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Nelle oltre 300 pagine con cui Anthropic, uno dei più avanzati laboratori di intelligenza artificiale di frontiera, bussa al Nasdaq, la parola copyright ricorre 16 volte. Può sembrare un piccolo particolare, rispetto alle oltre 500 occorrenze del termine sicurezza, ma come insegna la saggezza popolare, il diavolo sta nei dettagli.
E nel documento con cui la società guidata dai fratelli Daniela e Dario Amodei si presenta al mercato, il copyright fa capolino dove fa più male. Quando si parla, per esempio, dei fattori di rischio per l’azienda. Anthropic è convinta che l’uso che ha fatto di dati coperti dal diritto d’autore per addestrare i suoi modelli sia lecito. Ma se i processi in cui questa pratica le è stata contestata dovessero chiudersi con sentenze avverse, “la nostra attività potrebbe subire ripercussioni negative”, avverte il gruppo.
In qualche modo è già successo. A luglio una causa promossa da tre scrittori (Andrea Bartz, Charles Graeber e Kirk Wallace Johnson) si è chiusa con una transazione da 1,5 miliardi di dollari. Finché sono soldi, si manda giù il boccone amaro. Ma se la sentenza comporta il blocco dell’uso dei dati, allora Anthropic potrebbe trovarsi nella situazione di dover mettere mano ai database di addestramento e ai modelli. E sarebbero dolori.
Buono a sapersi per gli editori, che dopo anni di battaglie con i grandi motori di ricerca e con i social network vedono i loro possedimenti minacciati da una nuova, potente generazione di draghi: gli sviluppatori di IA. Finora la finanza che ha foraggiato le grandi aziende tecnologiche quotate a Wall Street ha considerato sopportabile il pericolo di multe per violazioni del copyright. La sanzione, in fin dei conti, è un rischio calcolato e mai determinante per mettere in crisi il modello di business delle big tech.
Per i laboratori di IA di frontiera, invece, la faccenda è un po’ più delicata. Se il materiale coperto da copyright non fosse più accessibile per l’aggiornamento dei modelli, il loro sviluppo potrebbe essere rallentato e, con esso, l’incremento del giro d’affari. C’è una scaglia, nella corazza del drago, che espone la carne viva. E una freccia scoccata con estrema precisione, come insegnano le cronache de Lo Hobbit, potrebbe fare male.

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I grandi operatori hanno cercato da subito di porgere un ramo di ulivo agli editori, suggerendo che avrebbero favorito le loro fonti nelle risposte agli utenti in cerca di notizie via chatbot. È stata in particolare OpenAI la più attiva, specie nel 2024, interpretando il ruolo di gatekeeper dell’informazione già svolto da Google o Meta. L’azienda fondata da Sam Altman ha annunciato accordi con grandi compagnie e testate internazionali del calibro di Condé Nast, Axel Springer, The Atlantic, Dotdash Meredith (poi ribattezzata People Inc), Le Monde, News Corp, Prisa Media, TIME, Vox Media e, in Italia, Gedi. Una partnership strategica era stata siglata anche con Rcs.
Altri accordi coinvolgono anche le big tech che nel tempo si sono allargate allo sviluppo di modelli di IA. News Corp ha siglato con Meta un accordo pluriennale che per il Wall Street Journal vale 50 milioni di dollari all’anno. E la CNN ha trovato una quadra con Google.
In parallelo gli editori hanno cercato metodi per tutelarsi da chi non aveva intenzione di scendere a patti. Non appena si è capito che il continuo addestramento dei modelli avrebbe richiesto di attingere periodicamente da articoli, foto e video, i proprietari dei contenuti hanno iniziato ad alzare le barricate. Una sorta di punto zero oltre cui ottenere pagamenti in cambio dei dati, dopo che la prima fase di training aveva beneficiato di difese basse o inesistenti.
In soccorso è arrivata la tecnologia stessa. Nel 2025 alcuni editori hanno appoggiato l’iniziativa di Cloudflare (uno dei maggiori fornitori al mondo di servizi internet) di adottare una nuova tecnologia finalizzata a impedire lo scraping di dati bloccando i crawler dell’IA e imponendo il pagamento per l’accesso. A siglare l’accordo ci sono Associated Press, The Atlantic, BuzzFeed, Condé Nast, DMGT, Dotdash Meredith/People Inc, Fortune, Gannett, The Independent, Sky News, Time e Ziff Davis.
