Chi è Victoria Bonya, l’influencer che spaventa Putin

Di il 01 Maggio, 2026
Si occupa di fitness e cosmetici, ma il suo appello su Instagram, con oltre 30 milioni di visualizzazioni, rischia di canalizzare il malcontento del popolo russo, stanco dei problemi economici e della censura
Immagine di copertina creata con Chat Gpt.

Chi è Victoria Bonya, l’influencer che ha fatto tremare  Vladimir Putin?

Parla di cosmetici e skincare, vive a Monaco, ma il suo ultimo reel ha scosso l’entourage di Vladimir Putin, che soprattutto dall’inizio dell’invasione in Ucraina, ha intrapreso un tentativo serrato di controllare tutto ciò che passa nell’opinione pubblica russa.

Dalle ispezioni nelle librerie al controllo delle case editrici, dalle minacce ai blogger fino al controllo dei media, quella della censura sovietica è una storica molto antica.

Alcune cose restano identiche, ma si adattano ai tempi moderni. Nel mirino del regime putiniano finiscono ipotetiche leghe LGBTQ internazionali, o content creator che non si dimostrano più così entusiasti della guerra intrapresa ormai quattro anni fa.

Infatti, se i centri dell’influenza culturale si sono spostati, è sui social media che vanno cercati: l’ultimo lido in cui si sono ammucchiate le micce della protesta.

Quando Feltrinelli salvò il dottor Zivago

Quest’anno, al Teatro alla Scala di Milano, la Prima aveva un titolo meno conosciuto del solito.

“Una lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Šostakovič ha inaugurato la stagione: un’opera in quattro atti (e nove quadri) del 1934, basata sul racconto di Nikolaj Leskov.

La trama, rispetto alla media dei melodrammi, è piuttosto semplice, fatta di tradimenti che si trasformano in spirali di sangue e follia.

Ma è proprio Una lady Macbeth l’opera che avvia il romanzo biografico di Julian Barnes, Il rumore del tempo (Einaudi, 2016), in cui la mattina del 1936 l’opera viene intitolata dalla rivista Pravda un esempio di “caos anziché musica”, e la partitura di Šostakovič denominata “nevrastenica e inquieta” alla maniera borghese.

Ma la recensione non è solo una stroncatura: è l’inizio della censura sotto il regime staliniano, e di una stigmatizzazione del compositore come nemico del popolo esponendolo alla persecuzione.

Gli esempi nella storia si sprecano: il dottor Živago, caso eclatante tra tutti, ed esempio di illuminata visione da parte di Giangiacomo Feltrinelli, circolò ad esempio nella forma clandestina del samizdat.

Oggi, i libri subiscono la stessa sorte.

Armie Hammer e Timothée Chalamet, interpreti di Chiamami con il tuo nome, al Festival di Berlino nel 2017. Fonte: Wikimedia Commons

La guerra di Putin ai libri

Come riporta il Finacial Times, si sono intensificati i tentativi di scoraggiare la lettura di alcuni testi perquisendo direttamente alcune librerie in Russia, o di inserire redattori ed editori in liste nere di potenziali terroristi.

La pratica repressiva dei servizi di sicurezza è aumentata dopo l’inizio dell’invasione ucraina, e di recente gli agenti hanno fatto irruzione ad Eksmo-AST, una delle più grandi e influenti case editrici del paese.

Le perquisizioni presso Eksmo-AST sono avvenute nonostante i tentativi dei dirigenti di compiacere e assecondare le linee guida del regime: l’amministratore delegato Yevgeniy Kapiev è stato trattenuto per tre giorni.

La mossa segnala una nuova fase della repressione del dissenso, dato che Eksmo aveva collaborato con le autorità, ritirando autori, consentendo la censura dei libri e pubblicando titoli “Z” — opere patriottiche sulla guerra della Russia.

Tra i testi presi di mira, ce ne sono di noti. Certamente autori classici come George Orwell o Fëdor Dostoevskij, o Ray Bradbury, autore del Fahrenheit 451, distopico – ma neanche tanto – in cui i libri vengono bruciati.

E sono cancellati anche contemporanei come Boris Akunin, scrittore in esilio classificato come “agente straniero”, oppure il troppo americano Stephen King.

