per dimettersi ci vogliono dignità e coraggio e non tutti hanno queste parole nel proprio vocabolario”.

Elly Schlein è l’ultima a farsi vedere

Arriva infine davanti alle telecamere Elly Schlein: “Abbiamo vinto, la maggioranza del Paese ha fermato una riforma sbagliata. Una vittoria ancora più bella perché partivamo da una sconfitta annunciata, invece abbiamo ribaltato quell’esito. Hanno fatto la differenza i giovani, nonostante non potessero votare i fuorisede”, ha detto in una conferenza stampa al Nazareno.

“Ci sono più elettori di destra che hanno votato No che il contrario”, ha aggiunto ribadendo che con questi risultati “Arriva un messaggio politico chiaro a Meloni e al governo che ora devono riflettere, devono ascoltare il Paese e le vere priorità. È anche un messaggio per noi. Il Paese chiede un’alternativa e noi abbiamo la responsabilità di organizzarla. C’è già una maggioranza alternativa al governo. Questo voto ci consegna una grande responsabilità. Lavoreremo con le forze della coalizione progressista per costruire l’alternativa”.

E già parla di possibili primarie in vista del traguardo politico del 2027 che potrebbe anche anticipare, visto lo scossone referendario.

La piazza di Landini

Il ritardo di Schlein fa sì che la leader del PD arrivi per ultima pure in Piazza Barberini, appuntamento serale convocato dal segretario generale della CGIL, Maurizio Landini e l’immagine che scorre per diversi minuti sui telegiornali collegati è quella del sindacalista in primo piano davanti a un imbarazzato Roberto Gualtieri (sindaco di Roma, del PD) e ai silenziosi Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs, tutti nel cono d’ombra del rappresentante dei lavoratori.

Gli oscuri presagi di Calenda

Dal campo largo, ammesso esista ancora, Carlo Calenda pubblica sui suoi post il filmato dei magistrati partenopei che festeggiano la vittoria del No intonando la canzone antifascista “Bella ciao” e vaticina: “Godetevi lo spettacolo. Questo è solo l’inizio”.

Tajani appare in serata, Salvini non ci mette la faccia

Ci vorrà ancora più tempo perché dicano la loro gli altri due leader della maggioranza, Antonio Tajani e Matteo Salvini.

Il ministro degli Esteri compare a serata inoltrata sui social per le frasi di rito: “Il popolo sovrano si è espresso e noi ci inchiniamo alla sua volontà. Si è espresso con un grado molto alto di partecipazione e questa, al di là del risultato, è una grande prova di democrazia. Noi abbiamo fatto tutto il possibile per far comprendere l’importanza di una riforma che avrebbe reso la giustizia più equa e l’Italia più libera. Però gli italiani sono stati di diverso avviso e ne prendiamo atto con il massimo rispetto”.

Matteo Salvini, solo parzialmente scudato dalla lontananza geografica (si trovava infatti a Budapest per partecipare all’assemblea dei Patrioti a sostegno del premier ungherese Viktor Orban in vista delle elezioni del 12 aprile), ancora acciaccato dagli attacchi ricevuti dalla base leghista durante le esequie del fondatore del suo partito, Umberto Bossi, si limita a diramare una nota: “Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione. Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della giustizia. Anche per questo, il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione”.

Nordio è rimasto solo?

Arriva pure il commento del ministro interessato del fascicolo, l’ex magistrato Carlo Nordio, profilo tecnico e perciò – malignano in molti – facilmente sacrificabile nel caso in cui il governo volesse fare un tagliando alla maggioranza subito dopo il voto.

“Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano”, ha commentato a caldo. “Il nostro intendimento – ha aggiunto – era quello di attuare definitivamente il progetto ideato da Giuliano Vassalli con il processo accusatorio e consacrato dall’articolo 111 della Costituzione che definisce il giudice terzo e imparziale.

Abbiamo impiegato tutte le nostre energie per spiegare, in termini accessibili, la complessità di questa riforma. Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico. Ringraziamo la parte dell’elettorato che ci ha dato fiducia e comunque ci consola l’alta partecipazione al voto che conferma la solidità della nostra democrazia”.

Che almeno in FdI ci sia del resto voglia di pulizie di primavera lo ammette pure Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito, anche se da Bruno Vespa sposta il target: “I casi Delmastro e Bartolozzi? Faremo le analisi e tutte le riflessioni del caso. Credo che singoli episodi non abbiano condizionato perché il risultato è netto. Certamente se ci sono state delle sbavature nella campagna elettorale, ovviamente hanno pesato”.

Ma questa è un’altra storia, ancora tutta da scrivere e comunicare. In modo si spera meno sguaiato rispetto alla comunicazione politica referendaria appena vissuta e subita dall’elettorato.

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Carlo Terzano
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Carlo Terzano è un giornalista politico ed economico, con la passione per le nuove tecnologie e l'automotive. Già caporedattore di StartupItalia, ha collaborato e collabora oltre che con Mediatrends anche con Start Magazine, Wired, Radio 24, R101, Formiche, Corriere Innovazione e Lettera43.it.