Dal feed ai corridoi del potere: l’ascesa degli influencer-lobbisti

Di il 09 Febbraio, 2026
Non sono giornalisti, non sono lobbisti, non sono consulenti. Eppure, fanno tutte e tre le cose insieme: così i content creator stanno cambiando il modo in cui il potere si esercita a Washington
Immagine di copertina: White House Press Briefing. Fonte: Flickr

Con l’evoluzione dei social media, gli influencer sono diventati una presenza costante nel racconto della politica americana, commentando campagne elettorali e costruendo narrazioni alternative rispetto a quelle dei media tradizionali.

Negli ultimi dodici mesi, però, questo ruolo ha subito una trasformazione più profonda: gli influencer non si limitano più a raccontare la politica, ne sono diventati parte integrante.

L’accesso alla Casa Bianca, alla sala stampa e ai briefing informali segnala una legittimazione che va oltre la comunicazione.

Commentatori e creator non vengono più trattati come osservatori esterni, ma come interlocutori politici a tutti gli effetti.

È il segnale di un cambiamento strutturale nel modo in cui il potere si racconta, ma soprattutto di come si misura e si costruisce.

Dalla narrazione al potere

Un esempio emblematico di questo passaggio è incarnato dal trumpiano Alex Bruesewitz.

Come riportato da Axios, durante le primarie repubblicane Bruesewitz ha avuto un ruolo centrale nel rafforzare la presenza digitale di Donald Trump e nel limitare la visibilità dei suoi principali rivali interni.

Il suo valore non risiedeva tanto nei contenuti, quanto nella capacità di espandere e orientare un’audience già politicamente allineata.

Dopo le elezioni, la sua società, X Strategies LLC, gestisce oggi le comunicazioni digitali del PAC repubblicano Never Surrender.

Un passaggio che mostra chiaramente come la gestione delle community online si sia trasformata in influenza politica strutturata.

Un’evoluzione simile riguarda anche l’ex direttore della campagna elettorale Brad Parscale.

Sempre secondo Axios, a settembre del 2025 ha firmato un accordo per influenzare attraverso i social media il dibattito americano su Israele, con campagne mirate alla Generazione Z.

Qui l’influencer non sostiene solo un candidato: contribuisce a modellare la percezione pubblica di un dossier di politica estera.

Brad Parscale. Fonte: Flickr

Gli influencer come strumento di soft power

Il caso Parscale non rappresenta un unicum nelle strategie di pressione mediatica da parte di nazioni estere, che investono sugli influencer per orientare il dibattito negli Stati Uniti.

A partire dalla primavera del 2025, la Cina ha utilizzato content creator e personalità dei social media come strumenti di soft power, cercando di normalizzare la propria immagine presso il pubblico occidentale.

Anche il Qatar ha adottato recentemente una strategia simile.

Secondo quanto riportato dal Washington Times, il Paese ha progressivamente affiancato alle tradizionali operazioni di lobbying viaggi ed esperienze offerte a figure della rete, con l’obiettivo di potenziare la propria influenza negli Stati Uniti.

Durante il gran premio di Formula Uno a Doha, il governo qatariota ha invitato alcuni creator e influencer nei paddock, offrendo loro l’opportunità di raccontare l’evento in prima persona e, allo stesso tempo, di costruire relazioni informali con funzionari statali nazionali ed esteri.

La diplomazia passa così dai corridoi istituzionali ai feed dei social network.

Il declino di K Street e l’ascesa dei nuovi lobbisti

Questa trasformazione si riflette anche a Washington.

Come ha analizzato il Wall Street Journal, il lobbying tradizionale sta attraversando una fase di ridimensionamento.

Le aziende e i gruppi di pressione si affidano sempre meno ai professionisti riconoscibili di K Street e sempre più a figure ibride: attivisti, commentatori online, creator con community consolidate.

Secondo Wired, il nuovo lobbista non è necessariamente un attore dichiarato. Può essere un influencer di nicchia, un membro attivo di una community digitale o una figura socialmente integrata.

La sua forza sta nella credibilità e nella capacità di presentare un messaggio politico come esperienza personale, non come pressione organizzata.

Il punto centrale è che questi nuovi attori occupano uno spazio che prima era diviso.

