“Se Fiorello ti imita, sei dentro la cultura popolare italiana”. Sul caso Corona-Signorini

Di il 12 Febbraio, 2026
Dal documentario su Netflix alle somiglianze con Dagospia, Corona è una notizia assicurata. Con Massimo Galanto, un'analisi mediatica del fenomeno che ci riguarda tutti
Immagine di copertina: un primo piano di Fabrizio Corona. Fonte: Wikimedia Commons.

Il caso Corona-Signorini è riuscito a coinvolgere persino le grandi piattaforme.

Nell’ultima settimana, sono stati rimossi gli account ufficiali di Instagram e Facebook di Corona, mentre su YouTube il suo profilo è ancora pienamente accessibile e anche i suoi contenuti.

Mancano, però, le puntate dedicate ad Alfonso Signorini.

La vicenda, cominciata a ridosso dello scorso Natale, prosegue su due binari paralleli: quello legale e quello mediatico, e sembra che il primo campo di battaglia stia avendo la meglio.

Mentre si moltiplicano i commenti moralistici o incendiari, o si derubrica il caso a cibo per palati mediocri, su Mediatrends ci sforziamo di comprendere il tempismo di certe uscite, ricostruendo la galassia degli attori mediatici che contribuiscono a creare quello che è un vero e proprio “fenomeno Corona”. 

Perché quello che sta accadendo è contemporaneamente un classico, ma anche una vicenda che potrebbe accadere solo nel tempo mediatico, frammentato e rapido, in cui ci collochiamo.

Ci sono alcuni elementi che da sempre funzionano e sempre funzioneranno. Il melodramma, il rotocalco, il gossip, lo scandalo, l’indignazione morale, ma anche il desiderio di vivere di adrenalina riflessa. Con il caveat che siamo talmente secolarizzati e avalutativi, che lo scandalo ci interessa in quanto scandalo, non per il suo reale contenuto, né per le sue implicazioni per le persone coinvolte.

Lo spirito della nazione si ridesta, come durante Sanremo o le partite di calcio importanti, e diventiamo tutti un po’ popolino, e più ne parliamo, più il fatto assume proporzioni gigantesche ma non per questo più collettive: con un colpo di tosse ciascuno, il virus diventa virale. 

Fabrizio Corona: un leader carismatico?

È un caso ancora più peculiare quello di Fabrizio Corona perché il personaggio avrebbe dei tratti del leader carismatico, come direbbe Weber, ma in realtà non è neanche quello. E per questo la sua candidatura sarebbe un flop: non perché non sia un politico, ma perché non ha carisma. Il carisma attrae, è un potere che si esercita al di fuori del sistema delle regole, e per questo potrebbe tranquillamente essere eletto, se avesse carisma però. Corona è magnetico, è anche spassoso, ma non è carismatico. 

Il carisma richiede sempre l’onere della prova, ed è di per sé antieconomico: quello che produce il leader carismatico è fiducia, fedeltà. Ma l’unica prova che Corona è capace di produrre è il denaro che le sue azioni generano, e l’unico vincolo che lo lega ai seguaci è un vincolo economico: chi gli gravita attorno aspetta che gocciolino a cascata dei soldi. E mentre il leader carismatico agisce per riscrivere le regole per il sistema, regole che varranno da quel momento in poi per tutti, Corona disegna il mondo per sé, non a sua immagine e somiglianza, ma al suo servizio.

Massimo Galanto, giornalista radiofonico ed esperto di culture televisive, ci spiega quale servizio abbiamo reso noi a Corona, rendendolo ciò che è perché partecipi del suo gioco dell’attenzione. Fino all’ultima, ennesima notizia, che riguarda la chiusura dei suoi profili da parte di Meta.

“Quanto successo è il punto finale di una situazione che va avanti da settimane e mostra come sul tavolo ci siano due visioni. Da una parte l’idea che ci sia una censura, il tentativo dei poteri forti di mettere il bavaglio all’eroe popolare che vuole sbugiardare il sistema, il ‘circoletto’. Dall’altra parte la posizione di chi vuole chiarire la differenza tra libertà di espressione e critica, da un lato, e facoltà di diffamare e di usare violenza verbale nei confronti del prossimo, dall’altro.

Ma la questione non è solo morale, tutt’altro: è economica. Non dimentichiamoci che tutto ciò che muove Fabrizio Corona è monetizzazione, desiderio di arricchirsi”.

Il logo del Grande Fratello. Fonte: Flickr.

Come Mediaset sta gestendo il caso Corona-Signorini

Nella cacofonia che si è generata, ci sono alcuni silenzi che si fanno sentire, soprattutto quando vengono rotti. È il caso di Marina Berlusconi, che ha rilasciato una prima dichiarazione, che oltre a definire l’episodio “Falsissimo e noiosissimo”, rincara la dose sullo scontro a suon di avvocati e cause milionarie.

