Foto di copertina: la première del film Il Diavolo veste Prada 2. Fonte: Wikimedia Commons
Il Diavolo veste Prada 2 è stato accolto come un film sul giornalismo.
“Arte capitalista” per Vox, un prodotto nostalgia, un concentrato di product placement che mentre critica la trasformazione dell’arte in branding, trasforma l’arte in branding.
È anche il trionfo della cosiddetta “Netflix light”, del gusto minimalista, insomma, asseconda stilemi contemporanei nella forma e nei suoi contenuti.
Ma ha un merito: ha pienamente centrato il declino dell’autorevolezza delle riviste, a favore di una influenza diluita, spezzettata. Peggio: di una influenza che si può comprare come una pubblicità.
E per i più attenti, il film ci pone davanti a una questione a cui non vogliamo ancora rispondere.
Sappiamo ancora distinguere la qualità? E soprattutto, ci interessa davvero?
Il declino della rivista Runway
Miranda Priestly nasceva nel 2006 come direttrice della rivista Runway, creata quasi a immagine e somiglianza di Anna Wintour, icona globale della critica e dello stile da oltre vent’anni.
Anna Hathaway, sua stagista nel film, rimaneva impressionata dalla potenza di una precisa tonalità di blu: un capo capace di simboleggiare un decennio intero, una rivoluzione culturale, ma anche di tradursi in centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il fashion non è una moda, verrebbe da contraddirsi dicendo così. Ma a pensarci bene, e basta guardare Vogue: The 90s per averne conferma, la grandezza del fashion era proprio quello di concretizzare in materia interi fenomeni socio-culturali.
Da un lato dunque condizionava persistentemente il gusto, anche in fatti di modelli di bellezza e di divinizzazione, e dall’altro articolava un processo industriale in risposta agli stimoli viventi.
In Il Diavolo veste Prada 2, l’attenzione si sposta dal racconto della moda al medium attraverso cui questo avviene, e cioè una rivista, dopo che in vent’anni l’editoria è stata sventrata.
Gli espedienti, le qualità, le competenze che consentivano prima di raccontarsi sull’oggetto del racconto, adesso non bastano più. Bisogna reinventarsi, essere brand, rinnovare il modello di business, anche se indossi Valentino.
Un Pulitzer si paga
Senza fare spoiler, si può comunque riflettere sui principali accadimenti a vari esperimenti giornalistici citati nel film.
C’è un giornalismo investigativo che non paga, ma che assolve compiti preziosi per la democrazia, come testimoniato dalla recente vittoria del Pulitzer da parte di Hannah Natanson del Washington Post. Un premio che si paga, nel senso che ha bisogno del sostegno degli abbonati, e perché l’ha anche pagata a caro prezzo la giornalista Natanson, sulla propria pelle.
C’è la questione della reputazione e della credibilità, rispetto a una sensibilità dei pubblici molto più acuita, e al fatto che, esattamente come per il voto elettorale, non esiste più un senso di appartenenza o ideologia, ma molto più rapidamente si disdicono gli abbonamenti.
E poi la questione della seniority: l’esperienza si paga. Tenersi una penna significa investire sulla sua formazione, e quando l’hai formata, retribuirla di conseguenza. Un tasto particolarmente dolente, considerata la precarietà del lavoro, incerto e sottopagato nel settore, con il risultato di un panorama di scrittura mediocre e ridondante.
In questo panorama sconfortante, come scrive l’Economist, è ancora più deprimente l’indebolimento di quel legame emotivo e di fiducia con Runway.
Perché un giornale sono, devono essere, anche le sue persone, la sua continuità. Ma se poi una testata, come accaduto a Wired Italia, viene abbandonata da un momento all’altro, che tipo di affidabilità o di investimento, tanto economico quanto sentimentale, possiamo davvero chiedere ai lettori?

Anna Wintour, editor-in-chief di American Vogue, ha ispirato il personaggio di Miranda. Fonte: Flickr
Ci interessa salvare il giornalismo?
Da individui, abbiamo un paniere di beni tra cui scegliere: alcuni sono oggettivamente irrinunciabili e sono i beni di prima necessità.
Su altri, come la cultura o l’informazione, abbiamo un libero arbitrio da poter esercitare, senza dimenticarci però di tutte quelle costrizioni alla teoria delle preferenze razionali.
L’inflazione rende relativamente più costoso oggi un abbonamento, l’iper-produzione taglia le risorse temporali che possiamo dedicare a informarci e leggere, la nostra attenzione è drammaticamente messa sotto attacco dalle continue distrazioni e da un intrattenimento “rotten”, inquinato dalla AI slop.
Allora forse la prima domanda è: perché dovremmo salvare Runway? O qualsiasi cosa Runway simboleggi. Esistono delle fonti alle quali non potremmo rinunciare, o se tutte sono sacrificabili perché la produzione è vastissima e accessibile come mai prima d’ora?
Ma la seconda domanda che Il Diavolo veste Prada 2 solletica è: ci importa ancora?
Della fatica della ricerca, della creazione di cose belle, di uscire dalla bolla: se non sappiamo cosa ci piace, se non investiamo nel gusto, se l’impegno e l’attrito sono diventati un disvalore, allora ci meritiamo esattamente quello che sta accadendo all’editoria.
Fare le domande giuste
Il discorso che si applica al giornalismo vale, del resto, per tutto il settore: perché forse è vero che leggiamo tanto, che si pubblica troppo, e che non può esserci un imperante gusto autoritativo per la letteratura.
Ma è altrettanto vero che i casi editoriali a volte si costruiscono a tavolino o nel salottino, e che stiamo diventando refrattari alla diversificazione, alla curiosità, all’investimento sull’ignoto.
Quella parte di libero arbitrio e di potere d’acquisto esiste ancora: è un potere decisionale importante, è l’arte raffinatissima di attribuire la rilevanza alle cose.
Quando si parla di intelligenza artificiale, sono due i criteri con cui decidere quanto affidarci, la predictability e l’importance.
La predictability definisce quanto i suggerimenti automatici siano migliori rispetto a quello che faremo da soli; l’importance definisce quanto siano importanti le conseguenze delle decisioni prese. E può essere utile affidare alcune decisioni all’IA: può liberarci energia mentale da investire in altro.
In cosa, per la precisione? La verità è che l’elemento umano sta perdendo terreno su entrambi i fronti, perché scegliere una fonte invece che un’altra non è ininfluente, eppure lasciamo che sia l’algoritmo a determinare quasi per intero questa scelta.
Quindi, la domanda di Miranda è se il giornalismo conta o meno, se la qualità la riconosciamo ancora o no. E la risposta è che dipenderà dalla nostra capacità di identificare dove si annidi oggi il potere di condizionamento strutturale, perché non esiste un esito necessario o deterministico del progresso tecnologico.
Non riusciremo a rispondere a questa domanda finché non avremo il coraggio di smettere di assecondare la tendenza, finché non troveremo il coraggio di negoziare con gli inserzionisti, il coraggio di chiederci dove sia finito quel potere di selezione che pensavamo di avere.
Il potere di scegliere per noi stessi, anche se è faticoso.




