Fonte immagine di copertina: Freepick
Se da un punto di vista geopolitico la guerra che Israele e Stati Uniti hanno portato in Iran starebbe dimostrando, a detta di diversi osservatori come il direttore di Limes Lucio Caracciolo, che l’America non è più una superpotenza militare, sotto un profilo meramente propagandistico il conflitto sta rivelando al mondo l’inedita capacità comunicativa dell’Iran.
Chi lo raffigurava come un Paese avvolto nelle tenebre dell’oscurantismo religioso, disconnesso dal Web e ben poco incline a una comunicazione che andasse oltre gli spari sulla folla s’è dovuto ricredere.
E non perché non siano vere le cose appena scritte ma anche perché, in gran silenzio, Teheran s’è preparata al conflitto con i suoi acerrimi nemici allevando accanto ai guerriglieri pure schiere di social media manager e content creator.
E così, mentre la guerra infuria, influencer e pagine social dalla provenienza sospetta inondano la Rete con materiali studiati, efficaci e strafottenti, che si accompagnano ai messaggi propagandistici veicolati dai vari profili ufficiali diretta diramazione dell’istituzione iraniana.
Chi coordina la propaganda social iraniana?
Nel dettaglio, il regime degli Ayatollah ha scelto di parlare al resto del mondo sfruttando le pagine delle ambasciate sparse ai quattro angoli del globo.
Mentre il profilo principale, ovvero il dicastero degli Esteri, veicola i messaggi più seri e assesta anche sonori ceffoni all’Unione europea, quelli ancillari si lasciano andare a una propaganda sicuramente spicciola e rivolta al grande pubblico, declinata attraverso meme, fumetti e battute. Ogni post ha un denominatore comune: sfottere Washington e Tel Aviv.
Non è dato sapere chi sia l’artefice di una simile campagna, inedita in tempo di guerra e sicuramente sorprendente arrivando da quelle latitudini. Quel che è certo è che le singole pagine non si muovono in ordine sparso ma rispondono a una regia comune.
Alcuni indizi lascerebbero supporre che a muovere con maestria i fili sia il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, che potrebbe anche aver curato le campagne mediatiche “coi Lego” sfruttate dalle pagine filo-iraniane per prendere in giro Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

Il regime avrà perso il volto ma non la voce
Si tratta comunque di supposizioni. Quel che è certo, invece, è che il regime degli Ayatollah parte con un handicap non indifferente: la Guida suprema che a lungo ha rappresentato il volto truce e oscurantista del regime, ovvero l’Imam Sayyid Ali Khamenei, è stata fatta saltare in aria all’inizio del conflitto.
Mentre il successore, Mojtaba Khamenei, oltre a non avere la stessa statura del padre sarebbe rimasto gravemente ferito nei bombardamenti israelo-statunitensi (pare sia sfigurato e forse persino immobilizzato in un letto) dunque non è più apparso in televisione, col risultato che la propaganda è stata subito silenziata e gli ultimi sostenitori della teocrazia iraniana hanno perso le proprie figure di riferimento.
Nel tentativo di controbilanciare tale macroscopica assenza sul piano interno, l’Iran è però riuscito a dare luogo a una straordinaria – nel senso letterale del termine, non avendo precedenti – attività di comunicazione rivolta all’esterno.
Agevolata peraltro, come già si ricordava nell’approfondimento sugli influencer del regime, dalle sparate sempre più roboanti di Trump che hanno portato gli Stati Uniti a isolarsi sul piano internazionale. Autogol che la propaganda iraniana ha maramaldescamente sfruttato.
Gli assist di Trump mirabilmente sfruttati da Teheran
Per esempio, quando Donald Trump ha attaccato prima Papa Leone XIV e poi la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, per averlo difeso, l’Iran ha risposto attraverso i profili dell’ambasciata in Ghana (curiosamente non per il tramite di quella romana) in modo a dir poco spiritoso.
“Cara Italia, il tuo primo ministro ha appena difeso il Papa e perso un alleato a Washington – il leader in lutto, eppure l’uomo più “potente e folle” sulla Terra. Vorremmo candidarci per il posto vacante. Le nostre qualifiche: 7 mila anni di civiltà, un amore condiviso per la poesia, l’architettura e il cibo che richiede più tempo per essere preparato della soglia di attenzione di Trump. L’unica cosa per cui Iran e Italia abbiano mai litigato è chi abbia inventato il gelato. Il faloodeh è arrivato prima. Il gelato è arrivato con più clamore. Siamo in una “guerra fredda” su questo da 2 mila anni”.
