Immagine di copertina: Sfilata Prada 2027. Fonte: Grazia
Gonna è la parola al centro dell’attualità in temi di politica e moda durante la Vogue World Milan. A fare da volano, un’uscita di Antonio Tajani che ha scaldato il dibattito in rete.
La gonna è un capo d’abbigliamento prevalentemente femminile che vanta diverse interpretazioni stilistiche.
Mini, a ruota, a portafoglio, pareo, a matita, longuette, è un asset fondamentale nella collezione di ogni couturier.
Indicatore economico
La gonna nel tempo subisce varie oscillazioni di stile e di lunghezza. Quest’ultimo parametro assume addirittura il ruolo di indicatore di prosperità di un’epoca secondo la teoria economica e di costume Hemline index e la leggenda attribuita all’economista George Taylor nel 1926.
La gonna si accorcia all’inizio del secolo scorso e si espande a corolla grazie all’invenzione della gonna a ruota, introdotta alla fine degli anni ’40 dallo stilista francese Christian Dior nel rivoluzionario New Look, letto come il ritorno all’ordine dopo la guerra appena conclusa.
In particolare, la gonna a ruota – lunghezza sotto il ginocchio – fu appannaggio delle dive di Hollywood negli anni Cinquanta del ‘900, indossata da star americane con attitude completamente diverse. Mi riferisco a Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza e Audrey Hepburn in Vacanze romane. Due stereotipi di bellezza femminile opposti.

Fotocomposizione by Cabiria BrandUniverse®
La gonna diventa mini per protesta
Negli anni Sessanta Mary Quant accorcia le gonne molto sopra il ginocchio facendo della minigonna la bandiera di una generazione che reclamava il diritto di muoversi liberamente e decidere per sé, anche cosa esibire.
La storia si ripete, Miuccia Prada e Raf Simons portano in passerella settantatré gonne e usano il capo femminile più carico di significati come un laboratorio di idee, anche politiche. Pochi capi, infatti, hanno sopportato un carico simbolico così pesante come la gonna.
È curioso che il brand Prada abbia aperto la Fashion Week mettendo proprio la gonna al centro della collezione. La fashion-obsession firmata dalla maison vedrà la luce la prossima estate.
Sottane, lunghe o corte, con inserti, a pieghe o con i bordi sfrangiati, con velcro o cristalli, hanno già sfilato in passerella alla Fondazione Prada, sotto gli occhi di Uma Thurman e Michelle Williams, in prima fila al Vogue World.
Vestirsi, per Prada, è un gesto rivolto al mondo e la sua collezione si trasforma in una narrazione sociale iper-contemporanea. Pur avendo superato da tempo i confini di genere, la gonna resta il capo su cui si continuano a proiettare giudizi morali, come se i centimetri di stoffa etichettassero la personalità e il comportamento di chi la indossa.
“La gonna è un oggetto contemporaneo perché è flessibile, adattabile. Invita alla contraddizione”, ha detto la Signora Miuccia, qualcosa con cui sperimentare, divertirsi, reinventarsi e trovare la propria dimensione.

Miuccia Prada indossa una delle sue gonne. Fonte: nssmag.com
Il riferimento all’attualità è inevitabile
Mentre all’esterno del circuito moda si discute ancora di cosa una gonna possa dire della donna che la indossa, dentro la Fondazione Prada la domanda è opposta: quante cose può diventare una gonna?
Una risposta non pianificata alle recenti polemiche emerse riguardo alla lunghezza della gonna come indicatore di una “certa moralità”, retaggio che sa di naftalina e che butta all’aria decenni di lotte femministe e di buon senso.
La moda, come sempre, ha catturato lo spirito del tempo. Lo ha precorso grazie a una scelta attuata ben prima delle polemiche suscitate dalle parole di Antonio Tajani sulla preferenza come mogli delle donne con la gonna lunga.
Ne parla la rete in questi giorni, con una infinità di parodie che hanno sottratto in parte l’attenzione alle tematiche mondiali.
Se, secondo la leggenda, l’orlo misurava i mercati, oggi la gonna è riuscita a misurare soprattutto chi la usa come indicatore di una morale che, pare evidente, rassicura ancora un certo tipo di esponenti politici.
Per quanto riguarda le donne bene che questo capo d’abbigliamento continui a essere una bandiera di cambiamento e si spera anche di evoluzione.
In un Paese che nel 2026 ha visto consumarsi 34 femminicidi nel primo semestre dell’anno possiamo almeno contare sulla moda.