All’inizio dell’anno nel Regno Unito è nata una coalizione per impedire alle società che addestrano modelli di IA di usare contenuti giornalistici senza permesso. L’iniziativa, denominata Standards for Publisher Usage Rights (in una sigla, Spur), è stata promossa in prima battuta da Financial Times, Bbc, Sky News, The Guardian e The Telegraph Media Group. Ai quali si sono aggiunti in questi mesi altri operatori, tra cui The Economist, The New York Times, le agenzie stampa Associated Press e Agence France-Presse, che hanno portato a più di ottanta il numero degli aderenti. L’obiettivo è fare squadra per strappare accordi equi di remunerazione e impedire usi illeciti.
Tuttavia anche questa operazione di conciliazione non è esente da crepe. Big G dichiara di avere più di 400 pubblicazioni a bordo di un suo programma pilota per l’IA, ma secondo fonti anonime a The Information, ai partecipanti è chiesto di concedere ampi diritti sull’uso dei contenuti per mantenere il compenso attuale.
Meta ha dovuto fare un brusco dietrofront dopo aver tentato di far ingoiare ad account business e siti associati (dunque non solo agli editori, ma a tutte le società che operano sulla piattaforma) la concessione ad addestrare i propri modelli attraverso la scansione dei portali dei partner. Testate e siti sono insorti, costringendo il colosso guidato da Mark Zuckerberg a tirare il freno. La società ha anche annunciato che si siederà al tavolo con i partner per trovare una formula di comune accordo. L’associazione degli editori norvegesi, però, non ha atteso i ripensamenti di Menlo Park. L’ha subito trascinata in tribunale e ha ottenuto dal tribunale di Oslo un provvedimento cautelare favorevole.

Sam Altman. Fonte: Shutterstock
La strada delle carte bollate è l’ultima spiaggia per vedere riconosciuti i propri diritti sui contenuti. Il New York Times ha trascinato in tribunale Microsoft, OpenAI e Perplexity. E mentre attende sentenza, il quotidiano statunitense si è dato come regola che ogni articolo che tratta di IA debba contenere un richiamo alla vertenza. In Brasile è stato il principale quotidiano di San Paolo, Fohla, a fare ricorso contro OpenAI per l’uso non autorizzato di contenuti. La causa si è chiusa quest’anno con un accordo tra le due aziende (e un secondo gruppo media carioca, UOL).
Persino una società dal DNA tech come Reddit sta pensando di adottare sistemi anti-scraping. L’amministrastore delegato Steve Steve Huffman ha delineato un piano per richiedere l’accesso con account alla maggior parte dei contenuti, con un test nel quarto trimestre in mercati fuori dagli Usa. Reddit ha già licenziato i suoi dati a OpenAI e Google e ha fatto causa ad Anthropic, Perplexity per non regalare migliaia di conversazioni ai laboratori di IA.
Insomma, gli editori credono a tutto fuorché alla buona fede dei signori dell’intelligenza artificiale. E continuano ad alzare barriere, pur sapendo che non possono permettersi il lusso di essere tagliati fuori dai canali degli assistenti IA. Maggiore sarà il numero di utenti che demanderà a questi agenti il compito di assemblare una rassegna stampa quotidiana o le breaking news della giornata, maggiore sarà lo sforzo degli editori per essere citati tra le fonti (e, se la fortuna li assiste, ottenere un clic).
Dai dati raccolti dal Generative AI and News Report 2026 del Reuters Institute a livello mondiale emerge che circa il 9% delle persone intervistate in nove Paesi (Argentina, Australia, Danimarca, Finlandia, Francia, Giappone, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti) ha usato i chatbot per conoscere e analizzare le notizie ogni settimana. Un dato in aumento rispetto al 6% dell’anno precedente. L’istituto riconosce che è ancora un uso di nicchia, tuttavia in crescita. In genere le persone chiedono all’IA maggiori approfondimenti, le ultime notizie della giornata, un riassunto dei fatti o una verifica dell’affidabilità di una fonte. Una ricerca diffusa all’inizio del 2026 dall’osservatorio Credem in collaborazione con l’Università Cattolica ha evidenziato che il 31,5% degli intervistati usa l’IA per aggiornarsi sull’attualità.