E, ancora, quando Trump è apparso sui suoi account social nei panni di Gesù Cristo intento a resuscitare Lazzaro (prima di rimuovere l’immagine generata dall’IA tra le proteste della comunità cristiana ha provato a sostenere che fosse in realtà un medico della Croce Rossa), la propaganda iraniana ha subito modificato l’immagine affinché il cadavere assumesse le fattezze di Epstein che secondo lo storytelling di Teheran (abbracciato pure dai MAGA) avrebbe avuto un ruolo centrale, anche da morto, nello scoppio del conflitto.
Diverse voci sostengono infatti che la guerra sarebbe stata fatta detonare ad arte, dalla Casa Bianca, per distrarre l’opinione pubblica da possibili sex gate presidenziali. Ma c’è pure chi ritiene che quel dossier sia in realtà nelle mani del governo Netanyahu che lo avrebbe usato per ricattare Trump e spingerlo a scendere in guerra al suo fianco contro l’Iran.
Trump urla e minaccia, il regime sanguinario fa il simpatico
Anche qui siamo però ancora una volta solo nel campo delle supposizioni. Restando invece ai fatti, più Trump sulla sua piattaforma Truth urla e strepita, facendo un continuo ricorso agli insulti scritti rigorosamente in maiuscolo come vuole il manuale di bon-ton del boomer sui social, più il regime degli Ayatollah rimane placido e sornione.
Così all’ennesima intimazione (“Aprite quel cazzo di stretto, pazzi bastardi”) l’ambasciata iraniana in Zimbabwe replicava: “Abbiamo perso le chiavi”.
Dato che Trump, nonostante abbia a lungo minacciato e fatto ricorso a tutti gli improperi a lui noti, non è comunque riuscito ad aprire Hormuz, ha allora deciso per salvare la faccia che lo Stretto sarebbe rimasto chiuso per volontà americana.
Un paradosso sfruttato dall’Ambasciata di Teheran nel Sud Africa per veicolare al resto del mondo una vignetta dove un The Donald dalla scarmigliata pettinatura da scienziato pazzo appare intento a scrivere alla lavagna la formula matematica: “blocco+blocco uguale sblocco”. Tutto, del resto, è relativo insegna Einstein.
La guerra in Iran sta insomma mettendo in luce l’inatteso volto “simpatico” di uno dei regimi più spietati al mondo. La carta dello scherzo, oltre a rinfocolare il dubbio che sia Teheran – e non Washington e Tel Aviv – il reale vincitore del conflitto (e a far vedere rosso al presidente statunitense) sta velocemente facendo dimenticare all’opinione pubblica globale le recenti proteste nelle piazze persiane soffocate nel sangue (non meno di settemila morti) dal temibile corpo delle Guardie della rivoluzione islamica.
Un bel guaio per la narrazione israelo-statunitense che invece aveva bisogno di mantenere vivido nelle menti di tutti noi il ricordo di quei soprusi, dato che nel loro racconto sono alla base dell’intervento armato avviato bruscamente, nel pieno delle trattative, con l’assassinio di Ali Khamenei.
Israele e gli USA sono ormai “impresentabili” sul piano internazionale
All’inedita “simpatia” sfoggiata attraverso i social dal pericoloso e mai domo regime degli Ayatollah corrisponde invece la totale incapacità comunicativa degli avversari, che sarebbe meglio se si trincerassero dietro il silenzio visto ciò che combinano quando invece esternano.
C’è da considerare, del resto, che Israele è ormai al minimo storico della propria popolarità mondiale fin dai tempi, tutt’altro che lontani, degli eccidi di Gaza.
Come se le migliaia e migliaia di civili morti ammazzati nella Striscia, i bombardamenti senza tregua in Libano e i soprusi dei coloni documentati in Cisgiordania non fossero stati sufficienti a rendere impresentabile il governo israeliano, nelle ultime ore Tel Aviv è riuscita nel mirabile intento di insozzare ulteriormente la propria immagine agli occhi del resto del mondo.
