Le big tech hanno un problema di pubbliche relazioni

Di il 13 Marzo, 2026
L'intelligenza artificiale comincia a mettere in difficoltà i governi, che devono rispondere agli elettori. Dal caso Anthropic all'ultimo accordo con il presidente Trump, il rapporto tra politica e aziende si complica
Donald Trump in una rete neurale. Immagine creata con Grok. Fonte: Flickr

Tra big tech e Donald Trump c’è un problema di pubbliche relazioni.

Le aziende dietro l’intelligenza artificiale stanno crescendo come interlocutori diretti dei governi, negli apparati dell’istruzione, dell’economia, persino della difesa e della guerra che si fa sempre più ibrida.

Gli impatti delle big tech di IA sono così vasti che non possono concepirsi soltanto come attori privati, dovendo quindi entrare nel mondo delle pubbliche relazioni e del lobbying.

Si parla di conseguenze fisiche e geologiche sul territorio, di impatto sul lavoro, ma ancora più su larga scala di come educheremo i nostri figli nel futuro.

A questo punto la questione è dirimente: regolare o no l’IA? E quanto? Si presenterà ancora una divisione tra Unione europea e resto del mondo?

Un data center visto dall’interno. Fonte: Flickr

L’accordo tra big tech e Donald Trump

I data center sono energivori, e richiedono enormi quantità di elettricità.

Il loro posizionamento sta facendo ritornare la sindrome NIMBY: nessuno li vuole nel proprio giardino di casa, ma tutti ne fanno uso.

E già il governo americano si è detto disposto a calmierare i prezzi delle bollette in posti, come il Texas, adatti alla costruzione di nuovi data center.

Il fronte repubblicano, dal governatore della Florida Ron DeSantis, considerato un possibile candidato alla nomination per la presidenza nel 2028, fino allo stesso presidente Trump, ha cercato di tranquillizzare gli elettori.

In aggiunta, sono stati i repubblicani a spingere per avviare pubbliche relazioni con le big tech.

Le aziende hanno anche accettato di investire di più nelle comunità in cui costruiscono data center, assumere lavoratori locali e assicurare formazione adeguata sull’IA.

L’impegno, firmato da Google, Microsoft, Meta, Oracle, xAI, OpenAI e Amazon, prevede che le aziende si impegnino a “costruire, fornire o acquistare nuova capacità di generazione energetica per i data center e a pagare l’intero costo degli aggiornamenti infrastrutturali necessari a sostenere le loro operazioni”.

L’accordo, sottolinea il Financial Times, non costituisce un obbligo legale, ma è un atto simbolico importante e un’assunzione di responsabilità che potrebbe avere effetti sulla reputazione delle aziende.

Tra etica e pubbliche relazioni

Per comprendere la complessità del rapporto tra big tech e Donald Trump, e in generale con il governo americano, si prenda il caso Anthropic, l’azienda di Dario Amodei.

A inizio febbraio, Amodei, autore di uno scritto-manifesto ormai celebre “Machines of Loving Grace”, ha pubblicato sul proprio sito lo slogan: “Anthropic is a space to think“, uno spazio per pensare, che quindi non accetterà la pubblicità, a differenza di OpenAI.

Ha seguito una spiegazione lunga e dettagliata del modello di sostenibilità economica, nonostante Wired riporti che l’azienda è lontana dalla redditività.

Ma i pericoli che le inserzioni pubblicitarie generano per il trattamento dei dati, secondo Amodei, sono un rischio da non ignorare.

Tra tutte le start up, Anthropic è quella che pubblicamente si sta orientando sull’etica e la morale nella costruzione e nell’uso dell’IA.

E proprio per questo, l’azienda di Amodei si è rifiutata di svolgere alcuni compiti richiesti dal Pentagono, con la conseguente battaglia legale che questa faida ha generato e che potrebbe costare molto alla proprietaria del chatbot Claude.

Dario Amodei al TechCrunch del 2023. Fonte: Wikimedia Commons

L’IA non è più una storiella

Fino ad ora, l’IA è stata una grande e potente narrazione.

Si è fusa con il mondo distopico à la Her Blade Runner, è stata romanticizzata come interlocutore e confidente, si è persino creduto che avrebbe ridotto la quantità di lavoro nella speranza di reinvestire quel capitale di tempo in attività edificanti o sociali.

Poi la narrazione ha cominciato ad assumere caratteristiche preoccupanti, intersecandosi con la politica e i processi elettorali.

Fino a fondersi con il lungotermismo e la ricerca della vita eterna – o della vita su Marte – da parte dei miliardari del mondo.

Adesso però è finito il tempo della narrazione dell’IA amica o minaccia, o delle rassicurazioni fatte alle convention.

I chatbot sono una realtà pervasiva nelle vite di tutti, le cui conseguenze devono ancora maturare a pieno, e le aziende devono farci i conti assieme ai governi.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.