Un anno fa a Napoli è stato presentato uno studio coordinato da BBC ed Ebu (l’unione dei broadcaster europei) che ha preso in esame 3.000 risposte di ChatGPT, Copilot, Gemini e Perplexity sulle notizie. Ne è emerso che il 20% aveva problemi di accuratezza, nel 31% le fonti scelte non erano le più autorevoli e corrette e, in generale, nel 45% dei casi presentava un problema significativo. Un anno è un’era geologica nello sviluppo dell’IA e non si può escludere che l’esperimento, condotto con modelli aggiornati, possa restituire risultati più incoraggianti. Al tempo stesso, il rischio che le notizie filtrate dall’IA possano essere confezionate all’utente in forme che le distorcono è un elemento da non sottovalutare, come ci insegna ormai oltre un decennio di informazione filtrata dai social. Non solo: secondo il rapporto del Reuters Institute, il 64% delle persone intervistate ha ammesso di aver fatto ricorso ai chatbot per una questione di velocità, non di fiducia. Solo il 21% considera l’IA più affidabile di altre fonti. Bene, ma non benissimo.

Fonte: Freepick
Insomma, rispetto al primo giro di giostra dei social gli editori sono più scettici davanti alle promesse di buone intenzioni delle big tech. Le grandi aziende tecnologiche statunitensi siedono su fortune ragguardevoli, che le rendono ancora spregiudicate quando occorre duellare in tribunale, ma non devono sottovalutare il rischio. Se il futuro del loro business sta in agenti e assistenti autonomi, non si possono permettere di rimanere fuori dalle edicole o ricorrere a fonti secondarie e scopiazzate. Lo scetticismo sull’IA aumenta. I minimi scostamenti dalle promesse favolose di guadagno fanno tremare le borse. E i modelli invecchiano rapidamente, se il ritmo della corsa si manterrà affannato come negli ultimi mesi.
Stavolta i colossi del digitale potrebbero trovarsi costretti a essere più generosi e compiacenti. Consapevoli dello scetticismo, il 30 ottobre Anthropic, Google, OpenAI e Microsoft hanno annunciato un token “comune” che gli editori possono adottare per escludere in automatico i loro contenuti dall’addestramento degli algoritmi.
E se la soluzione fosse una terza via? Proprio nel processo che riguarda il New York Times contro OpenAI e Perplexity, incardinato a News York e che riunisce altri ricorsi simili, ha depositato una memoria Wikimedia, la fondazione che edita la più importante enciclopedia online del mondo, Wikipedia. “Le nostre argomentazioni mirano a garantire un ruolo adeguato al ‘fair use’” e quindi esente da pagamento, afferma la fondazione. “Se la fase di addestramento non fosse considerata ‘fair use’”, come sostengono i grandi produttori di intelligenza artificiale, “lo sviluppo della tecnologia IA diventerebbe probabilmente accessibile solo alle grandi aziende in grado di pagare per i contenuti, oppure agli sviluppatori con maggiori risorse finanziarie che possono acquistare modelli proprietari – argomenta Wikimedia -. Molti sviluppatori open source non sarebbero in grado di permettersi questa tecnologia né tantomeno di accedervi”.
“D’altra parte, una sentenza che concedesse alle aziende di IA il diritto generalizzato di eludere le norme vigenti in materia di diritto d’autore e i requisiti di licenza incoraggerebbe gli editori a chiudere un numero maggiore di informazioni dietro barriere di accesso”, commenta la fondazione.
La proposta è di distinguere l’uso dei contenuti a seconda delle fasi. “Durante l’addestramento, un modello di IA apprende schemi ricorrenti da vaste raccolte di materiale – osserva Wikimedia -. La Fondazione sostiene che l’utilizzo di opere protette da copyright a questo scopo possa rientrare nel fair use quando il modello risultante è qualcosa di nuovo e diverso da tali opere”. Altro è rispondere a una domanda. “Alcuni chatbot cercano informazioni e utilizzano ciò che trovano per costruire una risposta”, si legge nella posizione della fondazione, e “queste tecniche aiutano a collegare una risposta a fonti esterne, anziché basarsi esclusivamente su ciò che un modello ha appreso durante l’addestramento”.
In questo caso gli sviluppatori di IA “dovrebbero rispettare i requisiti di licenza della fonte”. Dunque pagare. Per Wikimedia è a rischio la conoscenza “aperta”, il fondamento di internet. A forza di alzare muri per difendere i propri orticelli, chi resta fuori potrebbe trovarsi in un deserto. Una responsabilità che l’industria del sapere, tech e non, non può ignorare.




