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Da anni i social media godono di una reputazione declinante, poiché secondo molti avrebbero tradito i valori improntati al free speech e alla circolazione delle idee che li avevano originati.
È sufficiente leggere un libro come ‘La guerra dell’informazione’ di David Colon, docente a Sciences Po, per rendersi conto di come la comunicazione digitale sia diventata la più efficace e pervasiva arma a disposizione dei governi di Stati Uniti, Russia e Cina per condurre guerre cognitive globali.
Eppure, come ha scritto recentemente sul Foglio Carlo Alberto Carnevale Maffé, la peculiare struttura dei social media a “conoscenza dispersa” dovrebbe renderli ecosistemi resistenti a derive autoritarie e la vera sfida per i regolatori sarebbe semmai quella di difendere i social dal potere, non il potere dai social.
Ma di fronte alla crisi delle democrazie rappresentative, una sfida altrettanto decisiva sarebbe quella di avere infrastrutture digitali appositamente ideate per favorire la partecipazione democratica, per attuare finalmente quella che Jürgen Habermas aveva definito, ormai nel secolo scorso, democrazia deliberativa.
Per il filosofo tedesco si ha democrazia deliberativa quando la legittimità delle decisioni politiche deriva da un processo di discussione pubblica inclusiva tra i cittadini e ognuno dovrebbe avere la possibilità di partecipare a dibattiti razionali su questioni di interesse comune in una sfera pubblica attiva e libera. Per loro natura, le piattaforme digitali sarebbero in linea con questa ambizione.

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Un caso rilevante è quello di The Computational Democracy Project, un’organizzazione non profit statunitense che sviluppa tecnologie open source per la democrazia, alla quale hanno dedicato grande attenzione i filosofi Paolo Benanti e Sebastiano Maffettone.
Il suo principale contributo è Polis, una piattaforma online progettata per raccogliere e analizzare in tempo reale le opinioni di grandi gruppi di persone, aiutando a individuare punti di consenso all’interno di dibattiti molto partecipati.
Polis consente ai partecipanti di esprimere la propria opinione su una serie di affermazioni proposte da altri utenti, semplicemente cliccando “d’accordo”, “in disaccordo” oppure “passo”.
L’applicazione utilizza tecniche di machine learning e analisi statistica per mappare le correnti di pensiero: raggruppa automaticamente i partecipanti in comunità di opinione e individua le affermazioni che ottengono ampio sostegno trasversale, i cosiddetti “bridging statements”, evitando scontri polarizzanti tipici dei social media tradizionali.
Polis è, ad esempio, al cuore di vTaiwan, un processo governativo di consultazione pubblica a Taipei: dopo le proteste del 2014 da parte del Movimento dei girasoli, le autorità hanno coinvolto cittadini e civic hackers in un dialogo online, riuscendo a dirimere questioni controverse come, ad esempio, la regolamentazione di Uber.
La piattaforma è stata poi adottata in consultazioni pubbliche anche in altri Paesi, tra cui il Regno Unito e la Finlandia, oltre a essere utilizzata in sperimentazioni promosse dall’Onu.
Esistono poi piattaforme e progetti di civic tech (tecnologie civiche) più semplici come Consul Democracy, Open Town Hall, ePetitions – ciascuna con approcci specifici per favorire la partecipazione democratica e la cui efficacia è necessariamente correlata al grado di implementazione nelle istituzioni e al coinvolgimento effettivo dei cittadini.
Ma questo tipo di infrastrutture viene inevitabilmente catturato dall’intelligenza artificiale. Sul tema è uscito recentemente ‘Political Automation’ di Eduardo Albrecht, che esplora l’impatto dell’IA sul governo e sulla cittadinanza.
Albrecht osserva che oggi algoritmi e sistemi automatizzati vengono già impiegati nelle decisioni pubbliche (dall’allocazione di servizi sociali ai controlli di sicurezza), a una velocità e scala tali da porre sfide inedite alle istituzioni democratiche tradizionali.
Ad esempio, è già realtà la polizia predittiva che, come nel racconto ‘Minority Report’ di Philip Dick, è in grado di anticipare il verificarsi di eventi come rivolte, proteste o la radicalizzazione di determinate categorie di persone.

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Il rischio è che il potere decisionale si sposti verso macchine politiche algoritmiche poco trasparenti, indebolendo il controllo dei cittadini sulle scelte di governo.
Per mantenere una democrazia efficace nell’era dell’IA, Albrecht propone di ripensare l’architettura istituzionale: ad esempio ipotizza la creazione di una “Terza Camera” o camera digitale, un organismo virtuale che operi con la stessa velocità degli algoritmi e funga da spazio di partecipazione civica mediata dalla tecnologia.
L’idea conseguente avanzata nel libro è quella dei “cittadini digitali” o avatar civici: agenti IA che rappresentino gli individui nelle deliberazioni automatizzate, assicurando che le preferenze dei cittadini reali vengano tenute in conto anche quando le decisioni vengono delegate a sistemi algoritmici.
Non la democrazia della macchina ma una macchina per la democrazia.