Prima sono arrivate infatti le dichiarazioni rabbiose di alcuni dei suoi ministri più estremisti, non nuovi a frasi che fanno accapponare la pelle (per la precisione ci si riferisce al duro attacco che Bezalel Smotrich ha rivolto al Cancelliere tedesco Friedrich Merz) quindi in Rete hanno iniziato a rimbalzare le testimonianze dei comportamenti più riprovevoli dei suoi soldati che occupano il Libano (la casistica sarebbe ampia, ma la distruzione di un crocifisso da parte di un membro dell’IdF ha persino spinto Netanyahu, che di norma resta silente anche in casi assai più gravi come gli attacchi israeliani ai Caschi Blu, a provare metterci una pezza intervenendo).
Veri e propri boomerang comunicativi che hanno eroso ancora una volta la residua e ormai agli sgoccioli credibilità di Israele, spuntando pertanto l’efficacia della propaganda bellica. Peraltro già caracollante se si pensa al vistoso e imbarazzante inciampo con gli influencer assoldati per fare disinformazione sulla crisi umanitaria a Gaza che ora hanno fatto causa al governo di Netanyahu perché non sarebbero stati pagati.
Il solo alleato rimasto agli israeliani in questa guerra, ovvero Washington, è a sua volta zavorrato dalle folli boutade social e non solo (risponde a tutte le telefonate dei giornalisti che riceve) di Trump la cui lucidità mentale pare scomparsa ancora prima della civiltà iraniana che il tycoon aveva minacciato di far evaporare in una sola notte.
La situazione si è fatta così grottesca che sono diversi gli esponenti di spicco del mondo MAGA a propugnarne via social e podcast la rimozione forzata, facendo leva sul 25esimo emendamento. Il Wall Street Journal di Rupert Murdoch, storico amico del tycoon, è andato persino oltre lasciando intendere che sarebbe già in atto una sorta di commissariamento “de facto” del presidente, lasciato fuori dalle riunioni che contano.
Sordo alle polemiche sul fronte interno il presidente americano continua a bersagliare a ritmo quotidiano, dalla mattina alla sera, gli ex alleati della NATO, accusandoli di codardia e intimidendoli nei modi più disparati, sempre dando fondo al suo vocabolario peraltro elementare e limitato.

Il colpo di grazia: i giornali USA megafono della propaganda iraniana
Non sorprende perciò se a notare le difficoltà americane e a sottolineare al contempo l’efficacia della propaganda israeliana siano proprio quei Paesi crivellati in più occasioni dai dazi e dalle sparate dell’inquilino della Casa Bianca, a iniziare per esempio dalla stampa del Canada.
Parallelamente in un’altra nazione ripetutamente scudisciata da Trump per la presunta viltà del suo Primo ministro, Keir Starmer, ecco che il Guardian dedica un reportage (“Viral victory: Iran is beating the land of tech bros in the social media wars”) a questo curioso modo di fare propaganda bellica con l’ironia.
In un susseguirsi di carambole online la questione è finita immancabilmente con l’essere ripresa e studiata pure dai media statunitensi, dal New York Times a Wired.
In questo modo la democrazia USA, contemplando la libertà di stampa nonostante lo stato di guerra, diventa il più paradossale e insperato dei megafoni della propaganda iraniana che ovviamente non parla agli iraniani – sono sotto le bombe, sono stanchi del regime e sono soprattutto senza Internet dai tempi della protesta – ma al resto del mondo.
Anche per questo stanno aumentando i messaggi che Teheran sibila nelle orecchie degli statunitensi nel tentativo di scollare l’alleanza israelo-americana: “Netanyahu sta cercando di ingannare il mondo da tre decenni, ma nessun presidente degli Stati Uniti, da Clinton a Biden, ci è cascato. È riuscito a raggirare Trump, e ora potete vedere il risultato”, si legge in uno degli ultimi post dell’Ambasciata iraniana nel Sud Africa.
Appare insomma chiaro chi abbia già vinto la guerra – almeno sul fronte della comunicazione – e chi invece la abbia persa clamorosamente. A prescindere da come finirà il conflitto, infatti, l’immagine di Israele e degli Usa sembra destinata a restare a lungo lordata da queste vicissitudini anche per i dubbi crescenti nel resto del mondo sulla possibile commissione da parte di entrambi i loro eserciti di crimini di guerra.




