Podcast, c’è chi dice “no” e dirotta verso il formato video. Ma chi resta escluso?

Di il 30 Aprile, 2026
Sebbene la formula del videopodcasting stia prendendo sempre più piede tra i vecchi affezionati al formato audio, questi nuovi contenuti non vengono percepiti come inclusivi. E così c'è chi resta fuori dal giro
Immagine di copertina: La registrazione di un videopodcast. Fonte: Freepik

Nato come un canale totalmente nuovo all’inizio degli anni Duemila, il podcast risponde a un’esigenza ben chiara: rendere l’audio finalmente libero dai palinsesti e dai vincoli della radio tradizionale.

Ma adesso sembra essere stato surclassato da un nuovo format che in pochissimo tempo è andato affermandosi sempre di più, quello del videopodcasting.

Verso il videopodcasting

Se era nato come un medium di cui si poteva usufruire “a occhi chiusi”, sono sempre di più coloro che oggi non ne colgono più il lato innovativo del podcast ma sono attratti dal videopodcasting, come afferma una ricerca condotta da Edison Research dal titolo “The Infinite Dial 2024″.

In particolare, dai dati raccolti emerge che il video non è più un optional, ma un requisito competitivo. E YouTube è oggi la piattaforma più usata per ascoltare podcast negli Stati Uniti, superando addirittura Spotify e Apple Podcasts.

Secondo Edison Research, il 51% della popolazione statunitense sopra i 12 anni ha guardato almeno un videopodcast nell’ultimo anno, e il 37% lo ha fatto nell’ultimo mese.

La crescita non è trainata solo dalla scoperta algoritmica, dato che YouTube è oggi il principale motore di ricerca per i podcast, con circa un ascoltatore su tre che lo usa come piattaforma primaria, ma anche da una crescente pressione competitiva. I podcast video, infatti, crescono più velocemente, attirano più inserzionisti e generano più clip condivisibili sui social.

Non sorprende che anche Netflix abbia iniziato a distribuire podcast nel proprio catalogo video, trasformando un formato nato per l’audio in un prodotto sempre più visivo, come si legge sul Wall Street Journal.

In sala registrazione. Fonte: Pexels

Il rovescio della medaglia

Ma questa evoluzione ha un costo. Molti ascoltatori percepiscono, infatti, il passaggio al video come una forma di esclusione. Il podcast, per definizione, era un medium “portatile”, perfetto per i momenti intermedi della giornata: guidare, correre, cucinare. E adesso, l’introduzione di elementi visivi non descritti rompe questa magia.

Il fenomeno è confermato anche dai dati: nonostante la crescita del video, la stragrande maggioranza degli utenti continua a preferire l’ascolto puro.

Eppure, sempre più podcaster, soprattutto americani, danno per scontato che il pubblico li stia guardando. È il caso di Armchair Expert, citata dal Wall Street Journal., che ha introdotto le riprese video nonostante le iniziali resistenze del co-conduttore Dax Shepard.

Molti fan hanno, così, temuto che l’intimità del formato si sarebbe dissolta. E quando gli host mostrano oggetti senza descriverli, la sensazione è quella di essere esclusi da una conversazione che un tempo era, invece, inclusiva per definizione.

Durante la registrazione di un videopodcast. Fonte: Freepik

Un problema di accessibilità non solo emotiva

La questione non riguarda solo la frustrazione degli ascoltatori audio-first. Ma anche l’accessibilità stessa al nuovo formato.

Alcuni podcast, come Let’s Get Haunted, hanno iniziato a descrivere accuratamente ogni elemento visivo dopo aver ricevuto una serie di feedback da parte di ascoltatori ciechi. Questo è un esempio virtuoso, ma non è la norma, che pare non essere inclusiva.

Secondo Statista, nel 2025  si sono registrati più di 3 milioni e mezzo di podcast nel mondo, ma solo una minoranza cura davvero l’accessibilità dei propri contenuti.

Intanto, il settore continua a espandersi: nel 2025 il pubblico globale dei podcast ha raggiunto 584 milioni di persone, con una crescita del 6,8% rispetto all’anno precedente. E il mercato vale ormai oltre 40 miliardi di dollari.

Ma la crescita del video rischia di accentuare le disuguaglianze.

La registrazione di un podcast. Foto: Pexels

Un formato che crea divari?

Impossibile trascurare il fatto che con il videopodcast sono solo i grandi player a potersi permettere studi, luci, montaggio e tutto quello che c’è dietro a un contenuto di questo tipo. In questo nuovo spazio, infatti, i piccoli podcaster rischiano di essere tagliati fuori e penalizzati.

Il podcasting sta, perciò, entrando in una fase di “bimedialità obbligata”: audio e video convivono, si contaminano, si completano, ma la domanda cruciale resta aperta: “Come mantenere l’inclusività di un medium nato per essere ascoltato, non guardato?”.

Se la risposta non è facile ci potrebbero essere delle soluzioni che si potrebbero adottare. Tra queste, per esempio, come già sta accadendo con la community di ascoltatori ciechi, fornire una descrizione sistematica degli elementi visivi che compaiono nel videopodcast, ma anche linee guida di accessibilità e utilizzo del video solo come aggiunta, non in sostituzione della voce.

Ricordiamo, infatti, che tra i punti di forza dei podcast c’è proprio la capacità di riportare suoni e situazioni in formato esclusivamente audio. Il rischio in cui si può incorrere, altrimenti, è che il podcast perda ciò che lo ha reso unico: la capacità di creare intimità attraverso la sola potenza vocale.

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Chiara Buratti
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Chiara Buratti muove i suoi primi passi nel mondo del giornalismo nel 2011 al "Tirreno" di Viareggio. Nel 2012 si laurea in Comunicazione Pubblica e nel 2014 consegue il Master in Giornalismo. Dopo varie esperienze, anche all'estero (El Periódico, redazione Internazionali - Barcellona), dal 2016 è giornalista professionista. Lavora nel web/nuovi media e sulla carta stampata (Corriere della Sera - 7, StartupItalia). Ha lavorato in TV con emittenti nazionali anche come videoeditor e videomaker (Mediaset - Rete4 e Canale 5, Ricicla.tv).