“Qui si parla di un’azienda nazionale, con una serie di altri interessi che vi gravitano intorno, come Mondadori. Ci sono accuse che suonano credibili, altri chiaramente inverosimili: in entrambi i casi, la gestione da parte della famiglia Berlusconi è tutta orientata verso la fiducia nell’autorità giudiziaria e l’uso dell’azione legale per porre freno alle accuse”, dice Galanto.

“Dal punto di vista comunicativo, credo che l’unica strada percorribile, quando si ha a che fare con una macchina mediatica come Corona, sia quella dei comunicati stampa e delle dichiarazioni dei legali. Mediaset sta puntando tutto sulla differenza tra diffamazione e libertà di espressione o cronaca.
Lasciano che i fatti parlino da sé: ricordiamoci che Alfonso Signorini si è autosospeso, e quella è già una notizia. Ma il Grande Fratello Vip andrà in onda lo stesso, come a ribadire: noi facciamo un palinsesto che non dipende da questa persona, quindi il caso non ci può scalfire”.

Gli chiedo se gli italiani guarderanno ancora il GF Vip, o se il programma sconterà gli effetti di questa bufera.

“Dipenderà dall’innovazione di prodotto, dal cast che verrà fatto, dalla controprogrammazione della Rai e dal periodo televisivo di quella fase che è comunque il post Festival di Sanremo, un evento che lascia sempre degli strascichi. Se dovessi fare una scommessa, credo che gli ascolti non saranno poi tanto diversi da quelli delle ultime edizioni del GF: erano in calo, ma c’è uno zoccolo duro di telespettatori che non subiranno smottamenti”. 

Corona e il referendum sulla giustizia

In Italia abbiamo una storia di continue sovrapposizioni tra pop e politica, informazione e intrattenimento.

Ci sono però delle differenze sostanziali. Prima il giornalismo scandalistico riguardava i divi e le celebrità, oppure le famiglie reali. Di rado i politici, per esempio, prima di Tangentopoli almeno. Quello che è successo è che anche il concetto di divismo si è diluito a causa della crescente emersione della figura dell’influencer, come se la celebrità fosse più orizzontale.

Ma se da un lato tutti i politici che usano bene i social hanno la propria piccola fetta di celebrità, e dall’altro i rapporti con gli influencer sono spesso parasociali, quindi generano legami di fiducia che sono alla base del rapporto di voto, a mio avviso ci stiamo dirigendo verso una separazione delle sfere.

Quella di content creator è riconosciuta come una professione a tutti gli effetti, e disciplinata come tale, ma allo stesso tempo è un cappello sotto cui ricadono le attività più disparate. Ma per la politica, c’è un sostrato di civismo italiano che ancora spera di tenere i mondi separati.

E tuttavia Corona ha scelto con cura le sue parole, annunciando: “se mi chiudono, fondo una lista civica nel 2027, vinco le elezioni e comincio a comandare tutti, anche la magistratura”. Sono i mesi del referendum.

“È una boutade quella della lista civica. Sono d’accordo con te: oggi il candidato famoso che si candida, vedi Iva Zanicchi o Gerry Scotti nei decenni scorsi, non funziona più.

Diversa è la questione del referendum sulla giustizia: c’è chi intravede in questa battaglia di Corona, con accanto avvocati come Ivano Chiesa, una volontà di incidere anche sul referendum. Mi aspetto che dichiari pubblicamente per cosa voterà, ma non ci leggerei una strategia politica di lungo periodo.

Corona vive di progetti a breve termine: aveva fatto lo stesso con i Ferragnez. È bravo a capitalizzare il massimo dei consensi su qualsiasi tema sia caldo in un momento storico”.

E poi anche i media che fanno giornalismo scandalistico, prima erano “settoriali”: adesso la copertura è enorme. Lo scandalo Corona-Signorini riguarda la televisione, ma di fatto viene fruito soprattutto sui new media, a partire da YouTube: la nuova televisione, appunto.

Per questo la viralità è garantita.

“Corona sa usare i media, perché sa scegliere i tempi giusti. È un eccellente comunicatore: mescola le informazioni, il vero e il verosimile, il sistema all’episodio singolo che non avrebbe avuto rilevanza mediatica. Chi lo conosceva Medugno, il principale accusatore di Signorini?

Ma non è importante perché Corona è già un catalizzatore di attenzione, ma anche perché si scaglia sempre non contro la singola persona, o meglio, non solo”.

Il populismo di Falsissimo e cosa dobbiamo imparare

C’è del populismo nel modo in cui Corona agisce, perché individua per noi un nemico che è sempre l’ “establishment”, di cui lui fa interamente parte – viceversa non potrebbe raccontarlo dall’interno – ma di cui parla con disprezzo. Quindi Falsissimo funziona perché è un ritratto completo di questa Italia: populista, ancora fortemente legata a una televisione che è a lungo stata intrecciata anche con la sua politica, e fondamentalmente annoiata. Mi ricorda la Rimini di Piervittorio Tondelli.

