La guerra santa degli influencer

Di il 08 Aprile, 2026
Sia gli USA sia Israele sfruttano da tempo i content creator. Ma il vero salto di qualità l'ha fatto l'Iran producendo tantissimi contenuti che denigrano Washington e Tel Aviv. Con un alleato inatteso: Trump e le sue deliranti esternazioni quotidiane
Fonte immagine di copertina: Freepick

Si è detto spesso che in futuro le guerre sarebbero state combattute da droni, robot e altre macchine avveniristiche. Nessuno poteva pensare, invece, che in prima linea avremmo trovato gli influencer.

E con “prima linea” non si fa riferimento solo al loro ruolo, sempre più centrale, nella propaganda degli Stati belligeranti, ma proprio alla loro collocazione geografica se si pensa alla trovata dell’estate scorsa di Israele di inviare a Gaza (che resta rigorosamente interdetta ai giornalisti) un manipolo di content creator per girare sul campo contenuti a favore di Benjamin Netanyahu (idea balzana finita nel peggiore dei modi: Vip e starlette del Web hanno fatto causa a Tel Aviv lamentando di non essere mai stati pagati).

Nell’elezione di Donald Trump gli influencer sono stati fondamentali per raccogliere i voti della basa MAGA, benché ora critichino aspramente la scelta del presidente USA di inseguire Israele in questo nuovo conflitto in Medio Oriente. Ovviamente anche l’Iran ha le sue propaggini propagandistiche social. E si sono rivelate molto efficaci.

Il salto di qualità della propaganda iraniana

Sono ormai lontani i tempi in cui nelle città mediorientali ci si riversava in strada urlando la propria rabbia, bruciando bandiere statunitensi e calpestando le effigi del presidente americano di turno.

Ora la propaganda s’è fatta molto più raffinata, anche grazie all’intelligenza artificiale che permette di realizzare video, grafiche e persino fake news a buon mercato.

Uno dei contenuti più virali vede pupazzetti Lego con le fattezze di Donald Trump e Benjamin Netanyahu intenti a lanciare razzi sull’Iran nel tentativo di distrarre l’opinione pubblica dallo scandalo legato agli Epstein Files.

Accusa peraltro mossa anche da diversi opinionisti tutt’altro che schierati con Teheran. Proprio per questo il messaggio è quantomai raffinato e subdolo, dal momento che si presta a essere sposato anche da chi non è radicalizzato.

A chi si rivolgono i contenuti iraniani?

I video anti USA e anti Israele sono perfetti esempi propagandistici: sono semplici, non richiedono di comprendere alcuna lingua per essere compresi, sono divertenti e hanno i tempi giusti per la diffusione social.

Sono insomma “pillole” di propaganda sparate a tutta velocità ai quattro angoli della Rete: il loro scopo non è, come accaduto nel recente passato in occasione di altri conflitti analoghi, fare proselitismo religioso (che è invece la finalità di alcuni post pubblicati dalla Casa Bianca in cui si vedono Trump e i suoi assorti nella preghiera), quanto far sorgere dubbi sull’operato dell’America e di Israele.

Dunque, questi contenuti non sono indirizzati agli iraniani, ma agli occidentali o comunque a tutti coloro che intrattengono rapporti con i due Stati che hanno fatto scoppiare il conflitto, incendiando l’area e danneggiando le economie globali.

La carambola per la loro diffusione mondiale

Altrettanto interessante è la carambola Web effettuata da questo genere di contenuti.

Il Jerusalem Post ha notato che alcune clip erano contrassegnate da una “apparente filigrana” di Revayat-e Fath, nome di una fondazione mediatica statale iraniana. Molti provengono dall’account Explosive News Team che, pur rivendicando la propria indipendenza editoriale, riporta Forbes, crea clip che vengono puntualmente riprese dall’agenzia di stampa legata al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica Tasnim News.

