Le GEO con i suoi super poteri spaventa i brand. Quali saranno degni di nota?

Di il 09 Aprile, 2026
Per rimanere competitive, le aziende devono trasformarsi in fornitori di dati strutturati per i motori di ricerca generativi
Immagine di copertina: riproduzione concettuale di un sistema di intelligenza artificiale. Fonte: Pexels

La GEO, Generative Engine Optimization, di cui ancora poco si parla sarà destinata nei prossimi anni a rivoluzionare non solo il mondo del web ma anche il rapporto tra brand, media e motori di ricerca.

Sebbene la SEO abbia dominato vent’anni di strategia digitale, la GEO promette di diventare la sua erede: non più ottimizzare per Google, ma per i modelli generativi che rispondono alle domande degli utenti al posto dei link.

Il tema è stato anche al centro di un recente incontro a cui ha partecipato il nostro direttore, Carlo Castorina.

E questa rivoluzione parte, in realtà, da un dato semplice: sempre più utenti non cercano più “su Google”, ma chiedono direttamente a un modello IA. Che si tratti di ChatGPT, Gemini, Claude o Perplexity, la logica è la stessa: l’utente formula una domanda e riceve una risposta sintetica, spesso senza neanche poter vedere la fonte.

Che cosa cambierà, quindi, per i brand nel futuro prossimo?

Un utente al lavoro con ChatGPT. Foto: Pexels

Super poteri

Il vero “super potere” della GEO è quello di essere capace di spostare il potere informativo dai motori di ricerca ai motori generativi, che decidono quali contenuti citare, quali brand includere, quali media considerare autorevoli, quali prodotti raccomandare.

In questo contesto, capire dunque come riuscire a entrare nella rosa delle aziende tenute in considerazione in un modello generativo è fondamentale. Su questo punto, Axios ha raccontato come diversi editori statunitensi stiano siglando accordi con le aziende dell’IA generativa per garantire l’uso dei propri contenuti in modo controllato.

Ma non sono solo i media a muoversi in questa direzione. Lo stanno facendo anche i brand, in modo silenzioso, sempre con il supporto di agenzie che curano il loro posizionamento GEO.

Le ragioni che li spingono a farlo sono, essenzialmente, tre: ottenere visibilità, cercare di fornire contenuti quanto più accurati possibile per evitare di “trarre in inganno” potenziali clienti, e controllare il contesto.

In questo ultimo caso, infatti, le aziende vogliono evitare che l’IA associ i loro prodotti a contenuti fuorvianti o concorrenti.

Si va, quindi, delineando un nuovo tipo di negoziazione: non più solo per la pubblicità, ma per l’accesso ai dati che alimentano l’intelligenza artificiale. E così facendo si entra all’interno di un cambio di paradigma sostanziale.

Chip “intelligenti”. Foto: Unsplash

Come attrezzarsi?

Quali sono, quindi, i passaggi centrali che le aziende sono chiamate a sostenere se non vogliono perdere la marcia? I brand devono fornire contenuti strutturati e aggiornati, rendere i dati aziendali leggibili dalle IA, creare basi di dati verificabili, adottare formati che i modelli possano integrare facilmente e garantire licenze chiare per l’uso dei contenuti.

In altre parole, non andare “contro” l’IA ma alimentarla sembra risultare la chiave vincente in questo nuovo mondo ancora poco chiaro.

Secondo un articolo comparso su Reuters, i settori che guardano con più attenzione alla GEO sono quelli legati al turismo, alla finanza (banche, assicurazioni, fintech), al retail (catene e-commerce e marketplace) e all’automotive (produttori e concessionarie digitali)

Questi settori hanno capito che, quando un utente chiede a un modello: “Qual è il miglior hotel a Lisbona?” o “Quale auto elettrica è più affidabile?”, la risposta dell’IA è già una forma di raccomandazione commerciale.

Riproduzione di un modello di intelligenza generativa. Fonte: Freepik

Quale futuro possibile?

La direzione, quindi, è chiara: i brand non saranno più solo produttori di contenuti, ma fornitori di dati strutturati per i modelli generativi con piattaforme proprietarie, dataset certificati e contenuti machine‑readable.

Già diversi editori, americani soprattutto, hanno stretto accordi con le big tech di intelligenza artificiale. Non tarderà molto ad arrivare questo momento anche per le aziende, che non dovranno tuttavia sottovalutare il rapporto con le realtà che le supportano in questo senso.

Chi si muoverà per primo avrà un vantaggio competitivo enorme: sarà parte del “vocabolario” dell’IA. E il cambio più ardito che si chiede a queste ultime non è di imparare a parlare solo agli utenti, ma anche alle IA stesse, affinché memorizzino le risposte e le propongano agli users del web.

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Chiara Buratti
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Chiara Buratti muove i suoi primi passi nel mondo del giornalismo nel 2011 al "Tirreno" di Viareggio. Nel 2012 si laurea in Comunicazione Pubblica e nel 2014 consegue il Master in Giornalismo. Dopo varie esperienze, anche all'estero (El Periódico, redazione Internazionali - Barcellona), dal 2016 è giornalista professionista. Lavora nel web/nuovi media e sulla carta stampata (Corriere della Sera - 7, StartupItalia). Ha lavorato in TV con emittenti nazionali anche come videoeditor e videomaker (Mediaset - Rete4 e Canale 5, Ricicla.tv).