L’ultima lezione sul giornalismo di Rupert Murdoch

Di il 07 Febbraio, 2026
L'imprenditore ha deciso di puntare tutto su un tabloid cartaceo che sta avendo un inaspettato successo. Tra California Post e Gavin Newsom si consuma una lotta che non è solo mediatica, ma anche politica
Immagine di copertina: foto generata dall’Intelligenza Artificiale e creata con Sora che rappresenta il governatore della California Gavin Newsom 

Tra il California Post e Gavin Newsom non scorre buon sangue.

Tabloid conservatore appena nato, pubblicato a Los Angeles e di proprietà di Rupert Murdoch, alla sua festa di lancio, riporta il New York Times, ha visto invitati grandi inserzionisti come Disney, dirigenti di Fox Corp e News UK, la direttrice del Wall Street Journal Emma Tucker e numerosi capiredattori dei tabloid australiani.

La prima uscita risale al 26 gennaio, ma il California Post è già uno degli investimenti più significativi in un prodotto cartaceo in California negli ultimi anni.  Le edizioni cartacee sostituiranno quelle del New York Post nello stato californiano: scelta controcorrente che punta ancora sul valore simbolico della prima pagina.

C’è una app web che affianca il cartaceo, e una redazione di 80 dipendenti che ne fa una delle più grandi al mondo. La sua pagina Instagram ha già oltre 25k follower e 300 post.

Si trova di tutto: fenomeni pop come Wicked, Sidney Sweeney e Taylor Swift, ma anche e soprattutto, il volto di Gavin Newsom, il popolare governatore della California.

Cosa succede tra California Post e Gavin Newsom

L’obiettivo di Murdoch è intaccare la popolarità del pensiero democratico in California, un obiettivo immediatamente contestato da Newsom che ha usato gli stessi social per attaccare il quotidiano chiedendo spesso di modificare articoli ritenuti fuorvianti, come scrive Semafor.

La guerra passa dalle mail private ai tweet pubblici, e si combatte a suon di correzioni di informazioni e rettifiche: sembra anacronistico, ma è in realtà in corso un fact-checking reciproco, che potrebbe avere anche dei risvolti positivi.

Il direttore responsabile del New York Post Media Group, Keith Poole, ha sostenuto che Newsom semplicemente non è abituato a ricevere il tipo di scrutinio che il Post riserva agli obiettivi della sua copertura, aggiungendo che molti lettori californiani starebbero già facendo il tifo per i giornalisti del quotidiano.

“Siamo lusingati che Gavin Newsom abbia deciso di usare la nostra enorme piattaforma per accrescere il suo nascente profilo nazionale e la sua candidatura alla presidenza”, ha dichiarato Poole. “Nel frattempo, non arretreremo di un millimetro nel vagliare il suo operato”. E continua: “I californiani chiedono un giornalismo più coraggioso”.

Fa riflettere che questa ambizione venga da un tabloid, punto rilevato dallo stesso ufficio stampa di Newsom, ma a quanto pare nessuna delle due parti è disposta a trascurare il minimo scivolone.

Il team di Newsom intende reagire come ha fatto Zorahn Mamdani con i suoi oppositori: prendendo le notizie più aggressive, apportando correzioni, facendole diventare virali sulle proprie pagine per usarle a proprio vantaggio.

In comunicazione è una strategia comune, e segnala una riappropriazione della funzione dell’agenda setting, auspicabilmente imponendo il proprio frame, cioè la propria lettura dello stesso fatto.

Da un certo punto di vista, questa reciproca aggressività crea un vantaggio di visibilità per entrambe le parti.

Ma quali sono i rischi di questa comunicazione mediatica?

Rupert Murdoch, imprenditore, editore e proprietario di News Corp e Fox Corporation. Qui ritratto nel 2009 a Davos, oggi ha 94 anni. Fonte: Flickr

Una lezione per i giornalisti?

Il lancio del California Post è una scommessa per News Corp., perché la chiusura dei giornali regionali e locali ha creato un deserto di disinformazione negli Stati Uniti, e altri tabloid urbani sono in forte declino.

Da un punto di vista prettamente analitico, al netto delle ideologie di parte, si tratta di un esperimento da tenere d’occhio perché in realtà riprende la vecchia lezione dei rotocalchi, famosi per decenni dagli anni 60 ai primi 2000, e li applica a vari media e a un contesto locale.

Il panorama mediatico californiano è in realtà molto vivo, ma parte dei suoi giornalisti di riferimento sono passati su Substack, come Mariel Garza o Karin Klein.

Secondo Murdoch, ai californiani stanchi del governo democratico manca un punto di riferimento critico: così il suo nuovo giornale si presenta come classico tabloid, che punta su storie sensazionalistiche e personaggi pop, ma lo stesso tono romanzato ed emotivo lo applica alla critica politica.

Il risultato di questo scontro è una miscela esplosiva.

Tra refrain di  “wokeness” e storie di criminalità locale, il Post californiano ha cominciato identificando subito i suoi target “nemici”: Gavin Newsom, appunto, ma anche la sindaca di Los Angeles Karen Bass.

La narrazione replica quella delle destre di tutto il mondo, che attaccano gli oppositori politici di violenza, censura e intimidazione. La stessa che ha portato alla vittoria di Donald Trump con il New York Post, oggi rende il California tra i primi dieci siti di notizie negli Stati Uniti.

Quanto sta accadendo tra il California Post e Gavin Newsom è una replica molto fedele della dissoluzione dei confini ideologici e dell’appropriazione reciproca di idee e vessilli di battaglia dalle parti politiche di tutto il mondo.

Si distillano contenuti e idee in un cocktail di slogan e luoghi comuni che, se ci si pensa bene, potrebbe essere esibito tanto da un partito politico che dal suo diametralmente opposto, in un’appropriazione sincretica di pensieri e battaglie che ha l’ effetto meno gradito di destabilizzare e confondere l’elettore.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano è dottoranda di ricerca in Global History and Governance per la Scuola Superiore Meridionale di Napoli, con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. Con una formazione in teoria e comunicazione politica, si è occupata di processi di costruzione dell’opinione pubblica; ha collaborato con l’Osservatorio sulla Democrazia e l’Osservatorio sul Futuro dell’Editoria di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Oggi è Program Manager per The European House – Ambrosetti. Scrive di politica e arti performative per Birdmen Magazine, Maremosso, Triennale Milano, il Foglio, Altre Velocità e chiunque glielo chieda. Ogni tanto fa anche cose sul palco.