Infine, molto spesso, atterrano su Russia Today, l’emittente televisiva russa finanziata dal Cremlino che a sua volta ne rafforza la diffusione. Il sodalizio tra Mosca e Teheran è storico e la Russia anche nel 2026 ha tutto l’interesse a mantenere un Paese alleato in un’area dal forte valore strategico sia per la produzione di idrocarburi sia in quanto possibile imbuto nel movimento mondiale delle merci (si pensi alla crisi legata alla chiusura dello Stretto di Hormuz).

Inoltre, con l’invasione dell’Ucraina per il Cremlino s’è fatta impellente la necessità di uscire dall’angolo e dimostrare che ci sono altri Stati in odore di crimini di guerra e contro l’umanità, così da sottolineare l’ipocrisia occidentale e, magari, vedersi ridurre le sanzioni per la guerra contro Kyev.

Apriamo i social e mangiamo sbobba

Il percorso appena descritto inonda Internet di post, video, foto, meme a senso unico che ridicolizzano i due principali nemici dell’Iran.

Ora con clip ironiche, ora con fake news più o meno credibili, ora con fotomontaggi che tendono al fotorealismo. Micha Klincewicz, Mark Alfano e Amir Ebrahimi Fard parlano in merito di “slopaganda”, neologismo composto da AI Slop (“sbobba artificiale”) e propaganda.

Come si è voluto chiarire fin dall’inizio, non è un unicum della guerra iraniana: contenuti simili si erano già visti sia nel corso della campagna elettorale in occasione delle ultime presidenziali americane, sia del primo anno del nuovo mandato di Trump, naturalmente a sostegno del presidente americano.

Tantissimi contenuti pro Netanyahu hanno circolato con insistenza durante i bombardamenti di Gaza, soprattutto nella parte finale quando a voler uscire dall’angolo, così da ripulire la propria immagine lordata dalle accuse dell’Onu, di molteplici Ong e della comunità internazionale, era stata Tel Aviv.

Tuttavia, nessuno poteva aspettarsi fosse brandito con simile perizia anche dai sostenitori degli Ayatollah. Invece il conflitto iraniano Teheran sembra aver serializzato questo tipo di contenuto, rendendolo ancora più pervasivo, continuo, efficace nella capillarità con cui raggiunge i quattro angoli del Web e, dunque, del mondo.

L’alleato che Teheran non s’aspettava

Ai vertici del regime iraniano non è sfuggito il progressivo scollamento tra la base MAGA e Donald Trump e, parallelamente, tra l’elettorato americano e il governo di Benjamin Netanyahu.

E lì vuole appunto infilare la sua “slopaganda”, acuendo il solco, facendo germinare dubbi e sospetti che i soldi dei contribuenti americani finiscano in una guerra inutile, dispendiosa, realizzata ad arte dai due leader come “arma di distrazione di massa”.

La “slopaganda” iraniana molto prevedibilmente prende in giro Donald Trump, acuendone debolezze e tratti comportamentali.

Ciò che invece non poteva essere previsto, nemmeno dagli iraniani, è che lo stesso Trump si prestasse al gioco, lasciandosi andare proprio via social a frasi sempre più forti e disperate (“Un’intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile” e “pazzi bastardi, aprite Hormuz”) che stanno creando il vuoto attorno alla sua figura.

Quando non insulta, rivela piani fallimentari e strategie caracollanti che qualsiasi altro presidente avrebbe tenuto top secret (“Abbiamo mandato armi agli insorti, ma se le sono tenute i curdi”). Con un presidente simile i suoi avversari hanno davvero bisogno di ricorrere alla propaganda per rendere l’avversario una macchietta?

Devi essere loggato per lasciare un commento.
Carlo Terzano
/ Published posts: 12

Carlo Terzano è un giornalista politico ed economico, con la passione per le nuove tecnologie e l'automotive. Già caporedattore di StartupItalia, ha collaborato e collabora oltre che con Mediatrends anche con Start Magazine, Wired, Radio 24, R101, Formiche, Corriere Innovazione e Lettera43.it.