Immagine di copertina creata con ChatGPT
Riprendersi l’algoritmo è davvero possibile?
La novità è la possibilità di interagire con l’algoritmo per scegliere cosa non vogliamo più vedere. Già prima avevamo in realtà la possibilità di smettere di seguire certi profili, di oscurare certe storie, dei margini di ecologia del nostro spazio mediatico. Il vero buco nero era rappresentato dal feed: mutevole, adattivo, estremamente reattivo a ogni minuscolo impeto di interesse.
Sono passata da Cillian Murphy a Matt Damon nell’arco di una notte, dai vegetariani a Milano agli sfogliati di Torino in tre ore, e così via, ogni brevissimo lampo di interesse ha generato una cascata indesiderata di bombardamento dell’attenzione.
E ora come sta cambiando il rapporto tra piattaforme e utenti?
Riprendersi l’algoritmo
Instagram, TikTok, YouTube e persino Facebook, dice la CNN, stanno introducendo strumenti che permettono di personalizzare sempre più precisamente i contenuti suggeriti. Una novità apparentemente marginale, ma che racconta un cambiamento importante nel rapporto tra piattaforme e utenti.
L’algoritmo è basato sull’idea della “raccomandazione”: noi forniamo un dato da cui ne scaturiscono molti altri, fino a voler prevedere ciò che su uno spettro più largo potrebbe interessarci. L’esperienza di navigazione appariva frutto delle nostre scelte, ma di fatto bastava un click perché l’intero mondo andasse in una sola, imperante direzione. Fino a convincerci che i nostri feed dicessero davvero qualcosa di noi.
E questo potrebbe anche essere vero, solo che noi siamo creature mutevoli, la nostra attenzione è dispersa, il mare di internet è pieno di correnti e cambiamo sempre rotta. Ma solo poche di queste ci definiscono davvero, e invece per l’algoritmo ogni nostra manifestazione di – anche superficiale – interesse, è motivo di approfondimento e ripetizione.
Questo, in casi più critici, ha persino condotto alla radicalizzazione, o alla persuasione politica involontaria dovuta alla reiterazione di certi contenuti: è il caso della ripetizione dello stile di vita del mondo Maga attraverso influencer “involontari”, o dell’estremizzazione che l’Isis ha potuto condurre attraverso YouTube.
Adesso qualcosa si sta muovendo nella direzione opposta. Meta, TikTok e YouTube stanno introducendo nuove possibilità per intervenire direttamente sulla selezione dei contenuti, per permettere agli utenti di riprendersi l’algoritmo.
Quali sono le novità introdotte
Riprendersi l’algoritmo significa tornare a operare una scelta, che spesso può essere direttamente collegata agli accadimenti della vita e alle sue fasi, che possono essere legate all’età, certo, ma ancora di più al caso e alle circostanze strettamente personali. Tessa Lyons, vicepresidente di prodotto di Instagram, ha spiegato che si tratta di riacquisire un “senso di autonomia”, nonostante la raccomandazione automatica possa avere dei vantaggi, in termini per esempio di scoperta e casualità.
Instagram ha ampliato quest’anno la funzione Your Algorithm, che consente di visualizzare gli argomenti che la piattaforma associa ai propri interessi, aggiungerne di nuovi oppure indicare quelli che si preferisce evitare. Inizialmente disponibile soltanto nella sezione Reels, la funzione è stata estesa all’intera applicazione e, più recentemente, anche a Facebook.
Anche TikTok aveva già introdotto strumenti in questa direzione. La funzione Manage Topics permette di regolare la quantità di contenuti desiderati su determinati argomenti, dalla moda alla salute, attraverso un sistema a cursore. A questa si aggiunge il filtraggio intelligente delle parole chiave, che consente di escludere dal feed video contenenti termini specifici e parole correlate.
YouTube ha annunciato invece i Custom Feeds, che permettono di creare sezioni personalizzate accanto al feed principale, dedicate a interessi o attività particolari, come gli allenamenti o i video ASMR. Il suo amministratore delegato, Neal Mohan, ha spiegato che la funzione serve a consentire agli utenti di “programmare i propri feed”, aumentando o riducendo la presenza di determinati contenuti nel corso della giornata.
Questa novità, che è consentita anche grazie agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, è però anche connessa all’AI slop, alla bulimia di non sense dopaminico che ha generato una certa stanchezza da parte degli utenti, drenati dopo sessioni di scrolling da “brain rot”, parola dell’anno del 2024 (pensate che dall’Italian brain rot è nato un musical!).
Il problema del libero arbitrio
Ma quant’è difficile gestire il libero arbitrio?
Perché ora che non potremo attribuire l’intera responsabilità (neanche prima sarebbe stato intellettualmente onesto farlo) alle piattaforme, per l’inquinamento delle nostre menti e dei nostri umori, dovremo essere in grado di gestire bene l’esposizione ai contenuti.
Riacquisire la capacità di scelta è una responsabilità, appunto: ancora una volta la metafora della dieta è quella che funziona meglio. È scegliere la verdura cotta a vapore o il fast food, ma per il cervello e per lo spirito.
I contenuti continueranno a cercarci, a contendersi la nostra attenzione: le piattaforme, la loro economia, si reggono su questo. Questa innovazione tecnica apre uno spiraglio antropologico, di mutamento di abitudini, sempre ricordandoci che il potere di selezione è solo parziale, e che la vera scelta la operiamo quando decidiamo di stare online oppure no, o di consentire che la nostra vita online poi si traduca in comportamenti reali.
E attenzione, perché le piattaforme non ci stanno facendo un regalo. Dopo il crollo dell’engagement degli ultimi mesi, ancora una volta stanno solo provando a riconquistarci.