“Tutti questi fattori di sicuro hanno contribuito al successo di Fabrizio Corona, perché la trasversalità dei suoi temi gli permette di usare i suoi numeri per intercettare anche persone che non seguirebbero il Grande Fratello.

Allo stesso modo, le accuse che lancia non sono neanche relative al programma in sé: sono accuse rivolte a un sistema, e questo ha una forza di gran lunga maggiore di una denuncia specifica.

Ci interessa scagliarci contro Alfonso Signorini sino a un certo punto: ma cosa rappresenta? Allora in questo senso forse la questione esce dal privato e può diventare pubblica.

Come ha detto Antonio Ricci, qui il rischio è infatti che il cosiddetto sistema Signorini possa essere derubricato a tempesta ormonale. Ma se si parla di sistema, e se questo sistema fa da imbuto per lavorare nella televisione guardata dagli italiani, allora sì che la salienza diventa nazionale. Invece c’è la seria possibilità che si consumi tutto su un piano di gravità ben differente, sintetizzabile con: è andato a letto con uno e quindi ha partecipato al programma“.

Fiorello ha trasformato Corona in un meme

C’è il desiderio di dipingere Fabrizio Corona come uno di quei cattivi degni della riprovazione collettiva, eppure è difficile non restare sbalorditi dal modo accattivante che ha di fare auto-fiction.

Lo fa continuamente, ad esempio, nella serie tv prodotta da Netflix – con il contestato contributo del Ministero della Cultura – in cinque episodi, intitolata “Fabrizio Corona: Io sono la notizia”. Anche qui, annunciata e diffusa con un incastro temporale quasi fatale.

Alcuni commentatori ne hanno parlato come di un tentativo di farne personaggio “larger than life”, poco credibile, che questo documentario sia un’agiografia senza contraddittorio, mentre altre riviste di cultura come Lucy o Snaporaz per ora non hanno trattato il tema, facendo una scelta di campo che li definisce editorialmente.

Ti dirò la mia: Corona buca lo schermo, lo ha sempre fatto. Confeziona persino le notizie su sé stesso per cui, per quanto si chiami “documentario”, entra in gioco una sospensione dell’incredulità: i cattivi ci attraggono sempre in letteratura, ma ancora di più quando sono verosimili. Eppure resta una vita fuori dall’ordinario, in cui tutto quello che di Corona dicono, sulla sua violenza, sul suo narcisismo, sulle dipendenza, diventa irrilevante perché innanzitutto lo dice lui di sé stesso.

La verità è che rischiamo di non riconoscergli che i talenti che ha sono quelli che in questo preciso frangente storico gli consentono di avere un certo tipo successo: per questo gli stiamo dedicando, noi  compresi, questa attenzione.
Anche perché Corona potrebbe riempire il vuoto che il web magazine Dagospia ha lasciato sui nuovi media, aggiungendovi gli effetti scenografici di un volto e di un corpo ormai trasversalmente riconoscibili.

“La parola magica anche nel caso di Corona è il potere. Lui ha usato il potere, ne ha acquisito di proprio, e oltre al tempismo e all’intuito, sa quanto grande è il potere del denaro, l’adrenalina che genera, l’appetito insaziabile che lo contraddistingue.

Buono o cattivo, colpevole o non colpevole, io lo valuto dal punto di vista mediatico: ed è un fatto che le storie che lui ha venduto, commentato, portato alla ribalta, hanno avuto un successo che alla fine ha condotto sempre e solo a un unico personaggio: sé stesso.

Non è un caso che Fiorello, il comico più famoso d’Italia, citato persino dalla Presidenza del Consiglio nella conferenza stampa di inizio anno, lo abbia chiamato in diretta nel suo programma radiofonico. Ora, Fiorello sarà anche amico di Corona, ma è prima di tutto il comico più quotato d’Italia. Così ha ribadito la propria libertà anche di ironizzare e fare satira su chi vuole.

Se diventi un meme, se Fiorello ti imita, sei dentro la cultura popolare italiana”.

Una cultura popolare fatta anche, innegabilmente, di trash, a detta di Corona stesso nella serie che porta il suo nome e una dichiarazione di intenti.

Lui crea la notizia e si fa notizia, nel periodo in cui non c’è niente di più redditizio e monetizzabile del clamore. Che sia informazione o comunicazione, sta diventando irrilevante: purché se ne parli.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano è dottoranda di ricerca in Global History and Governance per la Scuola Superiore Meridionale di Napoli, con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. Con una formazione in teoria e comunicazione politica, si è occupata di processi di costruzione dell’opinione pubblica; ha collaborato con l’Osservatorio sulla Democrazia e l’Osservatorio sul Futuro dell’Editoria di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Oggi è Program Manager per The European House – Ambrosetti. Scrive di politica e arti performative per Birdmen Magazine, Maremosso, Triennale Milano, il Foglio, Altre Velocità e chiunque glielo chieda. Ogni tanto fa anche cose sul palco.