Immagine di copertina: Don Lemon. Fonte: Wikimedia Commons
Il 2 febbraio, l’ex conduttore della CNN Don Lemon è stato il primo ospite della serata del Jimmy Kimmel Live!.
L’intervista ruotava attorno a un fatto preciso: il suo arresto, avvenuto pochi giorni prima durante una protesta anti-ICE in una chiesa di St. Paul, in Minnesota.
Nel giro di poche ore, l’episodio è diventato un caso nazionale.
Non solo per il profilo del protagonista, ma perché ha finito per toccare alcuni dei nervi più scoperti del dibattito pubblico americano, tra cui il ruolo dei giornalisti fuori dalle redazioni e l’uso politico delle forze federali.
Ma soprattutto, l’intervista ha sottolineato una tendenza particolare: la sovrapposizione sempre più frequente tra libertà di stampa, attivismo e spettacolarizzazione del conflitto.
Lemon ha raccontato di essere stato arrestato nonostante si fosse offerto di costituirsi volontariamente.
Insieme a lui è stata fermata anche la giornalista indipendente Georgia Fort.
Dal momento dell’arresto, il caso è esploso: attenzione mediatica, polarizzazione politica e un’immediato impennamento del suo seguito online.
Da volto della CNN a giornalista indipendente
Per capire il peso del caso, è necessario partire dal profilo.
A 59 anni, Don Lemon è stato uno dei volti più riconoscibili del giornalismo televisivo americano degli ultimi vent’anni.
Alla CNN ha condotto programmi centrali nella fascia serale e mattutina, diventando progressivamente una figura di riferimento per il pubblico liberale.
In gioventù vicino al Partito Repubblicano, ha dichiarato di aver votato per Ronald Reagan. Lemon si è poi spostato verso il campo democratico, assumendo negli ultimi anni un ruolo sempre più apertamente critico nei confronti del mondo MAGA.
La sua uscita dalla CNN nel 2023 ha segnato una svolta.
Il licenziamento è arrivato dopo commenti sull’età di Nikki Haley, che hanno portato la rete ad aprire un’indagine interna. L’inchiesta ha fatto emergere precedenti comportamenti problematici, in particolare nei confronti di colleghe donne.
Da quel momento, Lemon ha avviato il suo percorso come giornalista indipendente.
Prima su X, con un progetto editoriale conclusosi con uno scontro legale con Elon Musk.
Poi su YouTube, dove ha fondato The Don Lemon Show: un canale aggiornato quotidianamente, costruito su interviste, commenti politici e una linea editoriale fortemente di opposizione all’amministrazione Trump.
St. Paul, la protesta e la linea rossa della chiesa
Il 18 gennaio 2026, Lemon si trova a St. Paul per seguire le proteste esplose dopo l’uccisione dell’attivista Renee Good.
Secondo le ricostruzioni di BBC e Financial Times, la manifestazione entra in una chiesa il cui pastore risulterebbe essere un agente dell’ICE.
È qui che il caso assume una dimensione più complessa. Le accuse parlano di cospirazione e interferenza con la libertà religiosa.
Il Dipartimento di Giustizia sostiene che i manifestanti abbiano interrotto una funzione religiosa e limitato il diritto dei fedeli al culto.
A Lemon, poi, viene anche contestato di aver fisicamente impedito ad alcuni presenti di lasciare l’edificio.
La versione del giornalista è opposta: non era lì come manifestante, ma come reporter.
Un punto centrale, perché trasforma l’episodio da questione di ordine pubblico a potenziale scontro sul Primo Emendamento.
L’amministrazione Trump ha immediatamente inquadrato l’evento come una difesa dei valori cristiani.
I media, invece, hanno letto l’arresto come un segnale preoccupante per la libertà di stampa.
Secondo il Financial Times, sul caso è intervenuto anche il direttore di Reporter Senza Frontiere, Clayton Weimers, che ha denunciato l’uso improprio di agenti federali contro rappresentanti dei media.

Mandati respinti e tensioni tra poteri dello Stato
Le indiscrezioni di Politico aggiungono un ulteriore livello di lettura dell’episodio.
Secondo l’inchiesta, il Dipartimento di Giustizia aveva richiesto mandati di arresto per otto persone presenti alla protesta. Cinque di questi, inclusi quelli per Lemon e Fort, sono stati respinti dalle corti federali.
Secondo il giudice Douglas Micko, i procuratori non avevano fornito prove sufficienti.
