Immagine di copertina: Tucker Carlson. Fonte: Wikipedia Commons
Pochi giorni prima dell’AmericaFest, a dicembre 2025, il giornalista del New York Times Ross Douthat ha intervistato nel suo podcast Interesting Times Andrew Kolvet, portavoce e membro di spicco di Turning Point USA.
Durante la puntata, Kolvet sostiene che MAGA non è un movimento strutturato e organizzato, ma piuttosto un movimento-personale che ruota attorno alla figura del presidente Trump.
In questo quadro, Charlie Kirk aveva un ruolo fondamentale. Era colui che riusciva a tradurre il trumpismo in una macchina organizzativa, soprattutto sul fronte giovanile.
Il suo assassinio diventa quindi un punto di rottura.
Come riportato da Axios, la forza del movimento MAGA è sempre stata strettamente legata alla sua macchina mediatica. Oggi, però, quella stessa macchina sembra essersi trasformata in un fattore di instabilità.
Secondo l’attivista Candace Owens, un momento chiave di questo processo è stata la controversia sugli Epstein Files, che ha fatto emergere tutte le spaccature interne al movimento, aprendo un vero e proprio vaso di Pandora.
A confermare questa crisi contribuiscono anche i dati: The Daily Beast, citando Axios, riporta un crollo del traffico dei media conservatori tra novembre 2024 e novembre 2025.
Al netto dell’universo Fox, il panorama mediatico MAGA è composto da piccole realtà e singoli commentatori. Una frammentazione che rende difficile l’allineamento e favorisce lo scontro tra le diverse componenti del fronte trumpiano.
Una politica estera divisiva
I primi segnali evidenti di divisione sono emersi a giugno, in seguito all’operazione “Martello di Mezzanotte”, ovvero il bombardamento dei siti nucleari iraniani da parte delle forze armate statunitensi.
In quell’occasione, alcuni sostenitori di spicco del presidente Trump hanno espresso forti critiche. In particolare, Tucker Carlson ha fatto discutere con l’intervista al senatore repubblicano Ted Cruz, mettendo in dubbio l’utilità dell’operazione e la sua coerenza con l’idea di America First promossa in campagna elettorale.
Si è così aperto il primo vero scontro all’interno della base del trumpismo: da una parte i neoconservatori, dall’altra coloro che si richiamano alle idee originarie di Make America Great Again.
Così, mentre Trump ingaggiava una vera e propria battaglia con l’ex conduttore di Fox News, media tradizionali e nuovi attori digitali prendevano posizione: i primi più favorevoli all’intervento, i secondi più distanti e critici.
Così, lo scontro ideologico si è rapidamente trasformato in un conflitto tra media e modelli comunicativi.
Il primo di molti nel corso del secondo anno di presidenza Trump.
Cospirazionismo ed estremismo nella comunicazione MAGA
Secondo Politico, le faide tra le figure mediatiche del mondo MAGA sono fortemente influenzate dai mezzi digitali attraverso cui si sviluppano.
Il fatto che X sia diventato un ambiente prevalentemente abitato da conservatori e influencer di destra ha finito per danneggiare il movimento più di quanto lo abbia rafforzato.
Le politiche estremamente permissive della piattaforma hanno creato un vero e proprio Far West mediatico, in cui il contenuto è scarsamente moderato. In questo contesto, i democratici si sono progressivamente spostati su Bluesky, lasciando X quasi interamente al campo repubblicano.
Secondo diversi analisti, il problema principale è l’algoritmo, che tende a favorire le posizioni più estreme. Ne è un esempio il ruolo di Candace Owens e le sue teorie complottiste sull’assassinio di Charlie Kirk.
Contenuti che mobilitano emozioni, ma che obbligano molti membri del Partito Repubblicano a spendere tempo e capitale politico per prendere le distanze dagli estremismi, senza però potersi alienare una parte della base.
In questo contesto si inserisce anche l’episodio dell’intervista all’attivista, autoproclamatosi neonazista, Nick Fuentes nel podcast di Tucker Carlson, avvenuta a novembre. Il podcaster ed ex conduttore di Fox News, legato alla Heritage Foundation, ha innescato una nuova polemica dopo quella di giugno.
Da questo episodio i dilemmi emersi sono due: come gestire gli estremismi all’interno del movimento e quale peso debba avere la responsabilità morale dell’informazione nei media. Mentre il vicepresidente JD Vance ha tentato una mediazione, Trump ha inizialmente evitato di intervenire.
Ma una frattura così profonda non può essere ignorata a lungo.
Immigrazione, una nuova frattura
Anche l’immigrazione, e in particolare le recenti azioni dell’ICE a Minneapolis, rappresentano un ulteriore elemento di divisione.
The Hill riporta come i senatori repubblicani si stiano spaccando sull’argomento, aprendo spazi di manovra per i democratici.
Diversi esponenti del partito hanno espresso dubbi sull’operato dell’ICE e dell’amministrazione, chiedendo indagini indipendenti e allineandosi, in alcuni casi, alle posizioni dei dem.
Questo ha spinto Trump a fare alcuni passi indietro: il richiamo di Greg Bovino, il ritiro del titolo di “commander at large”, l’invio sul campo dello czar dell’immigrazione Tom Homan e l’apertura di un dialogo con il governatore democratico Tim Walz.
Una distensione che però è durata poco.
Non erano passate neanche ventiquattro ore da quando il presidente aveva aperto alla collaborazione con il governatore Walz, quando ha scritto sul social Truth che il sindaco Frey, anche lui democratico, stava “giocando con il fuoco”.
Allo stesso modo, ha criticato duramente la rappresentante al congresso Ilhan Omar, democratica del Minnesota, che è stata aggredita durante un convegno con una siringa.
Secondo Trump, però, era una messa in scena dei democratici, su cui secondo l’ufficio stampa della Casa Bianca ricadono le colpe degli ultimi avvenimenti.
Nel frattempo, anche Joe Rogan ha criticato duramente l’amministrazione sull’immigrazione, indebolendo uno dei legami più importanti tra MAGA e il mondo dei nuovi media.

Responsabilità morale nel caos di Minneapolis
In contemporanea con gli eventi di Minneapolis, il governatore della California Gavin Newsom ha invitato il commentatore repubblicano Ben Shapiro nel suo podcast.
Shapiro, fondatore di The Daily Wire e alla guida della seconda media company conservatrice per introiti, in questa occasione ha sottolineato proprio la frammentazione mediatica del movimento MAGA.
Secondo Shapiro, il panorama dell’informazione americana è estremamente polarizzato non solo tra destra e sinistra, ma anche all’interno dei due campi politici.
Newsom gli ha poi chiesto di ripercorrere il suo intervento all’AmericaFest, dove il fondatore di The Daily Wire aveva criticato apertamente la mancanza di morale e responsabilità giornalistica di molti commentatori di destra.
In particolare, Shapiro ha preso di mira chi segue l’audience per aumentare i numeri, invece di seguire le proprie idee. La reazione del pubblico di Turning Point USA è stata negativa: gli interventi successivi hanno risposto con attacchi personali ed emotivi.
MAGA resta una forza potentissima come identità e linguaggio politico. Ma la questione oggi non è emotiva, bensì organizzativa: può diventare una tradizione politica strutturata o resterà un movimento-personale legato alla figura del leader e alla sua capacità di dominare il ciclo mediatico?
La risposta arriverà nei prossimi tre anni e sarà decisiva non solo per l’assetto del sistema mediatico statunitense, ma anche per l’esito delle elezioni presidenziali del 2028.