Per gli editori la situazione si fa preoccupante: con l’estensione di leggi come quella del 2022 contro la cosiddetta “propaganda LGBT”, ogni contenuto è potenzialmente identificato come “woke”, rivoluzionario, pericoloso.

Progressivamente, si passerà dalla censura formale a quella autoindotta, a causa del terrore. Molte case editrici, tra cui Eksmo, hanno ritirato dagli scaffali titoli con trame o scene di relazioni tra persone dello stesso sesso, come Call Me By Your Name di André Aciman, e certamente il nostrano Pierpaolo Pasolini.

E se l’indottrinamento comincia da bambini, sono nel mirino anche opere per i più piccoli, come Grigoriy Oster, pilastro della cultura popolare russa.

Per i commentatori, è il segnale di una debolezza estrema da parte del regime, che percepisce stanchezza e irritazione da parte dei russi, e che quindi adesso non si fida neanche più dei suoi stessi z-blogger.

Per questo è interessante sapere chi è Victoria Bonya: una che con la politica non c’entra, apparentemente, niente.

Chi è Victoria Bonya

Nello scorso secolo, la supposta egemonia culturale si costruiva anche con le grandi opere di pensiero. Era strategico impedirne la circolazione: erano fonti (più o meno popolari) di indottrinamento.

L’influenza egemonica si deposita evidentemente altrove, per questo la censura si orienta anche verso ciò che naviga sui social media: gli influencer sono i veri, potenziali, riottosi a cui i regimi guardano.

Ex presentatrice televisiva russa diventata influencer, vive nei pressi di Monaco, parla di life style e skincare.

Ha una fanbase di 13 milioni, perlopiù russi, e il 13 aprile ha girato un video di 18 minuti dicendo:

“Vladimir Vladimorovich, la gente ha paura di te, ma io no”.

Il video ha raggiunto oggi 31 milioni di persone.

Bonya ha fatto riferimento alle alluvioni in Daghestan, all’inquinamento di petrolio nel Mar Nero, alla carestia nei villaggi siberiani. Ha menzionato la censura e i divieti sulle piattaforme, compresa Instagram che è la sua principale fonte di guadagno.

Come riporta l’ Economist, Gennady Zyuganov, leader dell’opposizione, ha affermato che il Cremlino dovrebbe prenderlo sul serio per evitare un’altra rivoluzione bolscevica.

Dmitry Peskov, portavoce di Putin, ha riconosciuto che le preoccupazioni della Bonya erano legittime. Vladimir Solovyov, uno dei propagandisti televisivi più feroci del presidente russo, l’ha definita una “prostituta”, usando lo stesso schema di insulti sessisti rivolti alla presidente Giorgia Meloni.

Solo che a lui è stato ordinato di scusarsi in diretta, forse perché Victoria Bonya è a tutti gli effetti russa e ai russi piace.

Un problema di consenso

In realtà, il tono del video di Bonya è più quello di un appello accorato per il popolo, che quello di un’accusa pubblica.

Infatti, nell’esposizione Bonya ha evitato ad esempio ogni menzione del conflitto contro l’Ucraina, ma ha fatto riferimenti ai problemi quotidiani della maggioranza dei suoi ascoltatori.

E tuttavia, è chiaro a tutti che in conflitto è in stallo e che i progressi vantati dal Ministero non sono attendibili.

L’ondata di stanchezza, malcontento e frustrazione ha generato finora disimpegno, che aggiunto ai disagi economici, all’inflazione e ai tassi di interesse, oltre che alla morsa censoria, potrebbe trasformarsi in visibile ondata di protesta.

I media russi per la propaganda hanno mille vite, e spesso hanno anche cambiato idea.

C’è un momento in cui la persuasione non basta più, in cui l’ideologia non tiene, in cui la comunicazione non può più essere così potente da plasmare la realtà.

Forse per Putin quel momento è arrivato.

E alla domanda “chi è Victoria Bonya”, forse qualcuno risponderà “un influencer che ha fatto politica senza saperlo“.

Ma qualcuno suggerirà anche: “la voce del popolo”.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.