Un altro giudice, Patrick J. Schlitz, repubblicano nominato da George W. Bush, ha sottolineato l’assenza di urgenza procedurale.
Il risultato è stato uno scontro implicito tra potere giudiziario ed esecutivo.
Un episodio che si inserisce in una fase di forte frammentazione interna all’amministrazione Trump, dove le iniziative di sicurezza nazionale finiscono sempre più spesso sotto scrutinio legale.
Forbes, analizzando l’intervista di Lemon da Kimmel, riporta come il giornalista abbia interpretato le modalità dell’arresto come un tentativo di intimidazione.
Un’operazione sproporzionata, secondo Lemon, che dimostrerebbe sia lo spreco di risorse federali sia l’inesperienza degli agenti sul campo del dipartimento per la sicurezza interna.
Difesa di alto profilo
Dopo il rilascio, Don Lemon dovrà affrontare il processo e, per farlo, ha deciso di rafforzare il proprio team legale.
Come riporta la CNN, accanto al suo avvocato principale, Abbe Lowell, ha assunto come consulente Joseph H. Thompson, ex procuratore federale dello Stato del Minnesota.
Thompson aveva recentemente guidato le indagini sulle frodi che hanno fatto esplodere uno scandalo politico nello Stato, contribuendo alla rinuncia del Governatore Tim Walz alla corsa per un terzo mandato.
Il procuratore ha poi lasciato, dopo 17 anni, il Dipartimento di Giustizia a metà gennaio, insieme ad altri cinque colleghi.
Secondo le ricostruzioni del New York Times, le dimissioni sarebbero arrivate dopo pressioni da parte dell’amministrazione Trump affinché le indagini sull’uccisione di Renee Good si concentrassero non sull’agente dell’ICE che ha sparato, ma sull’attivista.
La scelta di Thompson introduce quindi un ulteriore elemento istituzionale nel caso.
Non si tratta solo di un rafforzamento tecnico della difesa, ma dell’ingresso nella vicenda di una figura che negli ultimi mesi è stata coinvolta in uno scontro interno al sistema giudiziario federale.
Cultura pop, politica e polarizzazione
A complicare ulteriormente il quadro è arrivato lo scontro con la cantante Nicki Minaj.
Il giorno dopo la protesta, la rapper ha attaccato Lemon sui social con commenti sulla sua omosessualità, definendolo “disgustoso” per la sua presenza a St. Paul.
La risposta di Lemon è stata durissima: accuse di omofobia, riferimenti alle politiche migratorie di Trump e alla cerchia familiare della cantante, soprattutto al fratello che è stato condannato a 25 anni di carcere per reati sessuali.
Minaj ha poi dichiarato che il suo intervento era deliberato, finalizzato ad attirare attenzione sul comportamento dell’ex conduttore CNN.
Lo scontro si inserisce in un percorso più ampio di avvicinamento della rapper al mondo conservatore, come analizzato da Slate.
Negli ultimi mesi, Minaj è apparsa a eventi di Turning Point USA, ha attaccato apertamente i Grammy Awards e ha difeso pubblicamente Trump, arrivando a ricevere una Trump Gold Card.
Secondo Billboard, Minaj sostiene di non essersi politicizzata per adesione ideologica, ma per reazione all’opposizione culturale nei suoi confronti.
Una posizione ambigua, che riflette bene la fusione crescente tra identità pop, posizionamento politico e strategia comunicativa.

Nicki Minaj. Fonte: Flickr
Quando i giornalisti diventano la notizia
Un editoriale del Wall Street Journal ha provato a spostare lo sguardo dal singolo episodio al quadro generale.
Secondo l’articolo, figure come Lemon o Tucker Carlson rappresentano una trasformazione strutturale del sistema mediatico americano.
La perdita della centralità televisiva spinge molti commentatori a inseguire visibilità attraverso la controversia.
In questo senso, l’arresto di Lemon non sarebbe solo un incidente, ma anche un acceleratore di attenzione.
I numeri sembrano confermarlo.
Come ha notato il giornalista di Semafor Max Tani su X, nelle ore successive al caso Lemon ha guadagnato oltre 100.000 iscritti su YouTube e migliorato significativamente il profilo dei suoi ospiti.
Il punto, però, non è stabilire se tutto questo sia calcolato o spontaneo.
Il nodo è un altro: in un ecosistema mediatico sempre più frammentato, i giornalisti finiscono per diventare protagonisti delle storie che raccontano.
Un segnale che va oltre la figura di Don Lemon e che parla soprattutto dello stato dell’informazione americana.