Raccontano la politica al pubblico, come farebbe un giornalista. Influenzano l’agenda e le priorità, come un lobbista. Aiutano una causa o un candidato a costruire consenso, come un consulente politico.

Tra regolamentazione e moralità

Il problema non è la singola funzione, ma la sovrapposizione non dichiarata.

Come osservato dal Center for Democracy & Technology, gran parte dei contenuti politicamente rilevanti sui social non rientra formalmente nella categoria della pubblicità, pur producendo effetti analoghi a quelli di una campagna strutturata.

La regolamentazione continua a guardare alla forma del messaggio, non al contesto e all’impatto.

Su questo punto è intervenuto anche il giornalista repubblicano Ben Shapiro.

Secondo il fondatore di The Daily Wire, la libertà di espressione politica ha senso solo se ciò che viene espresso è autentico.

Nel caso un contenuto sia pagato, coordinato o incentivato, il pubblico dovrebbe saperlo. Altrimenti, opinione personale e persuasione strategica si confondono.

Non si tratta solo di un problema normativo, ma di responsabilità morale.

In un ecosistema che premia l’engagement e l’emotività, l’ambiguità diventa una risorsa politica. Ed è proprio questa ambivalenza a rendere gli influencer più efficaci dei lobbisti tradizionali.

Ben Shapiro. Fonte: Wikimedia Commons

I democratici provano a recuperare terreno

Negli ultimi mesi anche i democratici si sono mossi in questa direzione, aumentando l’accesso degli influencer agli spazi istituzionali e sperimentando nuovi programmi per rafforzare la presenza progressista nei new media.

Dopo la sconfitta alle presidenziali del 2024, l’urgenza di colmare il divario comunicativo è diventata evidente.

Come riportato da Wired, iniziative come il Chorus Creator Incubator mirano a creare una nuova generazione di creator politicamente allineati, mettendoli in contatto con politici e funzionari.

Tuttavia, questi tentativi evidenziano anche le contraddizioni del campo democratico: maggiore controllo editoriale, vincoli contrattuali stringenti e una gestione più opaca del rapporto tra contenuto e finanziamento.

Il risultato è un ecosistema meno fluido e meno credibile rispetto a quello conservatore.

Mentre il mondo MAGA ha integrato i creator come attori politici, i democratici sembrano ancora trattarli come strumenti di comunicazione da gestire e disciplinare.

Lobbismo mimetico

Il confronto tra l’ecosistema conservatore e quello democratico mette in luce un dato centrale: l’influenza politica non passa più solo dai canali tradizionali, ma dalla capacità di occupare in modo credibile gli spazi della comunicazione digitale.

In questo contesto, i lobbisti tradizionali faticano a mantenere la loro centralità, mentre emergono figure capaci di muoversi tra racconto, persuasione e sostegno politico.

Questi nuovi attori non sostituiscono il lobbying, ma lo trasformano.

Raccontano la politica al pubblico, orientano il dibattito e contribuiscono alla costruzione del consenso, spesso senza essere percepiti come portatori di interessi specifici.

È questa ambivalenza a renderli particolarmente efficaci, soprattutto in un sistema mediatico che premia autenticità e prossimità.

Il nodo, oggi, non è stabilire se gli influencer debbano o meno partecipare alla politica.

La questione è riconoscere che una parte crescente dell’influenza si esercita in forme che sfuggono alle categorie tradizionali.

Finché continueremo a leggere questi fenomeni solo come semplice comunicazione, una parte rilevante del potere politico continuerà a muoversi fuori dal nostro campo visivo.

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Rocco De Carolis
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Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di guerra ibrida, comunicazione politica e dinamiche digitali dell’informazione. Studente di Global Humanitarian Studies presso UCL, ha una formazione in sicurezza internazionale e geopolitica, consolidata con un Diploma in Global Security presso ISPI. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina e coordina programmi di mentoring nel Regno Unito per United Italian Societies. Scrive di disinformazione, propaganda, interferenze straniere, comunicazione politica e attivismo sui media digitali. È interessato alle fratture del presente: conflitti, potere, narrazioni e alle loro conseguenze sociali. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con un’attenzione specifica al sistema politico e mediatico anglo-americano.